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(intervento
di Bruno Cappelli)
Qualcuno
si sarà già chiesto o si starà chiedendo quale attinenza
possa avere la voce del detenuto in un contesto come questo, il cui interesse
è rivolto al mondo della disabilità.
Quanto desidero raccontarvi è in realtà un'esperienza unica,
da quanto c'è dato a sapere, che coinvolge la realtà del
carcere e quella delle persone disabili.
Prima ancora
però di entrare nel vivo dell'esposizione, desidero richiamare
per un momento la vostra attenzione su una piccola riflessione che riguarda
un aspetto forse un po' trascurato rispetto alla possibilità di
estensione del concetto di disabilità ed emarginazione.
Se consideriamo
senza preconcetti l'origine del termine di disabilità, come ha
suggerito l'amico Toschi in una sua nota, riportata sul retro del programma,
risulterà sicuramente più agevole comprendere quanto ampio
sia lo spazio che raggruppa le categorie definibili come disabili.
Si pensi poi ancora alla definizione con la quale l'Organizzazione Mondiale
della Sanità che sancisce l'handicap: una condizione di svantaggio
sociale derivato, in ultima analisi, dall'impossibilità d'accesso
a molti settori della vita sociale.
Se questo
è, non possono sfuggire le similitudini che, fatti i debiti distinguo,
avvicinano la persona in detenzione, ad altre categorie di emarginati,
quali i portatori di handicap fisici, molti anziani o pensionati ancora
attivi, i disoccupati involontari.
Tutte
queste categorie, delle quali si registra da anni un incremento numerico
costante, vengono, in qualche modo, accomunate da un'identica esclusione,
quella che collocando al margine di una società improntata alla
produzione e al consumo, condiziona possibilità di crescita e di
sviluppo, possibilità di espressione del proprio spirito, delle
proprie volontà ed il diritto ad una piena cittadinanza.

Venendo
a noi, circa due anni fa un piccolo gruppo di detenuti delle Vallette,
al quale appartengo e di cui mi faccio qui portavoce, decise di promuovere,
al proprio interno, un percorso autogestito di riflessione critica, coinvolgendo
più voci e presenze anche esterne, sull'attuale senso della detenzione,
sull'assunzione delle nostre passate responsabilità negative, sulle
possibilità di riparazione e di concreto reinserimento sociale.
Ciò
che animò allora quell'ambito - via via accresciutosi - fu una
maturata convinzione, sommessamente espressa, ma fondata, che la sola
inflizione di una pena più o meno lunga da scontare in ristretti
spazi fisici e con pochissime opportunità di recupero, non risponda,
né alle indicazioni più qualificate degli esperti del settore,
né alle esigenze proprie, di chi si trova a vivere, in questi termini,
un lungo, a volte lunghissimo tempo nel degrado. Ciò non significa
negare gli sforzi perseguiti dalle Istituzioni per migliorare ed umanizzare
la condizione della detenzione, bensì offrire, la propria positiva
collaborazione in direzione del recupero attraverso l'impegno diretto.
A corroborare
i nostri ragionamenti fu il desiderio di verificare il possibile superamento
di una cultura meramente custodialistica e retribuzionista per una nuova
cultura di ripacificazione, di restituzione e di reinserimento sociale.
Per altri aspetti, rendere più efficacie il tempo vissuto nella
marginalità migliorando l'apporto che questo tempo potrebbe e dovrebbe,
invece, recare a beneficio della persona detenuta e della società.
Il progetto
"La pietra scartata
" rappresenta, per quanto ci è
dato a sapere, il primo esperimento, che si realizza in Italia e che prevede
l'incontro tra il mondo della disabilità e il mondo della reclusione.
Due realtà che ciascuna a modo suo, vivono tutt'oggi il disagio
della marginalità sociale.
