|
INTERVISTA
Al
Direttore della casa circondariale
Dr. Pietro Buffa
di
Ornella Favero
Un'intervista a Pietro Buffa, Direttore del carcere "Le Vallette"
di Torino, sui paradossi che produce un eccesso di regolamentazione e
sull'esigenza di trovare un modo diverso di regolare la vita in carcere.
Torino, gennaio
2002
"Quando
in carcere si cerca di regolamentare ogni cosa, l'inflazione di norme
e regole non può che determinare il non rispetto delle stesse."
Partiamo subito dal nodo centrale del problema: in un suo articolo, pubblicato
sulla rivista Animazione Sociale, lei sostiene l'opportunità di
un maggiore spazio alla discrezionalità per gli operatori penitenziari,
nella gestione degli istituti di pena, e la necessità di ridurre
invece l' "iperregolamentazione" e gli estremismi della tutela,
quelli per i quali, ad esempio, nei confronti di un detenuto che ha tendenze
suicide si opera con la logica del "Vuoi suicidarti? Ti privo di
tutto". Ma la discrezionalità che lei auspica non potrebbe
determinare anche un maggiore rischio di comportamenti arbitrari?
La
riflessione che ho fatto nasce dalla lettura del libro "Il carcere
trasparente" dell'Associazione Antigone: loro fotografano bene
la realtà carceraria, ma con i limiti determinati dal fatto di
lavorare soprattutto con dati non omogenei, scientificamente spuri. Da
questa fotografia, viene fuori una forte disomogeneità all'interno
della struttura penitenziaria, per cui si dice che ogni carcere è
una Repubblica a sé.
Un secondo
elemento lo ricavo dalle cose che dice uno studioso di questi temi, Claudio
Sarzotti, che ha scritto un articolo sul fatto che il legislatore, per
certi versi, e il personale di riflesso, per altri, nutrono una reciproca
sfiducia. In particolare è il direttore che, proprio per il tentativo
di ottenere il massimo delle garanzie all'interno delle strutture penitenziarie,
cerca di regolamentare ogni cosa. Però l'inflazione di norme e
regole può paradossalmente determinare il non rispetto delle stesse,
da un lato; ma dall'altro, ancora peggio, il fatto che gli operatori penitenziari
possano vivere questa specie di cappa di regole minuziose come un rischio
perenne, quello di non sapere esattamente se sono nel giusto o nello sbagliato.

Questo determina
un blocco operativo, mentre la discrezionalità è quella
che invece ti consentirebbe di vivere in modo decente la relazione tra
custode e custodito all'interno di un contesto detentivo. Posso raccontare
casi emblematici, dal punto di vista degli "estremismi della tutela",
come quello del detenuto che s'è ammazzato con la bomboletta del
gas: per l'amministrazione penitenziaria, se uno s'ammazza con la propria
cintura è un problema, se si ammazza con la bomboletta non è
un problema. Questo perché la cintura consentita, nelle circolari
ministeriali, viene descritta come "di modiche dimensioni",
ma il problema è: chi stabilisce, nel momento in cui c'è
un morto appeso, se quelle "modiche dimensioni" erano quelle
giuste? Altra cosa è invece se il detenuto si è servito
di una bomboletta, semplicemente perché l'uso dei fornelli è
consentito dal Regolamento di esecuzione
Abbiamo anche altri casi paradossali, dove se un detenuto tenta il suicidio
con la varechina, poi la varechina viene tolta a tutti, privando le persone
di un fondamentale mezzo per mantenere l'igiene in un luogo fortemente
a rischio come il carcere. Ma allora come si esce da questa situazione?
Per quello
che riguarda i casi di autolesionismo, ho trattato questi temi in un articolo,
dal titolo, "Il problem solving, in ambito penitenziario, in materia
di contrasto al disagio psichico: ipotesi per la costituzione di gruppi
di attenzione", che uscirà sulla rivista "Il reo
e il folle".
Sono partito
da una struttura sclerotizzata, come quella che c'era in questo carcere,
e che descrivo in questo modo: se un tizio si fa un taglio al braccio,
siamo arrivati ad un tale livello di ansia e di preoccupazione che il
medico, la prima cosa che fa, lo mette in isolamento e guardato a vista,
e a volte gli toglie tutto, anche gli abiti. Ma più ci sono allertamenti
di questo tipo, più complichi la questione, e poi non riesci a
"sminarla", perché se ti dicono "quella persona
è a rischio", quello rimane a rischio sempre
chi lo
toglie più dalla sua situazione?

