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Notizie e articoli d'interesse tratti dalla
stampa nazionale anni 2001-2002

 

15/05/02 di M. T. Martinengo

Studenti-attori per i compagni detenuti delle Vallette
Gli alunni della media Morelli recitano in carcere uno spettacolo sulla vita di San Giovanni Bosco

Un'immagine dello spettacolo all'interno del carcereUna mattina speciale, ieri, per i ragazzi della media "Morelli" di via Cecchi e per i bambini di V elementare della vicina "Aurora".
Con due pullman e un buon seguito di professori sono partiti in 110 alla volta del carcere "Vallette"; per andare a rappresentare "In maniche di camicia", una freschissima riedizione torinese "under 15" di un musical spagnolo sulla vita di Don Bosco, allestito in collaborazione con l'oratorio Valdocco e dedicato agli studenti della sezione "Morelli" interna alla casa circondariale e agli altri detenuti che seguono i corsi di istruzione superiore e universitari.
Due, per tutti, i motivi di emozione: l'andare in scena e l'esperienza del varcare i cancelli del carcere. "È venuto da noi il cappellano don Alfredo - ha spiegato Carlo Chiusano, II H - e ci ha raccontato parecchie cose. Ci ha detto che i detenuti vedranno in noi i loro figli, che daremo loro speranza". Cosa aspettersi da una visita tanto speciale? Alfonso Pimpinella, II B, non ha esitazioni: "Mi aspetto di trovare gente che apprezzi il nostro lavoro". Come hanno reagito le famiglie alla proposta dei professori (la stessa esperienza era già stata fatta in passato?) Simona Ianora, II I: "Mi hanno fatto qualche raccomandazione, ma sono tranquilli perché è una iniziativa organizzata dalla scuola".
C'è un attimo di preoccupazione nelle professoresse Daniela Varetto (regista, con Gigi Mondana) e Antonella Isaia, nell'educatore Roberto Romano, quando ci si accorge che manca una cantante solista. Ma è un attimo, appunto: una compagna cubana viene investita del ruolo, poi si parte alla volta della periferia. Arrivati davanti al cancello, si scende: in questa insolita mattinata è una guardia a fare l'appello.
Simona e Fabiana si guardano intorno nel dedalo di stradine grigie rallegrate qua e là da un ciuffo di papaveri: "Si sente la differenza. Meglio star fuori …", è il loro commento. Un po' di ansia c'è. E sul palco non sparisce. Si comincia. "Siamo a Torino, città di don Bosco. E questa è la Torino che lui ama di più: tanti giovani, tante etnie, allegria e sofferenza. Lui era per il gusto agrodolce… Il Vangelo sta dalla parte dei poveri, dei peccatori". Lo spettacolo, tra canzoni, balli, luci colorate dura un'ora e mezzo, ed emoziona tutti: detenuti, guardie, il vice direttore regionale dell'Istruzione, Paolo Jennaco, don Gianni Moribondo, direttore dell'oratorio di Valdocco, i dirigenti scolastici Di Giovanni, Fiorenza, Piovano. Per il giovanissimo don Bosco, Francesco Puzzonia, e per tutti i suoi compagni, una marea di applausi.

 

04/05/02

Usa e Giappone invitati a cessare "questo castigo barbaro".
Il Consiglio d'Europa ha firmato il protocollo per l'abolizione universale della pena di morte

Stanza delle esecuzioni con iniezione letale

Il Consiglio d'Europa ha posto una pietra miliare sul cammino per l'abolizione universale della pena di morte, approvando una nuova norma che la bandisce "in tutte le circostanze" - guerre comprese - e invitando USA e Giappone a cessare "questo castigo barbaro". Ministri degli Esteri e rappresentanti di 36 dei 44 Paesi membri del Consiglio hanno firmato ieri a Vilnius il nuovo testo normativo sul bando alla pena capitale, omologato come Protocollo n. 13 della Convenzione europea sui diritti umani. Fra i firmatari, i Paesi dell'Ue e la maggior parte di quelli dell'Europa centrale e orientale. Non hanno ancora firmato Albania, Armenia, Azerbaigian, Bulgaria, Croazia, Russia, Slovacchia e Turchia.

