Testimonianza di un Agente di Polizia penitenziaria
(Intervento effettuato in occasione di un convegno svoltosi recentemente ad Empoli)

Io sono Linda e come agente di Polizia penitenziaria vorrei iniziare col parlarvi della sicurezza all'interno della struttura a custodia attenuata per tossicodipendenti.

Agente di Polizia penitenziaria

Il concetto sicurezza è di solito interpretato attraverso molteplici interventi legati al controllo.
Per molti anni si è pensato che più veniva innalzato il controllo, maggiore risultava essere la sicurezza. All'interno della struttura carceraria il controllo risulta essere un capitolo di fondamentale importanza in quanto si tratta pur sempre di carcere, in cui le componenti devianti e delinquenziali risultano essere presenti, ma il controllo è anche interpretato come un aspetto accessorio a ciò che in realtà si va a svolgere all'interno del trattamento terepeutico.

Argomento primario nella gestione delle relazioni da parte dell'agente di p.p. (che in questo contesto è parte integrante dell'equipe gestionale) è l'empatia:
L'empatia è il necessario "ingrediente" per l'accrescimento della sicurezza in carcere. Là dove esiste un livello d'empatia intesa come vicinanza relazionale e comprensione reciproca delle componenti emotive, l'ambiente si manifesta più adatto ad un qualsivoglia programma di trattamento.
Il concetto fondamentale che vogliamo sottolineare è che raramente ci troviamo di fronte ad una riabilitazione se l'aspetto relazionale-empatico non risulta applicato.
Tutto questo corre il rischio di restare lettera morta se la figura dell'agente di p.p. è interpretata esclusivamente come ruolo istituzionale e non come persona.
Siamo dell'idea che come non può venire meno il ruolo istituzionale, all'interno della struttura a custodia attenuata, la figura dell'agente debba avere altrettanta rilevanza come essere umano il quale interagisce con la popolazione detenuta e con i colleghi.
Il tutto a pari dignità.

Adesso vorrei esporvi alcuni cenni sull'esordio della Comunità Femminile.
Il progetto Arcobaleno femminile nasce come intervento sperimentale in una piccola ala della ComunitàTerapeutica Arcobaleno maschile.
Erano anni che le donne detenute aspettavano di avere questa grande opportunità che fino a quel momento era stata riservata solo alla popolazione detenuta maschile.

Noi agenti che lavoriamo in Comunità ci siamo sentite motivate ad impegnarci alla realizzazione di questo nuovo progetto fin dall'inizio, per nostra scelta:

Agenti di Polizia penitenziaria

Nel lontano giugno '99 l'idea del cambiamento ci spaventava, poiché voleva dire mettere in discussione quanto fino ad allora pensavamo fosse il "giusto", altro non si conosceva: la realtà del tossicodipendente era a noi totalmente sconosciuta. Per molto tempo avevamo respirato un clima di diffidenza nei confronti di coloro che giungevano dall'esterno dentro il carcere; bisognava però cominciare a rivedere nel nostro ruolo di agenti di p.p. una posizione attiva e creativa, che meglio rispondesse all'idea del trattamento sia pure indossando una divisa.
La nostra formazione prevedeva e richiedeva attenzione alla sicurezza anche se era prevista altrettanta attenzione ai bisogni delle detenute: col tempo abbiamo capito che l'importante era individuare i veri bisogni delle persone ristrette.
Nonostante il notevole impegno abbiamo incontrato numerose difficoltà, determinate dal dover riuscire a rapportarci da operatori di comunità terapeutica, non dimenticando il ns. ruolo di agenti, tutori della sicurezza in ambito penitenziario.

Queste difficoltà sono state superate col tempo grazie anche al lavoro che qui si fa in equipe; infatti all'interno della custodia attenuata coesistono due parti totalmente distinte: quella che garantisce la sicurezza, quindi gli agenti di p.p. e la parte legata agli aspetti trattamentali cioè gli operatori.
Insieme interagiamo con professionalità ed esperienze differenti colmando dubbi reciproci.

Agenti di Polizia penitenziariaComunque sia in questa nuova realtà si è reso necessario un radicale cambiamento nel modo di rapportarci con le detenute.
In primo luogo bisognava acquisire la fiducia delle persone abbattendo il muro della diffidenza che si portavano dietro dal padiglione; quindi abbiamo scelto di farci chiamare col nostro nome di battesimo. Inoltre, poiché ci siamo rese conto di avere di fronte delle persone adulte difficili, abbiamo dovuto imparare ad essere chiare con le ragazze, cercando così di adottare una linea comportamentale senza picchi di buonumore e malumore.

 

La solidarietà che si è venuta a creare nel nostro gruppo di lavoro ed il continuo non arrenderci davanti agli ostacoli diventava ed è tuttora uno stimolo per andare avanti ed è questo che caratterizza il nostro operato.
Tutto ciò si è potuto realizzare grazie alla nostra voglia di metterci in discussione con le residenti partecipando ai gruppi di lavoro e terapeutici, condividendo i momenti di lavoro introspettivo e di attività ricreativa.

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