Il fondamento
teorico su cui si basa è la convinzione (da noi già in parte
verificata) dell'utilità reciproca che queste due realtà
possono promuovere nella direzione dell'auto-aiuto finalizzato alla rispettiva
crescita formativa. Un auto aiuto finalizzato all'apprendimento di nuove
cognizioni relazionali, al superamento di alcuni aspetti di quella marginalità
con la quale, seppur per circostanze enormemente diverse tra loro, si
trovano quotidianamente costrette a fare i conti.
Nel nostro
progetto, che prevede due pomeriggi alla settimana dedicati alla preparazione
ed alla pratica del volontariato, la persona disabile si trova, forse
per la prima volta, nonostante la presenza anche di rilevante disabilità
fisica, (pensiamo al cieco, al sordocieco e al sordomuto con handicap
mentale), ad offrirsi volontariamente per dare qualcosa di unicamente
proprio ad un'altra persona. Diviene di fatto promotrice di umanità
e attraverso questa esperienza, sperimenta il valore ed il significato
dell'offrirsi e del dare all'altro, di sentirsi utile e, forse, un po'
meno dis-abile.
Al detenuto
viene offerta un'opportunità, quanto mai importante, di uscire
da uno stato di più o meno forzata quiescenza, di incontrare persone
nuove (oltre ai disabili vi è sempre qualche volontario accompagnatore,
che porta con sé l'esperienza di una scelta di profonda umanità)
e ciò gli consente, infine, di poter impegnare le proprie energie
in direzione positiva.
Trovandosi poi a confrontarsi con una realtà difficile, quale quella
della persona disabile, la persona detenuta non può non sentirsi
sollecitata nei suoi sentimenti migliori; spinta a riconsiderare la propria
sventura alla luce di altre certamente più gravose ed indubbiamente
immeritate; stimolata a mettere in discussione quelle forme di egoismo
spesso facilitate dalle percezioni di isolamento e dalla difficoltà
di individuare possibili sistemi di appartenenza; incentivata a superare
gli effetti perversi di un'etichettatura sociale che ripropone del detenuto
un'immagine solo negativa e non sempre aggiornata.

Ciò
che abbiamo prodotto, non è per ora che un'esperienza di poche
persone che, pur nel disagio della propria condizione, hanno trovato risorse
positive da offrire nella direzione di un possibile ripristino del dialogo
con la società, bruscamente interrotto.
Per due anni
abbiamo operato, nell'incertezza dei possibili risultati, animati solamente
dalla ferma convinzione di alcuni di noi, che non basti un'etichetta per
offuscare definitivamente e incontrovertibilmente le potenzialità
positive che giacciono nel profondo di ogni essere umano.
Indipendentemente
dai pur buoni risultati osservabili nell'esperienza avviata con i nostri
amici del Cottolengo (di cui vi illustrerà più accuratamente
il mio compagno), a noi sembra una concreta alternativa di considerare
il tempo della reclusione. Un modo che per i responsabili di reato può
significare una nuova presa di coscienza, di responsabilizzazione, di
attenzione verso l'altro; una concreta riappropriazione di valori, un'opportunità
di riscatto morale. Per tutta la comunità, verso la quale si riconosce
un debito, ci pare possa rappresentare una valida opportunità di
riconsiderazione, di risarcimento più che simbolico, uno stimolo
alla ri-accettazione e al re-inserimento.
Se ne parliamo
qui oggi, sollecitati dall'invito di questi nostri amici, non è
per farle tardiva pubblicità, ma soltanto perché pensiamo
che questa esperienza meriti, a questo punto, quelle maggiori attenzioni,
verifiche e critiche, che consentano poi una sua possibile estensione.

Vorrei concludere questa introduzione, citando a proposito di fiducia
e riconoscimento, un documento estremamente attinente che può aiutare
ad esprimere, in modo ancor più chiaro, la necessità di
rinnovare una dialettica fra il bisogno di fiducia da parte di certe categorie,
(in questo caso il detenuto) e la legittima diffidenza dei cittadini liberi
e osservanti le leggi.