 

22/03/02

Commissione Giustizia Senato alle Vallette
Troppo pochi gli educatori in servizio

Casa Circondariale di Torino"L'eterno problema continua a essere il lavoro all'interno del carcere. Ci sono progetti per la "detenzione attenuata" che hanno già dato i loro frutti, ma senza lavoro la pena e insostenibile". A parlare è Gianpaolo Zancan, eletto nelle liste dei Verdi e vice presidente della Commissione Giustizia del Senato, che ieri ha visitato il carcere delle Vallette assieme ai colleghi senatori Elvio Fassone (Ds) e Furio Gubetti (Forza Italia).
Il gruppo di parlamentari è stato accompagnato dal direttore Pietro Buffa in una visita a tutti i reparti, ma non alla cella dove è rinchiusa Anna Maria Franzoni, la detenuta più famosa d'Italia. "Per scelta, almeno da parte mia" specifica Fassone.
Unico appunto fatto al carcere: la carenza di educatori. "Sono 6 per 1200 detenuti, è una follia" aggiunge Zancan. Prima del carcere delle Vallette, i senatori della Commissione Giustizia avevano visitato il carcere di Novara. "Ci sono celle con 8 detenuti, siamo al di sotto di qualsiasi standard di civiltà. Lunedì invieremo una segnalazione al ministero" ha detto ancora il vice presidente Zancan. Diversa la situazione delle Vallette, "Dove le celle sono occupate da due detenuti, che possono diventare quattro nelle situazioni di emergenza. Ma questo è un livello accettabile, oltre si va a ledere un elementare principio di civiltà" è ancora il parere di Zancan. "Vogliamo capire il motivo di questo disequilibrio" aggiunge Gubetti.
Per quanto riguarda il problema del lavoro, secondo Fassone "bisogna riuscire a interessare le imprese, avviare meccanismi di decontribuzione".

 

20/03/02, di [al.ga.]

Il Palagiustizia adesso vuole anche le Nuove
Il nuovo tribunale ha sempre più bisogno di spazi

PalagiustiziaDi questi tempi, un anno fa, il trasloco degli uffici giudiziari nella nuova sede di corso Vittorio stava per essere completato e già si parlava del prossimo cantiere per realizzare la sopraelevazione di 12 mila metri quadri su una parte dell'immenso edificio. L'operazione, però, non è decollata. Anzi: continua a non esserci la delibera che deve stanziare i 20 milioni di euro per realizzare il progetto presentato dal Comune al ministero della Giustizia ormai tre anni fa. "I fondi ci sono, assicurati dai precedenti due ultimi guardasigilli - ripetono in municipio - ma devono essere formalmente stanziati e la mancanza di questo atto blocca quelli successivi, a cominciare dalla gara d'appalto che tocca al Comune indire".
Ferma al palo la sopraelevazione, si riparla di soluzioni alternative. La prima: il recupero del vecchio carcere a 100 metri di distanza.
"La destinazione delle Nuove a supporto degli uffici giudiziari è una via percorribile, ma non per trasferirvi la sede dell'Ordine degli avvocati", mette subito le mani avanti Antonio Rossomando, che ne è il presidente. Francesco Saluzzo, che ha governato le operazioni dello storico trasloco e di sistemazione del nuovo palazzo, ammette l'interesse per l'"annessione" delle Nuove, ma esclude che la nuova "soluzione possa essere alternativa a quella della sopraelevazione". Il magistrato aggiunge che anche il Comune e la stessa amministrazione penitenziaria, che ancora la utilizza parzialmente, richiedono spazi da un'eventuale ristrutturazione dell'ottocentesco carcere. Un intervento che richiederebbe in ogni caso tempi lunghi.
"Se quest'idea si concretizzerà conferma Saluzzo - ci vorranno 8-10 anni. Con la sopraelevazione si recupereranno gli spazi per una serie di uffici di polizia giudiziaria e per la sede definitiva dell'Ordine degli avvocati, attualmente ospitata nei locali destinati al Tribunale di sorveglianza. Il riutilizzo delle Nuove servirebbe anche a spostare in centro, vicinissima al Palazzo di giustizia, la sede, ora decentrata, dei giudici di pace".
Lunedì se ne discuterà nella riunione della commissione di gestione dei nuovi uffici giudiziari di cui fanno parte sia Saluzzo sia Rossomando. Vi sono tuttavia problemi più urgenti da affrontare in quella sede. Sembra paradossale, ma a sentire gli addetti ai lavori, non vi è nemmeno un angolino di spazio che avanzi nell'immensa struttura. E allora perché non incominciare a pensare di destinare ad altre attività una parte delle grande aule del seminterrato che si affaccia su via Cavalli? C'è già una proposta di Rossomando: riutilizzare una delle due maxi- aule, mai aperte, per ospitarvi una grande biblioteca di testi giuridici, a disposizione di tutti e il cui allestimento avrebbe un significato particolare nella nuova "fabbrica" della giustizia.