Ho tentato
di fare il discorso ipotetico di un Pubblico Ministero che si trovasse
a riflettere, per esempio, su di un suicidio. Una persona che si era procurata
dei tagli, che viene messa a grande sorveglianza e poi, ad un certo punto,
si ammazza.
Di fronte
a questo, oggi come oggi, le questioni vengono lette sulle carte che si
sono prodotte: cioè, se il detenuto era in grande sorveglianza
o non lo era, se lo guardavano o no, se il provvedimento è stato
scritto o meno. Se, a un certo punto, il Pubblico Ministero, di fronte
alla dura realtà di un morto, dice: "Scusate, l'avete messo
a grande sorveglianza, ma
che cosa vuol dire? Vuol dire che l'agente
lo guardava un po' di più? Troppo poco! Ogni tanto andava anche
a parlargli lo psicologo? E il risultato di questo colloquio, dove viene
riportato? Da nessuna parte?
questo non va bene!".
Quello che
io ho invece tracciato è un percorso logico per costruire, e non
sulla base delle carte e della burocrazia, un intervento serio, che certo
può ugualmente arrivare all'esito maledetto e infausto della morte
di una persona, perché partiamo comunque dal fatto che una persona,
se si vuole uccidere, lo fa. Ciò che io devo dimostrare però
non è di aver messo a posto le carte, ma di aver fatto tutto quello
che era umanamente possibile fare in modo serio, con le risorse che avevo.
Vi spiego
ora che cosa sono questi "gruppi di attenzione", partendo anche
qui da un esempio pratico: la Direzione scrive al Provveditorato dicendo
che tizio si è fatto del male e, nel frattempo, riferisce la stessa
cosa alla Direzione sanitaria, all'Ufficio educatori e agli esperti e
mette il soggetto in grande sorveglianza.
Facciamo
finta di essere operatori di specie diverse, un medico, uno psicologo,
un'educatrice, e che abbiamo Mario Rossi con dei problemi. Ognuno di noi
ha visto la sua storia, ma tra di noi non ci parliamo, compiliamo delle
carte, dicendo che ognuno deve stare attento, ma da questo a dire che
ci stiamo occupando "davvero" di Mario Rossi ce ne passa
Allora, cominciamo
a occuparcene invece realmente, e non "sulla carta": o tu lo
vai a sentire, o incarichi altri operatori, a seconda della soglia di
difficoltà, e valuti se il caso è realmente serio, o se
invece è stato determinato da un motivo di poco conto come un pacchetto
di sigarette non dato, e poi ti accerti se questa persona è conosciuta
da tempo come problematica. L'importante è che qualcuno parli con
questa persona. Dopo che ci ha parlato, però, bisogna fare il percorso
inverso, cioè che chi gli ha parlato mi riporti quello che si sono
detti, in modo che possiamo discutere della questione.
Una volta
che questo sistema si è attivato, allora possiamo decidere: o è
un caso sporadico, puntiforme nell'ambito di una vicenda detentiva, che
può non avere importanza, oppure decidiamo che è un caso
grave. A questo punto, l'Ordinamento Penitenziario ci dà un possibilità,
che è quella di aprire un gruppo di lavoro, un'équipe, che
studia il caso e decide di proporre qualcosa, che può essere all'interno
del carcere, o può essere anche l'uscita dal carcere, dichiarando
che la persona non è in condizioni tali da essere compatibile con
la detenzione.
Questo, secondo
me, significa riappropriarsi di una discrezionalità, ma può
anche darsi che, mentre noi proviamo a fare qualcosa, Mario Rossi decida
di farla finita, questo sì. Noi, comunque, dimostriamo due cose:
che un atto formale è stato rispettato, perché è
stato organizzato un sistema di comunicazione e d'attenzione sulla persona
ma, aldilà di questo, che per certi versi purtroppo potrebbe bastare,
possiamo soprattutto dimostrare che delle persone sono partite dalle loro
sedi e sono andate da Mario Rossi, per parlare con lui, poi si sono ritrovate
ed hanno cominciato a discutere su quello che si poteva fare o non fare.
