|
Venerdì
22 marzo 2002, presso il carcere "Le Nuove" di C.so Vittorio
Emanuele 127, si è tenuto un convegno dal titolo "Gli ebrei
a "Le Nuove".
Di storie
alla Schindler, dopo Spielberg, ne sono state scovate e raccontate tante.
Ma se la Schindler è una suora, comandante della sezione femminile
del carcere Le Nuove di Torino tra il '43 e il '45, allora il racconto
può avere tratti di originalità. Non solo perché
suor Giuseppina De Muro assisteva le detenute nel braccio tedesco del
carcere ed è riuscita a evitare a molte donne ebree deportazione
e morte, ma anche perché ai pochi capitoli noti della sua vita
si è aggiunta qualche giorno fa una pagina nuova.
Massimo Foa, torinese, ebreo e imprenditore, ha tirato fuori dal baule
di famiglia la testimonianza di sua madre e l'ha consegnata al comitato
Nessun uomo è un'isola.
Ieri la lettera è stata portata in un convegno "Gli ebrei
a Le Nuove di Torino" che si è svolto in carcere. Parole e
soprattutto ricordi, a cominciare da quelle di Giuseppina che il 22 febbraio
del 1946 scrive una relazione al cardinale Maurizio Fossati:"Le
donne che hanno maggiormente bisogno e che sento degne di aiuto e particolare
comprensione sono le israelite, le più maltrattate. Ne ho conosciute
138, prive di tutto, ho conosciuto persino una mamma di 89 anni
Non vi è penna che possa descrivere".
Suor Giuseppina
non scrive di sé ma lascia un segno particolare, per lei un simbolo
di testimonianza ecumenica: fa fondere i gioielli che le donne ebree le
avevano consegnato prima di partire per i campi di concentramento e fa
modellare un calice. Lo ha mostrato ieri per la prima volta Ruggero Cipolla,
famoso narratore di storie di sofferenza e torture ed ex-cappellano del
carcere di corso Vittorio, con un primato che fa di lui una leggenda:
ha accompagnato alla fucilazione i banditi di Villarbasse, gli ultimi
condannati a morte in Italia.
Se suor Giuseppina ha preferito lasciare un calice cattolico e poche parole,
il racconto della mamma di Massimo Foa la vede protagonista. Parte della
lettera affidata al figlio è stata letta ieri da uno studente dell'istituto
tecnico Majorana di Grugliasco: "Io ho attraversato un corridoio
che mi sembrava interminabile, finchè mi hanno messa in una stanzetta,
in una specie di sgabuzzino e Guido, mio marito, è andato nel braccio
degli uomini, il famigerato primo braccio tedesco. Io ero in questo sgabuzzino
con il bambino che piangeva e suor Giuseppina veniva, lo prendeva in braccio
con la scusa di farle prendere aria e lo portava a farlo vedere a mio
marito. Dopo mi arrivavano i bigliettini che io e mio marito ci scambiavamo
Un giorno la suora è venuta a dirmi che una patronessa delle carceri
era disposta ad adottare il bambino, che aveva solo 9 mesi
Dal carcere
mio figlio venne fatto uscire come un fagotto tra le lenzuola sporche
dopo otto giorni di reclusione, otto giorni atroci
". Un
miracolo, lo definisce la donna: "A Bolzano, primo lager che ho
visto, all'appello hanno chiamato anche lui, e se fossimo arrivati ad
Auschwitz insieme saremmo andati direttamente a forno crematorio tutti
e due".
Per questa Schindler cattolica, il comitato Nessuno
uomo è un' isola -che ha organizzato l'incontro di ieri
con l'associazione Ebraico-Cristiana, la Casa Circondariale di Torino
e la commissione diocesana per l'Ecumenismo e il dialogo con le altre
religioni, chiede ora un riconoscimento importante: che sia nominata "Giusta
tra le Nazioni" e che il suo nome sia inserito fra i 295 italiani
citati sul Muro dell'onore a Gerusalemme.
[Tratto
dall'articolo di Sara Strippoli su Repubblica del 23/3/2002]
|