 

19/03/02, di G.Paolo Ormezzano

Il detenuto che diventa sceriffo
Al corso per arbitri tenutosi alle Vallette hanno partecipato 49 reclusi

Un pallone di speranzaAl di là dell'assedio degli organi di informazione intorno, addosso al carcere della mamma di Cogne, oggi alle Vallette sarà una sorta di ultimo giorno di scuola per 49 detenuti, tutti espressi dal settore scolastico del carcere, nonché per 20 agenti ed una agente di polizia penitenziaria, cioè gli iscritti al corso per "arbitro scolastico di calcio".
Una specie di esame: i corsisti assisteranno ad una partita del torneo "Un pallone di speranza", fra studenti esterni e studenti interni al carcere, e poi metteranno per iscritto il loro giudizio sull'arbitraggio. Se tutto andrà bene otterranno per il loro "dopo" un patentino federale apristrada di "arbitro di partite scolastiche". A monte cinque incontri con dieci ore di lezioni nella sala-teatro, tanto lavoro, molta discussione.
Su 49 detenuti ben 31 gli stranieri, specialmente dal Nord-Est Europa: ma nessun problema con la lingua italiana, anche per temi difficili, quesiti ostici. Pare proprio che il calcio abbia una sua koinè. Dietro e dentro all'iniziativa la direzione del carcere (Buffa), la presidenza di calcio e settore arbitrale regionale (Bergesio, Cafo, Viterbo, Sciascia, Malacart), e l'arbitro Trentalange, che ha trascinato da Parma anche l'ex grande arbitro Michelotti.
Per gli incontri didattici, organizzati da Cornaglia responsabile calcistico del carcere, lo stesso Trentalange, suo cugino Massimo, e poi i fischietti Farina, Lops, Ravizza e Rondoletti (donna). Lezioni conclusive quelle sulla burocrazia delle iscrizioni ai corsi più "alti" e su psicologia e comportamento dell'arbitro.
Sempre un'attenzione che quasi si sentiva i pensieri ronzare, e domande schioccanti, e impegno massimo per quiz anche complicati, formulati poi in italiano ostico a un toscano, figurarsi ad un maghrebino o ad un uralico.
L'idea del malfattore che si fa sceriffo è non nuova ma sempre valida, e questi corsi ne hanno visto una applicazione (a parte i corsisti agenti, già sceriffi).
Arbitraggio è legalità, regole, disciplina imposta anche a se stesso, giustizia perseguita sino allo spasimo fisico e mentale. È anche lotta forte, gli arbitri sono 33.000 ma appena 35 sono quelli di seria A e B. C'è stato anche il momento contortino: un dirigente arbitrale spiegava che la vita dell'arbitro arrivato è dura, sempre fuori casa, viaggi continui, famiglia disattesa, e molti di quelli lì in ascolto pensavano che entro pochi minuti sarebbero rientrati in cella. Ma erano sinceramente partecipi dei problemi caldi di chi, per dispensare giustizia anche soltanto (soltanto?!) su un campo di calcio, deve sacrificare qualcosa della sua vita.

