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(intervento
del dott. Stefano Toschi)
"La
vita è la capacità di agire secondo la facoltà di
desiderare"
E.
Kant, Critica della Ragion Pratica, Pref. , Pag. 10, Laterza
La
definizione kantiana pone il concetto di vita su due basi complementari,
che il filosofo tedesco chiama facoltà di agire e di desiderare.
La vita è facoltà di agire, di compiere azioni, di fare,
di produrre. L'uomo per essere vivo deve compiere qualche attività:
vita è azione, ma questa azione è dettata dal desiderio,
e desiderio è cercare ciò che manca.
Quando Kant
scriveva la Critica della Ragion Pratica, era appena iniziata un'epoca
di grandi trasformazioni, si era in piena Rivoluzione Francese, e l'altra
rivoluzione, quella industriale cominciava a muovere i primi passi, soprattutto
in Inghilterra. Si stava affermando la borghesia con i suoi valori, la
sua concezione della vita e dell'uomo.
Questi avvenimenti
portavano a porre l'accento sulla prima parte della frase di Kant: "La
vita è la facoltà di agire". L'uomo veniva sempre
più considerato "faber fortunae suae", l'unico
autore del proprio destino; sempre più, nel corso del tempo, questa
convinzione si sarebbe imposta a tutti i livelli, fino alla crisi della
seconda guerra mondiale.

La vita è azione, si vive nella misura in cui si è in
grado di produrre e di consumare, ma la domanda sul perché si produca
o si consumi viene quasi sistematicamente elusa o semplicemente dimenticata.
Sembra quasi che la produzione e il consumo possano essere fini a se stessi.
Ma se la
vita fosse soltanto facoltà di agire finirebbe col perdere il proprio
senso. L'uomo sarebbe schiacciato in una specie di fatalismo economico
e paradossalmente non sarebbe più neanche "faber fortunae
suae".
L'illuminismo
e il positivismo, considerati la massima espressione della libertà
di pensiero umano e della autosufficienza, hanno indubbiamente portato
grandi progressi in campo scientifico e sociale, ma hanno anche condotto,
nella loro crisi, ad una delle più grandi tragedie della storia:
le due guerre mondiali con tutto quello che hanno comportato.
L'uomo non
puo dimenticare di essere ontologicamente fondato sul desiderio, che è
"cercare ciò che manca". La "mancanza"
fa parte dell'essere umano in quanto tale: non è un accidente,
un fatto che capita ad alcuni ma che potrebbe non capitare.

In questo,
l'antropologia biblica e quella della filosofia coincidono. Il salmo 8
si chiede cos'è l'uomo e risponde che Dio lo ha creato di poco
inferiore a Lui, anzi, alla lettera, di poco mancante di Lui. Socrate
arriva alla stessa conclusione anche se non prende in considerazione la
fede in Dio Creatore. Per lui, l'importante è "conoscere
se stesso" e "sapere di non sapere". Il deficit
di conoscenza o quello di vita divina sono la molla insostituibile che
spinge l'uomo a volere, perché, come dice Dante:
"Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come
bruti, ma per seguir virtute e canoscenza".
(Inferno XXVI, 118).
Si deve riflettere
su queste parole prima di tutto accogliendo l'esortazione dell' Ulisse
dantesco: "Considerate la vostra semenza". Dobbiamo ricordare
la nostra origine, da dove veniamo, solo così possiamo sapere chi
siamo, cosa stiamo facendo e qual' è lo scopo della nostra vita.
L'uomo proviene
dal desiderio.Ogni persona è il frutto di un desiderio di amore,
sia umano che divino. Infatti dobbiamo ricordarci sempre che anche Dio
è portatore di desiderio. Nel libro del profeta Osea troviamo l'oracolo
del Signore che dice: "Amore desidero e non sacrifici"
(Osea 6,69 e questo desiderio è così forte che Gesù
stesso ripete questa frase in una delle tante controversie con i Farisei
(cfr. Mt 9, 13).