Quando io
sono andato a discutere di queste cose con gli operatori, una delle obiezioni
venute fuori è stata: "Sì, ma tu mi stai dando la responsabilità
di fare questa cosa
". Certo, ti sto dando una responsabilità,
ma comunque si tratta di una responsabilità che era già
assicurata, tutelata in partenza, perché il piano formale è
rispettato, nel senso che il primo che lo vede, se questa persona si fa
del male, è il medico, il quale comunque disporrà la grande
sorveglianza e le questioni sanitarie. Io ti sto chiedendo un'altra cosa,
che non presenta particolari responsabilità, e il fatto che tu
lo fai non ti mette in una condizione di difficoltà: tu devi solo
andare a parlarci e riportare indietro i dati, per discuterne. Questo
ha convinto, è servito a far calare le ansie di molte persone.
La discrezionalità, nella vita di un carcere, significa che un
detenuto non sa esattamente a che tipo di pena va incontro, che "qualità"
avrà il tempo della sua pena, perché se capita a Padova
o a Torino è un conto, se capita a Palermo o a Sulmona è
un altro conto. Allora, il discorso della discrezionalità potrebbe
andar bene se ci fosse un difensore civico, una "persona terza",
che in qualche modo controlli il tutto. Altrimenti la discrezionalità
funziona dove c'è un direttore, una struttura ed un personale di
un certo tipo, ma in altri istituti la discrezionalità potrebbe
tradursi in una "qualità del tempo" disastrosa per i
detenuti
Prendiamo
atto che ciascuno di noi è soggetto a "variabili discrezionali",
nel mondo del lavoro, nella famiglia: il fatto di nascere a Torino, o
di nascere a Palermo, sono due cose diverse, quindi c'è una relatività
che sta nelle cose umane. La discrezionalità sarebbe comunque pericolosa
se fossimo nel carcere anni '50, quello che poi, cinematograficamente,
è stato rappresentato da quel bellissimo film di Alberto Sordi
che è "Detenuto in attesa di giudizio". Oggi,
però, con tutti i limiti, siamo in una situazione in cui un detenuto,
anche con strumenti non particolarmente evoluti, un "medio detenuto",
se ha un problema può effettivamente scatenare un caso. Allora,
io intravedo che si creerà una sorta di marketing penitenziario,
con valutazione delle caratteristiche delle singole carceri: già
adesso i detenuti ti sanno dire se quello è un buon posto o un
cattivo posto, ti sanno dire se quella regione ha un distretto con un
Tribunale di Sorveglianza di un certo tipo o di un altro tipo.
La domanda del detenuto si deve incontrare con una offerta di opportunità
da parte del carcere, e quanto più bassa sarà questa offerta,
tanto più la domanda sarà forte e rumorosa, oppure non forte,
ma pericolosa.
Tra i detenuti ci sono quelli "deboli" e quelli "forti"
e, in un regime nel quale la possibilità di negoziazione è
alta, anche questo rappresenta un problema. Ad esempio, in una Casa di
Reclusione, il detenuto italiano che è in carcere da dieci anni
ha in qualche modo un potere di negoziazione, sa quello che vuole e come
tentare di ottenerlo. Ma in quella che viene chiamata la "scalata
per la libertà", e che lei definisce "la rincorsa per
garantirsi quelle poche opportunità che consentono il miglioramento
della propria posizione detentiva in vista di una chance di inserimento
esterno", il detenuto straniero, per esempio, non ha nemmeno gli
scalini per fare questa scalata. Allora, in un sistema nel quale la negoziazione
è così importante rispetto alla legge scritta, come tuteliamo
il detenuto più debole, anche nei confronti degli altri detenuti,
non soltanto della direzione e della custodia?
Ripercorrendo
un po' gli anni devo dire che, innanzi tutto, gli stranieri sono cambiati
molto all'interno del carcere. Inizialmente erano veramente dei paria,
adesso ci sono stranieri e stranieri: ci sono stranieri organizzati e
stranieri paria. Poi c'è una questione di presenza fisica, perché
dentro le sezioni l'equilibrio è anche un equilibrio numerico.
Noi sappiamo che, se mettiamo, in una sezione, quaranta arabi e dieci
italiani, dopo un giorno i dieci italiani chiedono di andar via.
Certo, la
questione degli stranieri in carcere è uno dei nodi perché,
se prima del '75 trovavamo gli italiani che manifestavano per ottenere
delle cose, oggi potremmo trovare gli stranieri che protestano per ottenere
un miglioramento della loro condizione e l'italiano che ha la funzione
del calmiere
finché gli sta bene di fare il calmiere.