 

05/03/02, di Maurizio Molinari

Diritti umani, gli USA «bocciano» l'Italia
Il Dipartimento di Stato: giustizia troppo lenta e violenze della polizia a Genova per il G8

Da NEW YORK. Dettagliate e pungenti critiche al sistema della giustizia italiana sono contenute nel rapporto annuale del Dipartimento di Stato americano sul rispetto dei diritti umani nel mondo, presentato ieri a Washington dal Segretario di Stato Colin Powell. Le obiezioni sollevate nei confronti dell'Italia sono di quattro tipi: i centri di detenzione sono sovraffollati in tutta la Penisola; la lentezza della giustizia porta alla messa in libertà di autori di "gravi delitti"; nelle carceri avvengono episodi di maltrattamento ai danni dei detenuti; durante le manifestazioni le forze di polizia si sono rese responsabili di un "eccessivo uso della forza" contro i dimostranti e le "minoranze etniche". Critiche simili erano state sollevate, anche se in tono minore, nel rapporto dello scorso anno ma, a differenza di allora, questa volta c'è anche un esplicito riferimento ai disordini avvenuti a Genova a margine del vertice del G-8, la scorsa estate. "Ad alcuni dimostranti anti-globalizzazione è stato negato di consultare i loro avvocati" si legge nel capitolo del Rapporto dedicato al nostro Paese, che dedica il maggior spazio alle critiche sulla lentezza della giustizia, enumerandone i dati: dei cinquantottomila detenuti il quarantasei per cento è in attesa di giudizio e rispetto al milione e mezzo di reati denunciati nel primo semestre del 2001 sono stati finora individuati i responsabili solo di trecentomila infrazioni della legge. A condizionare i tempi lunghi, secondo il Dipartimento di Stato, è anche "l'impatto del crimine organizzato sul sistema giudiziario" e fra gli effetti vi sono "processi che non finiscono", come nel caso di Marta Russo, e "criminali che tornano in libertà". Ma non è tutto: bacchettate in arrivo anche per la polizia penitenziaria perché nel 2000 oltre cento detenuti sono morti dietro le sbarre (cinquantasei i suicidi), senza contare gli 839 tentativi di togliersi la vita e i cinquemilaottocento casi di automutilazione. Pur dando atto all'Italia di "rispettare da un punto di vista generale i diritti dei propri cittadini" il Dipartimento di Stato punta infine l'indice sulla pratica dello sfruttamento dei minori "ancora in vigore" con particolare attenzione per "i bambini sotto i quindici anni che lavorano".
L'Italia non figura comunque fra i Paesi maggiormente accusati di violazione dei diritti umani dagli Stati Uniti. In cima alla "lista nera" vi sono Russia, Cina ed Arabia Saudita. A Mosca viene rimproverato l'"uso della tortura" contro i gruppi indipendentisti di alcune province della Federazione e l'"uccisione indiscriminata di secessionisti al di là di ogni legalità" in Cecenia. L'accusa di uso sistematico della tortura "contro i prigionieri" viene sollevata anche nei confronti dell'Arabia Saudita mentre per la Cina l'imputazione è invece quella di sfruttare la campagna mondiale in atto contro il terrorismo per reprimere la libertà religiosa in alcune regioni, come ad esempio il Xinjang, abitato in prevalenza da musulmani. Per quanto riguarda il Medio Oriente il Rapporto imputa ad Israele un "eccessivo uso della forza" contro i palestinesi osservando però che avviene "in risposta ad attacchi terroristici che hanno causato oltre duecento vittime fra civili e militari" per mano di "gruppi terroristici palestinesi compresi alcuni membri delle forze di sicurezza e dei Tanzim di Al Fatah". Fra i Paesi lodati per i progressi fatti spicca l'Afghanistan di Hamid Garzai del dopo-taleban, descritto come un "vero trionfo per il rispetto dei diritti umani".