La Bibbia, nel libro della Genesi, sostiene che l'uomo è stato
creato a immagine di Dio, e, di solito, si pensa a Dio come onnipotente
e onnisciente: di conseguenza l'uomo creato a Sua immagine, dovrebbe avere,
almeno potenzialmente, queste caratteristiche, pensate secondo categorie
umane di forza o di sapienza, che permettono l'autosufficienza. Le persone
che per diversi motivi non sembrano possedere un po' di potenza e di sapienza,
e che per questo mostrano la loro non-autosufficienza, da sempre mettono
in crisi, con la loro semplice presenza, l'immagine di Dio che l'uomo
si costruisce.
Proprio per
questo le persone con deficit sono state considerate peccatrici o frutto
dei peccati. La domanda che i discepoli pongono a Gesù quando incontrano
il cieco nato: "Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?"
esprime questo atavico pregiudizio nei confronti della menomazione.
Ma qual'è l'immagine di Dio che ci propone la Bibbia, nella quale
l'uomo viene creato e vive? Nella Sacra Scrittura, Dio si presenta certamente
come l'Onnipotente, che tuttavia cerca e desidera la collaborazione di
uomini e donne fragili e apparentemente inadatti allo scopo che Egli ha
previsto per loro; basti pensare che il Signore sceglie Abramo e Sara,
sterili e vecchi, per dare inizio al Suo popolo, sceglie Mosè,
balbuziente ed impacciato di bocca, come suo portavoce, etc.

Paolo riassume questa logica di Dio nella prima lettera ai Corinti
(1,27/29):
"Dio si è scelto ciò che per il mondo è stolto
per confondere i sapienti, Dio si è scelto ciò che nel mondo
è debole per confondere i forti, Dio si è scelto ciò
che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è
nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo
possa gloriarsi davanti a Dio".
In questo
passo Paolo dà una spiegazione al criterio delle scelte del Signore:
"Perché nessuno possa gloriarsi davanti a Lui".
Nella seconda lettera ai Corinti 4,5/10 troviamo un altro tentativo di
comprensione di queste scelte:
"Infatti non predichiamo noi stessi, bensì Gesù
Cristo come Signore mentre noi siamo i vostri schiavi per amore di Gesù.
E Dio che ha detto "dalle tenebre brilli la luce" ha fatto brillare
la luce nei nostri cuori perché facessimo risplendere la conoscenza
della gloria divina che è sul volto di Cristo. Ma questo tesoro
l'abbiamo IN VASI D'ARGILLA perché appaia che tale potenza straordinaria
è di Dio e non viene da noi.
Da ogni parte oppressi ma non schiacciati; disorientati, ma non disperati;
perseguitati, ma non abbandonati, abbattuti ma non annientati. Portiamo
di continuo nei nostri corpi la morte di Gesù affinché anche
la vita di Gesù diventi manifesta nel nostro corpo."

Dio non è assolutamente geloso della Sua opera, non vuole dimostrare
prima di tutto la Sua onnipotenza attraverso la fragilità delle
persone che si è scelto, ma, come attraverso certi corpi la corrente
elettrica passa meglio che in altri, così anche la vita che il
Signore vuole trasmettere a tutti passa meglio dove non trova molta resistenza.
Le persone
più fragili possono essere le più trasparenti e lasciarsi
trapassare dalla grazia sfolgorante di Dio più facilmente.
La traduzione
italiana del passo della 2° Corinti 4,7: "VASI DI ARGILLA"
è corretta dal punto di vista letterario, tuttavia non riesce a
esprimere la ricchezza del significato che è implicita nel testo
greco: schénos = vaso, nel lessico del Nuovo Testamento
assume il significato di corpo, ciò che contiene l'anima.
La condizione
di "Vasi di argilla", sottoposta a tutte le contraddizioni di
cui parla l'apostolo, apparentemente non sembra la più invidiabile
e neanche la più confacente alla condizione di apostolo del Messia
vincitore della morte. Le antitesi dei versi 8-9: "Oppressi ma
non schiacciati, disorientati ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati,
abbattuti ma non annientati" esprimono la situazione esistenziale
dell'apostolo, al limite del crollo definitivo e totale, eppure sempre
tenuto in piedi dalla potenza di Dio che non l'ha abbandonato: si potrebbe
dire che egli è un miracolato.
L'avverbio
"da ogni parte" posto all'inizio della serie dice la
totalità delle persone implicata in un complesso di esperienze
di crocifissione ma non di annientamento, grazie all'intervento divino.
La potenza vivificante di Dio si manifesta dove regna l'impotenza più
mortificante dell'uomo. Da questo brano emerge che ciò che permette
a Paolo di continuare a vivere è solamente il fatto di avere una
missione e il desiderio di compierla. La vita può essere vissuta
con tutte le sue difficoltà solo se si ha uno scopo.