Sono parole
espresse in una lettera pubblica inviata dal Dott. Fassone, (già
Presidente di Corte d'Assise e attualmente membro della Commissione Giustizia
del Senato della Repubblica) a un detenuto da egli stesso condannato che
esprimeva, appunto, una richiesta di fiducia a fronte di un progetto collettivo
da sviluppare.
Cito testualmente:
Caro
, voi dite di avere bisogno della fiducia per avere speranza,
e della speranza per poter dare un senso ai vostri giorni. Gli altri (la
società) hanno forse desiderio di accordare questa fiducia, ma
hanno insieme il timore di vederla tradita, la paura dell'abuso che annulla
la fiducia e la speranza.
(continua più avanti)
D'altro canto, il rifiuto di
fiducia verso chi ha deciso di rompere con il suo passato rischia di mandare
a vuoto lo sforzo di costruirsi un futuro diverso, se tanto il trattamento
rimane uguale per tutti, per chi ha maturato scelte nuove e per chi insiste
nelle scelte vecchie. Questo incrocio di tensioni contrapposte produce
un conflitto che la legge è in grado di risolvere solo in minima
parte e che solo un surplus di moralità può comporre.
Il detenuto deve dedicarsi alla costruzione di una sua vita migliore,
anche a rischio che il suo sforzo non sia riconosciuto. E la collettività
deve accordare una chance al detenuto, anche a rischio che il detenuto
ne abusi. L'una e l'altra, insomma, devono agire a rischio, a fondo perduto,
mettendo in conto di non ottenere ciò che cercano.
Chi debba
rischiare per primo è difficile dire
la collettività
chiede al detenuto che sia lui a incominciare per primo a dimostrare il
suo cambiamento, perché si sente in credito, perché il detenuto
ha mancato per primo e sembra giusto che sia lui a mettere la prima pietra
di un nuovo patto. Per far questo non bastano i gesti di fiducia occasionale
e sporadica che già sono possibili, con un permesso accordato con
qualche coraggio, o un rientro effettuato vincendo la tentazione di non
rientrare. Questo è importante ma è poco. Per uscire dalla
posizione di stallo bisogna offrire al detenuto delle occasioni vere e
reali di dimostrare la serietà dei suoi propositi e chiedere al
detenuto di dimostrarla senza oscillazioni. Se con il delitto egli ha
contratto un debito con i suoi simili, questo debito va pagato, non con
una sofferenza inerte e degradante ma con uno sforzo positivo e costruttivo,
non male per male, ma bene per male. Il debito, la mancanza verso i doveri
di solidarietà vanno risarciti non con il sacrificio della libertà,
ma con un buon impiego di questa libertà, con una prestazione a
favore della comunità ferita.
I servizi di pubblica utilità sono, a mio giudizio, la pena di
domani, la risposta di una collettività che non pratica né
la vendetta, né l'abbandono. E dall'altra parte, possono essere
la risposta di un detenuto che offre non solo un proposito più
o meno credibile, ma la disponibilità ad essere messo alla prova:
la realtà di un impegno, di un lavoro, di una fatica.
Noi detenuti,
in questa circostanza, fiduciosi, abbiamo fatto i nostri primi passi assumendoci
i nostri rischi; qualcuno ha deciso di andare a vedere, assumendosi i
propri. Le risorse si sono trovate e si stanno cominciando a vedere i
frutti. Altri ancora più importanti se ne potranno realizzare.
Nessun essere
umano è senza risorse; è però necessario che vengano
riconosciute e nella difficoltà incoraggiate.

Siamo entrati in un mondo che non conoscevamo. Abbiamo iniziato a
capirne e ad assumerne le tante e complesse problematiche che questo comporta,
disposti ad affiancare e condividere le tante fatiche e difficoltà
che ci accomunano.
Per questo, riconoscenti, ringraziamo tutte le persone che hanno creduto
in noi e ci hanno offerto il loro personale contributo. Un contributo
prezioso, grazie al quale ci è stato possibile avanzare nel nostro
cammino di crescita e realizzazione umana.