 

2/03/02, di Marco Nerirotti

I sogni del teppista
Criminalità minorile: storie di estorsioni, spaccio, rapine raccontate dai protagonisti a un magistrato di Napoli

Un bambino gioca con la pistola nei Quartieri spagnoli di NapoliCiro ruba per la prima volta a tredici anni. A sedici è già detenuto per estorsione e spaccio di droga. Una carriera niente male, deve pensare qualche amico suo. Ma questo è Ciro delinquente. Quali sono i passaggi di Ciro bambino che nasce nel disagio, finisce nella devianza e rotola nel crimine? Eccoli. Padre ignoto e madre malata di mente, messo fuori dalla scuola senza tanti scrupoli, finito in istituto, accolto da una nonna amorevole quanto incapace, che lo vizia con la misera pensione. Ciro vuole il motorino? Ecco il motorino. Peccato che glielo rubano e, per farglielo riavere, chiedono un "cavallo di ritorno", un pizzo di trecentomila lire. Basta prenderli di nascosto all'adorata nonna. Glielo rubano un'altra volta, alzano il prezzo del "cavallo" ma gli pongono un'alternativa: "Se ti unisci a noi le cinquecentomila le puoi guadagnare ogni giorno". Ciro - ex bambino del quartiere Scampia - è un "fascicolo" del Tribunale per i minorenni, destinato a passare alle Procure ordinarie. A questi "fascicoli" dà vita - storie e pensieri, ostinazioni e ripensamenti - Melita Cavallo, per trent'anni magistrato minorile, con il saggio Ragazzi senza (Bruno Mondadori editore). Tecnico e meticoloso, concentrato di procedura penale, psicologia e sociologia, Ragazzi senza è scritto con un linguaggio semplice e alla portata di tutti, per far capire origini del crimine, sbarre, perdoni e rieducazione. Ne vien fuori il ritratto del disagio, poi quello della devianza, un mare mosso e cangiante, che non è ancora crimine, mentre il crimine è sempre figlio della devianza. E vengono fuori le risposte del diritto e della società, quelle che talora appaiono facile buonismo e sono invece la via più rapida, e faticosa per chi la deve percorrere, verso il recupero. I ragazzi si raccontano ai giudici. Pietro, 16 anni, famiglia regolare, studente alle superiori, scarso profitto, va con amici maggiorenni a tirar sassi da un cavalcavia. Ci scappa una vittima. Perché l'ha fatto? "Non so", risponde. Il magistrato insiste, e lui va oltre la noia, il vuoto: "Volevo vedere che cosa si prova, se avevo paura oppure no. I miei amici dicevano che avrei avuto paura e non ce l'avrei fatta". Imitazioni, emozioni forti e paura di essere escluso. Ma se quello frequentava la scuola, altri sono veramente gli orfani di una delle strutture fondamentali per la loro vita, dopo la famiglia. Il ritratto che fa la Cavallo è dolente: emarginazione al posto dell'aiuto, rifiuto al posto dell'accoglienza. E allora il ragazzo "zavorra" - mortificato, sospeso, respinto, umiliato - può sorridere grato e dire: "Signor giudice, meglio a Nisida che a scuola". Perché Nisida è il carcere minorile napoletano, dove non ti etichettano e, piuttosto, ti spingono avanti. Era l'anno scolastico 1977-78. Due alunni di una