Giacomo Leopardi, uno dei più grandi poeti e scrittori di tutti
i tempi, viveva in una condizione che oggi potremmo chiamare di disabilità,
ma al contrario di San Paolo egli sentiva la disperazione della sua situazione.
Nel suo celebre "Canto Notturno di un Pastore errante dell'Asia"
appare chiaramente che questa disperazione assoluta è dovuta alla
mancanza di un obiettivo, tanto che, persino la luna, simbolo di eternità
e conoscenza, non si sottrae al pessimismo.
"Che fai tu luna in ciel
dimmi che fai silenziosa luna
Somiglia alla tua vita la vita del pastor
Dimmi, o luna, a che vale
Al pastore la sua vita
La vostra vita a voi?
Dimmi ove tende
Questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?"
Questi versi
stupendi nella loro drammaticità sono anche la dimostrazione più
chiara che anche una persona umanamente disperata e senza nessuno scopo
può mettere a fuoco i problemi e le ansie più profonde dell'essere
umano e, proprio in questo, può risultare una grande Risorsa per
tutti quelli che cercano di comprendere il senso della vita.
Infatti è
solo togliendo la maschera del perbenismo e arrivando fino alla più
cupa disperazione espressa nella continuazione di questa poesia: "A
ME LA VITA E' MALE", che si può guardare in faccia la realtà
e affrontarla, sapendo con chi si deve combattere.

E' necessario, a questo punto, chiarire cosa significa combattere
e soprattutto con chi si deve combattere. La menomazione fisica o psichica
deve essere per quanto possibile curata con appropriate terapie ma, proprio
per questo, non deve essere demonizzata. Non si deve cercare di cancellare
a tutti i costi i deficit della persona, anche perché così
si rischia di cancellare l'identità stessa di quel soggetto. Il
vero nemico della persona con deficit è il senso di impotenza e
la disperazione, cosi ben descritta da G. Leopardi. Fra l'altro, come
aveva intuito molto acutamente il poeta di Recanati, il pessimismo e il
senso di inutilità della vita non appartengono solamente a quelle
persone che vengono considerate più sfortunate, ma sono sentimenti
umani provati da tutti.
Nel secondo
capitolo del Vangelo di Marco troviamo un episodio che evidenzia nella
maniera più netta questa realtà: "Al paralitico
che viene portato con grande fatica davanti a Gesù, il Signore
rimette i peccati ". La successiva guarigione è soltanto
un segno per i Farisei che non ammettevano l'autorità di Cristo
di perdonare in nome di Dio. È il peccato la vera malattia da cui
quell'uomo deve essere liberato; il peccato non è prima di tutto
una questione morale, ma è una questione ontologica; è la
lontananza più o meno consapevole dell'uomo da Dio e dagli altri
uomini.
San
Paolo, nella Lettera ai Romani, può affermare che tutti hanno peccato
e sono privi della gloria di Dio proprio perché il peccato, oltre
a essere una libera scelta, fa parte della condizione umana.

Disperazione, mancanza di senso della vita, peccato sono tre espressioni
che portano verso un'unica realtà. La persona disabile ha incarnato
per molti secoli e in diverse culture queste idee negative, è stata
considerata lo STIGMA di queste identità. Eppure, nonostante questa
mentalità fosse largamente diffusa, in migliaia di anni accanto
a essa troviamo un'altra concezione del deficit e della menomazione, una
specie di pensiero parallelo che, anche se non è mai stato dominante,
ha avuto un'influenza profonda nella cultura occidentale ebraico-cristiana.
Nel libro
del profeta Isaia, troviamo il quarto canto del Servo del Signore in cui
il Profeta, parlando di una figura non meglio precisata, di una sofferente
che solo agli occhi di Dio è un virgulto mentre agli occhi umani
è disprezzato e considerato colpito dal Signore per i suoi peccati,
arriva ad affermare : "dalle sue piaghe siamo stati guariti".
In questa concezione la persona disabile è autenticamente "risorsa
di vita", in quanto fa risorgere la vita in chi le si pone accanto
senza pregiudizi negativi.
La menomazione,
come qualsiasi altra povertà, riconduce l'uomo all'essenziale,
alla vera gioia, alla vera speranza ed anche alle preoccupazioni più
autentiche, facendo cadere tutti i falsi problemi che la nostra vita ci
presenta; questo non è solo un discorso di fede che vale per chi
crede in Dio onnipotente e misericordioso. Le testimonianze di persone
disabili che sono diventate, grazie al proprio ingegno e la propria arte,
"risorsa di vita", ci dicono che in molti casi basta sapere
contemplare la bellezza del creato e avere gli strumenti intellettuali
e gli aiuti concreti per diventare fonte di piacere e di gioia.