Lascio ora la parola al mio compagno. Un grazie sincero, a tutti.
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(Intervento
di Antonino Saia)
Descrivere
un'esperienza non è mai semplice, descrivere quanto sta avvenendo
nell'incontro tra persone recluse, volontari e ospiti della Piccola
Casa della Divina Provvidenza che stanno collaborando su un progetto
piuttosto "fuori dal comune", risulta ancora più difficile,
perlomeno da parte di chi, come noi, vi si trova coinvolto in prima
persona.
Ci
siamo accorti subito che ogni tentativo di spiegare con parole e su
un piano "teorico" l'intensità e le motivazioni a monte
di questa esperienza poco aiuta, in realtà, a comprendere l'essenza
profonda di ciò che stiamo vivendo, facendoci anzi correre il
rischio di trovarci un passo indietro rispetto a dove siamo oggi giunti.
I
bei discorsi e l'enunciazione dei migliori principi a poco servono fin
tanto che tali rimangono: noi abbiamo capito che soltanto vivendole
e sperimentandole in prima persona certe questioni si possono intendere
e recepire pienamente.
Siamo
partiti, negli anni scorsi, elaborando in carcere una serie di riflessioni
che, pur orientate a rivedere criticamente le nostre passate esperienze
di devianza, registravano comunque il limite della mancanza di un riscontro
tangibile con la realtà sociale esterna.
La ricerca di un possibile confronto concreto fra le nostre esigenze
di recupero e la necessità di "riparazione", di "sdebitamento"
verso la società, ci ha spinto a rivolgere l'attenzione verso
quelle realtà che ritenevamo più bisognose e a cui favore
potesse risultare più utile dare l'umile apporto delle nostre
limitate energie.
Grazie
ad alcune persone "illuminate" e forse un po' "visionarie"
come Don Piero, Cesare Cremona, Suor Liliana e Fratel Marco è
stato possibile organizzare alcuni importanti incontri in carcere, che
hanno consentito un primo avvicinamento fra "mondi" lontani
ma non estranei.

Ciò ha creato i presupposti e le condizioni da cui si è
in seguito potuto sviluppare un progetto come quello de "La pietra
scartata
". Il vero passaggio quindi da una dimensione di
intenti ad una di fattività concreta è avvenuto nel momento
in cui, lasciati da parte dubbi, pregiudizi e teoremi "specialistici",
ci è stata offerta la possibilità di toccare con mano
la realtà della condivisione, mettendo in campo la nostra umanità
a fianco di quella di chi ha voluto riconoscere la buona volontà
che ci animava.
Costruire
relazioni e impegnarsi su un progetto comune con persone che, portatrici
a loro volta di problemi e sofferenza, non hanno avuto difficoltà
a darci la loro fiducia, crediamo proprio che si stia rivelando una
formidabile esperienza di crescita ed autovalorizzazione reciproca.
La
conoscenza di Virginio, Antonio, Sergio, Giuseppino, Olivasio, e degli
altri nostri amici, i momenti di comunanza e mutua solidarietà
sperimentati, ci hanno dimostrato, più di tante altre circostanze,
quanto sia riduttiva ogni classificazione dell'uomo per categorie astratte.
Sordomuti, ciechi, disabili, allo stesso modo di detenuti e tanti altri
"disabili sociali", sono persone che, indipendentemente da
tutto, hanno un loro nome, una loro storia e, spesso, un patrimonio
di esperienze significative da scoprire e non ignorare.
Incontrandoci ed iniziando a comunicare, pur con tutti i limiti delle
nostre rispettive condizioni, abbiamo scoperto quanto (e quanto più
di molti esperti
) possa essere in grado una persona "disabile"
di divenire Promotrice di Umanità.

Nonostante lo scetticismo iniziale presente, oltre che tra alcuni
di noi, anche tra diversi esperti ed operatori penitenziari, possiamo
oggi dire che grazie a questo "contagio di umanità"
siamo riusciti a coinvolgere, infine, un po' tutti in questa avventura.