media bruciarono alcune suppellettili: furono sospesi per tutto l'anno. Il che andavano contro un diritto stabilito dalla Costituzione, ma ne faceva due buone prede per chiunque offrisse loro un'alternativa. Nessuno si era soffermato a chiedere perché. Forse avevamo esagerato perché, di fronte a certe richieste d'aiuto inascoltate, è davvero meglio Nisida? Si raccontano, i ragazzi. Lo fanno anche scrivendosi fra loro, da un quadrato di sbarre all'altro, prima del processo. E proprio quel carteggio diventa elemento di fondo in un processo per l'assassinio di un commerciante durante una rapina. Sono in quattro, vivono in un quartiere a rischio e lo rivivono nella corrispondenza: l'unica coesione è lo sballo, non c'è traccia di sentimenti, nostalgia della famiglia, accenno a una ragazza. C'è l'esaltazioni di spinelli e impennate con la moto. E c'è bisogno di qualche soldo e questi soldi può averli un negoziante. Il leader procura una pistola, ma è doveroso esserci tutti, con i passamontagna, a sentirsi forti. La vittima reagisce e chi impugna l'arma, impreparato, sorpreso, spaventato, preme il grilletto. Il gruppo e lo sballo. Il gruppo e l'eccitazione che li lega non per affetti ma per comunanza di disagio. Come gli altri quattro che vanno a vedere un film porno, escono, trovano una ragazzina debole mentale e traslocano le molestie verbali in uno stupro di gruppo, dove il più timido e introverso, se non vuol esser messo fuori dal branco, deve almeno partecipare tappandole la bocca. Orrore, certo. Ma è altrettanto orrore il muro che gli inquirenti trovano nel quartiere. Il silenzio, l'omertà, l'essere altro rispetto alla stato, alla convivenza, alla comunità. Omertà da parte di chi domani potrà essere la vittima di ciò che ha coperto. Nessuno giustifica determinati gesti, ma se ne cerca spiegazione. La Cavallo ricorda che quando un giovane "pentito" (esistono già anche fra i minori) lascia il clan, dice testualmente: "io non appartengo più". E' cessata un'identificazione di ruolo, ma con chi? Con lo stesso mondo che aveva incontrato Ciro. In un test su 300 bambini (160 maschi e 140 femmine), il camorrista viene raffigurato come un leone, una volpe, un giaguaro, un lupo, un orso. Altri minori, di quartieri residenziali, più che eroismo, regalità o astuzia, vedono la pericolosità: ecco allora falchi, pipistrelli, vipere. Il libri di Melita Cavallo non è l'atteggiamento comprensivo generalizzato di un giudice verso le persone che ha dovuto giudicare. E' lo sguardo più ampio sui mondi che li hanno generati, accolti, spinti, utilizzati e cristallizzati nel crimine. Ma non tutti. C'è la vera storia di Rita Atria, che tutta la sua fiducia regala a Paolo Borsellino e si butta dal settimo piano quando viene a sapere che quel faro gliel'hanno fatto saltare in aria. E ci sono quelli che -fra carcere, perdoni, affidi in prova, lavori a favore della vittima- ce l'hanno fatta:
"Quella vita non faceva per me. Io voglio una casa e una famiglia, non un carcere come casa e i poliziotti come famiglia".