"A volte penso che, da lassù, qualcuno mi abbia salvato
dall'essere normale" dice il celebre pianista Michele Petrucciani,
colpito da osteogenesi imperfetta, malattia nota come "ossa di vetro",
il quale dichiara ancora: "La mia filosofia è divertirmi
davvero. E non lasciare mai che qualcosa mi impedisca di fare quello che
voglio". Da parte sua, il grande jazzista Ray Charles, cieco,
che ha sviluppato un metodo tutto personale di comporre e arrangiare a
memoria, raccontando poi le diverse parti ad un copista una ad una , dichiara:
"Oggi semplicemente vivo".
Questa carrellata
di personaggi celebri che, colpiti da qualche deficit, hanno raggiunto
la vetta dell'arte, della poesia, della musica, potrebbe sembrare quasi
un oltraggio a tanti disabili che non hanno avuto le stesse opportunità.
Ma bisogna anche considerare le cose da un altro punto di vista: ogni
persona ha in sé la potenzialità di creare, esistono tantissime
e diverse modalità di creare.
La poesia, l'arte in genere, sono una di queste forme di creazione.
Ogni persona,
a prescindere dalle proprie capacità, è una risorsa di vita.
Quante volte ho sentito dire da persone che avevano iniziato a fare volontariato
con soggetti in difficoltà anche molto gravi, che avevano ricevuto
molto di più di quello che avevano potuto dare! Anche chi non dà
apparentemente niente, con la sua semplice presenza può essere
sorgente di vita per molti, ai quali è richiesto solo di accostarglisi
e stargli quotidianamente vicino anche solo per poco tempo.
L'incontro con l'altro fa sorgere la coscienza di se stessi. Non è
il pensare a se stessi che fa scoprire chi si è.
Se guardo il tuo cielo opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cos'è l'uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell'uomo perché te ne curi?
(Salmo. 8, 4-5).

Soltanto guardando fuori di sé, si può arrivare a farsi
le domande su "cos'è l'uomo".
Ma anche nella tradizione filosofica, soprattutto quella socratica e platonica,
il dialogo, il confronto con l'altro è un elemento essenziale per
procedere verso la verità.
Questi richiami della Bibbia, a Socrate e a Platone non sono un superfluo
sfoggio di cultura ma rappresentano un necessario ritorno alle origini,
alle fonti della nostra civiltà. Recentemente una sentenza della
corte costituzionale francese ha praticamente stabilito il "diritto
a non nascere", accordando a chi è nato con qualche deficit
il risarcimento del danno di essere vivo invece di essere stato abortito.
Questa deriva etica-culturale, prima ancora che giuridica, dimostra il
clima di superficialità per cui, se una vita è menomata,
non vale la pena di essere vissuta, anzi deve essere evitata accuratamente
a tutti i costi. Fortunatamente il Parlamento d'oltralpe è intervenuto
subito con una legge che soccorre la vita menomata, invece che assecondare
la suggestione della morte.
"Ogni
persona ha la sua vita: c'è la vita del bimbo e quella del vecchio,
c'è quella del povero e quella del ricco, c'è quella dell'abile
e quella del disabile. Ma nessuna vita è meno vita, nessun uomo
è meno uomo da quando è concepito a quando muore."
Magistrato G Anzani, 3 Febbraio, XXIV giornata della vita

Proprio per ricordare questa verità fondamentale, la presenza
delle persone con deficit diventa importante. Come una sorgente d'acqua
in montagna è sempre disponibile per chi è disposto a salire
a lei per sentieri tortuosi, così le persone in difficoltà
sono autentiche sorgenti di risorse di vita, per chi ha la pazienza e
il desiderio di accostarsi a loro.
Anche l'eventuale
loro disperazione può insegnare molte cose, soprattutto a chi crede
di poter vivere un'esistenza tranquilla e indifferente. L'anelito di vita
è più forte là dove quest'ultima è più
debole e quando la capacità di agire viene quasi a mancare, allora
la facoltà di desiderare può prendere il sopravvento e portare
l'uomo verso mete insperate.
"Fatti
non foste a vivir come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza."
(dott.
Stefano Toschi)
sttosch@tin.it
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