La partita
è quella della liberazione anticipata (n.d.r.: i 45 giorni di
liberazione anticipata per semestre si possono perdere in caso di rapporto
disciplinare): è chiaro che il carcere è un contesto
violento, non tanto per i fatti fisici, perché qui avremo al massimo
una rissa al mese, e sto parlando di qualche persona coinvolta, non di
cinquanta contro cinquanta. La violenza sta in altri sistemi: la spesa,
gli equilibri di sezione
io italiano non mi muovo perché,
se ti vengo addosso, perdo i quarantacinque giorni, però fai attenzione
Oggi la questione
degli stranieri in carcere è gestibile in diversi modi, bisogna
offrire delle opportunità, ma che siano opportunità serie
e, allora, bisognerebbe andare a capire i bisogni di questa gente, a partire
dalla domanda di base: perché viene in Italia? Io non credo che,
su cento persone arabe in carcere, tutte e cento siano venute in Italia
per fare dei delitti, è più probabile che un'ottima percentuale
abbia scelto l'Italia perché gli sembrava un posto dove poter trovare
una vita migliore e, ad un certo punto, si è trovata suo malgrado
invischiata in certe vicende. Partendo da questa realtà, è
possibile pensare ad un inserimento stabile in Italia, oppure dobbiamo
cominciare a pensare in parte a questo e, in parte, ad un rientro degli
immigrati nei loro paesi, che sia un rientro tutelato e gestibile.
Anche rispetto agli stranieri, la discrezionalità e la negoziazione
richiedono dei bilanciamenti: noi citiamo sempre il caso di un detenuto
straniero che, nei primi sei mesi della sua carcerazione, ha avuto centottanta
rapporti. Adesso è una persona straordinariamente inserita e piena
d'iniziativa, fa parte della nostra redazione, ma la sua vicenda è
esemplare. Se il sistema si basa sulla negoziazione, ci devono essere
delle tutele, dei bilanciamenti, come potrebbero essere i mediatori culturali
per i detenuti stranieri.
Questo detenuto
ha preso i centottanta rapporti a Padova, nello stesso carcere dove poi
ha potuto inserirsi, quindi chi ha deciso che potesse entrare nella redazione,
svolgere un certo ruolo e muoversi all'interno del carcere, ha fatto una
scelta assolutamente discrezionale. Perché questa vicenda, raccontata
da un estraneo, potrebbe suonare così: "Soggetto entra in
carcere e, nei primi sei mesi della sua carcerazione, provoca una gran
quantità di disagi, in numero di centottanta episodi".
Automaticamente
noi pensiamo che questo è un disgraziato, ci viene da dire che
questo è da chiudere; invece, nel carcere di Padova, chi aveva
il potere di decidere ad un certo punto analizza questa situazione abnorme
e, in modo altrettanto abnorme, se vogliamo, decide esattamente il contrario
e dice: "Facciamogli fare qualcosa!".
Attenzione,
questo è un ragionamento che spesso viene fatto nelle carceri,
nel senso che a volte si legge nella gravità del caso, si legge
il disagio e si cerca di interpretarlo in modo diverso. E non dico soltanto
da parte delle direzioni, da parte di un direttore più o meno illuminato
o di un ispettore più o meno illuminato, ma parlo anche dell'agente
in sezione, che è esasperato di scrivere tutto il giorno su questo
qua, o di sentirne le urla e gli sbattimenti del blindo.
Ad un certo punto qualcuno dice: "E se provassimo a fare il contrario?".
Così, presumo che qualcuno si sia interessato a lui e abbia trovato
la soluzione giusta.
Questo
è un caso estremo, ma ci sono molti casi di persone che non arrivano
ai centottanta rapporti, che non ottengono niente e il loro caso scompare
nel nulla. Lasciare questa discrezionalità, questa possibilità
di scelta, all'intelligenza di persone più o meno illuminate, ha
comunque dei limiti.
Io non parlo
di "illuminazione", ma di "coscienza", perché
è chiaro che, assieme al discorso della discrezionalità
c'è quello della responsabilità. Oggi perseguiamo molto
l'autotutela, la responsabilità formale, e questo è bloccante.
Apriamo un po' le porte, ragioniamo sulle cose, perché se continui
a leggere le cose per schemi, per autotutela, ti intorpidisci: puoi anche
mettere tutte le carte a posto, ma i problemi ti sfuggono da sotto i piedi.
Intervista
a cura di Ornella Favero
Inizio pagina
|