Vedere
oggi con quale spontanea naturalezza trascorriamo insieme certi pomeriggi,
ci dedichiamo ad attività comuni, compartecipiamo dei nostri
problemi
è già di per sé il raggiungimento
di un primo importante obiettivo: è diventato per tutti "normale"
ciò che in un principio sembrava quasi "inopportuno",
"fuori luogo" e forse anche un po' "fastidioso",
soprattutto in un ambito così "ristretto" come quello
carcerario.
A
distanza di due anni siamo riusciti a passare ad una seconda fase di
sviluppo del progetto. Completato infatti un primo percorso "formativo"
sull'apprendimento dei linguaggi specialistici e sperimentati i primi
momenti di attività in comune è stato possibile impostare
uno sviluppo del lavoro su un piano decisamente più "personalizzato".
Per
valorizzare in tal senso la qualità delle relazioni individuali
si sono organizzati distinti livelli di operatività comune. Ognuno
di noi, per esempio (in base anche alle proprie personali attitudini),
si fa carico, attualmente, di "guidare" uno dei nostri ospiti
in una specifica attività di quelle che è stato possibile
strutturare negli spazi della sezione penitenziaria in cui siamo ristretti.
Dalla preparazione di alcuni cibi semplici, che vengono poi consumati
insieme, ad alcune pratiche di giardinaggio, dalla realizzazione di
oggetti e disegni artistici alla presa di contatto con i computer e
l'informatica
Il
risultato che si sta apprezzando è quello di aver accresciuto
il livello di empatia reciproca, consentendo una significativa interazione
sul piano dello scambio umano, interazione che spesso supera le possibilità
comuni consentite dalle forme più convenzionali di linguaggio
strutturato.

Occorre naturalmente dedicare parecchio tempo all'organizzazione,
al confronto e alla verifica dei passi che, a uno a uno, si stanno dando.
Provvediamo infatti a tenere parallelamente una serie di incontri nei
quali, con regolarità, discutiamo e analizziamo con il responsabile
del progetto (fratel Marco) le singole esperienze, i problemi e le idee
che sorgono, oltre che i significati che vanno assumendo.
In
questo senso, anche il momento della verifica ha assunto una certa importanza.
Alcuni dei partecipanti alla prima fase, per esempio, al momento di
passare a quella successiva, considerarono la possibilità di
approfondimento di questo impegno eccessivamente gravosa, ed esaurita
la spinta iniziale decisero di non proseguire. Attualmente, trascorsi
i primi due anni, risulta essere impegnato, in forma stabile e formale,
un gruppo di dieci detenuti sui venti che compongono la sezione. Colgo
l'occasione, tra l'altro, per ricordare proprio quelli di loro che ci
avrebbero tenuto molto a presenziare a questo incontro ma che, purtroppo,
non ne hanno avuto la possibilità. Le mie parole li rappresentano
tutti e vi trasmetto il loro più caloroso saluto.
È
doveroso infine ricordare che questo "esperimento" si è
reso possibile anche grazie al sensibile coinvolgimento della Direzione
del carcere e di quegli Agenti di Polizia penitenziaria che, pur nel
pieno rispetto dei propri ruoli e responsabilità, non hanno mai
fatto mancare la loro disponibilità e la loro partecipazione
alla crescita del progetto. Tutto ciò lascia ben sperare rispetto
alla possibilità che la nostra piccola esperienza possa in futuro
estendersi, con le modalità più opportune, al resto della
realtà penitenziaria.
Concludo
con la convinzione che qualcosa di buono si sia fatto e si stia facendo;
con un messaggio quindi di vicinanza ed adesione a quelli che oggi riteniamo
obiettivi imprescindibili (ci aspetta una scadenza importante: il 2003
sarà l'anno europeo delle persone disabili); e con una richiesta
di considerazione e valorizzazione della particolare esperienza che
stiamo vivendo.
Grazie
e alla prossima.
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