 

2/03/02, di Giacomo Galeazzi

Giri di vite, scompare il Tribunale dei minori
Castelli: ci sono sedicenni che commettono reati paragonabili a quelli degli adulti

ROMA. Tribunale dei minori addio, il governo detta le nuove regole: ieri il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che modifica la composizione e le competenze del tribunale penale per i minorenni. Sarà unificata la figura del giudice che decide su affidamenti, adozioni e decadenza della patria potestà. Via libera dal consiglio dei ministri pure all'innalzamento delle pene, alla restrizione delle attenuanti e all'ampliamento delle ipotesi di custodia caurelare per i minorenni.
I detenuti con meno di 18 anni, una volta raggiunta la maggiore età, passeranno dall'istituto correttivo al carcere. Giro di vite, quindi, sulla giustizia minorile. Verranno istituite presso i Tribunali ordinari e le Corti d'appello le sezioni specializzate nelle questioni legate al diritto di famiglia e minore. Su proposta del Guardasigilli, il governo ha approvato ieri il disegno di legge delega, mentre l'opposizione e gli operatori sociali dichiarano guerra alla riforma. «La riduzione della pena - spiega il ministro della Giustizia - non sarà più di un terzo ma di un quarto. E' una stretta per l'aumento della criminalità minorile. Ci sono ragazzi di 16, 17 anni, che commettono reati paragonabili in tutto e per tutto a quelli commessi dagli adulti». L'attuale impianto penalistico per minori, secondo Roberto Castelli, è calibrato su un tipo di delinguenza che non esiste più. «Cambierà tutto perché serve una rivoluzione nei tribunali per minori - precisa il Guardasigilli - non pretendiamo di eliminare gli errori giudiziari, ma cerchiamo di ridurre i drammi familiari. Non potevamo chiudere gli occhi davanti ai recenti casi di cronaca nei quali ci sono stati interventi dei tribunali su bambini in tenera età, sottratti alle famiglie». La strada imboccata è quella dell'unificazione delle competenze civili in materia di famiglia e minori, attraverso sezioni specializzate presso i tribunali ordinari composte unicamente da giudici togati. Gli esperti, invece, saranno solo consulenti del giudice, che torna alla sua funzione giurisdizionale. Sì, dunque, a collegi giudicanti formati esclusivamente da magistrati togati e non più da giudici ed esperti esterni come psicologi, criminologi, assistenti sociali: figure professionali, «retrocesse», a consulenti esterni ed escluse dal collegio giudicante. La riforma varata ieri prevede, inoltre, una procedura più snella, che tende a realizzare il contraddittorio tra le parti e il coinvolgimento dei genitori nelle procedure di affidfamento dei figli minori, nei casi di separazione e divorzio. «E' sconcertante come vengano cancellate 70 anni di cultura minorile», tuona l'Associazione giudici minorili che chiede di essere ascoltata in commissione giustizia e bolla la riforma varata dal governo come un'involuzione che privilegia gli adulti e non fa un buon servizio ai bambini. Al centro delle critiche la decisione di eliminare la «componente onoraria», ossia psicologi, neuropsichiatri infantili, pediatri e criminologi che affiancano i giudici minorili e hanno un ruolo fondamentale in quanto «occuparsi di bambini non è la stessa cosa che occuparsi di diritto societario». Una svolta che, secondo l'Osservatorio dei minori, appaga la richiesta di sicurezza ma stravolge la scienza: «è assurdo dire che i soggetti in età evolutiva devono essere giudicati come veri e propri criminali». Anche il centrosinistra boccia la «rivoluzione»di Castelli. «Inasprire le norme penali per i minori è pericoloso e non riduce la criminalità - sottolinea Paolo Cento, vicepresidente della commissioine Giustizia della Camera - è una decisione demagogica , che sarà contrastata con forza perché in contrasto con tutte le politiche europee tese al recupero e al reinserimento della devianza minorile nella società». Contrario pure il presidente del Cnca, il coordinamento delle comunità di accoglienza, don Vinicio Albanesi. «E' un errore enorme ridurre gli sconti di pena per i minori - accusa - al governo non interessa la vita dei giovani "delinquenti" ma soltanto la difesa della società del benessere. Tocca, poi, a noi del "non profit" raccogliere i "rifiuti", fuori da ogni sistema di integrazione e sostegno. Arriveremo presto, come negli Usa, a rioni blindati e se un "figlio di papà" incapperà nella legge, ci penseranno gli avvocati di grido, magari deputati, a inventare qualche attenuante, dicendo che sono immaturi, con buona pace di tutti».

 

16/02/02, [c.giac.]

Ferrante Aporti a misura di ragazzi
Carcere minorile, progetto di riqualificazione

Si torna a parlare di riqualificazione del Ferrante Aporti: ieri, il sottosegretario alla Giustizia, Michele Vietti, ha visitato il carcere minorile e discusso con il sindaco Chiamparino e il consigliere regionale Casta del progetto che dovrebbe dare un volto nuovo, più funzionale alla struttura che da opificio settecentesco divenne, quasi duecento anni fa, sotto Carlo Alberto, casa correzionale per i giovani sbandati. Vietti e il sindaco, accompagnati da Rosario Priore, l'ex giudice istruttore della tragedia di Ustica che adesso è direttore generale della giustizia minorile, dal direttore del Ferrante Aporti, Domenico Arena, dal comandante, l'ispettore Tralli, ha fatto un giro per il carcere che ospita trenta ragazzi: ventidue maschi e otto femmine. Un quinto, 5 giovani e una adolescente, sono italiani, gli altri stranieri: maghrebini, albanesi, slavi. Sono finiti nella struttura di corso Unione Sovietica per furto, rapina, spaccio di droga, l'ultimo ingresso, quello di un bielorusso. Tra i cinque italiani c'è Omar, il complice di Erika nell'eccidio di Novi Ligure. "In genere - hanno spiegato i responsabili del carcere a Vietti - il periodo di detenzione medio va dai 3 a 6 mesi, la maggioranza dei detenuti, purtroppo, tende a tornare". L'unico recluso a lungo termine, Omar: deve scontare 14 anni, rimarrà qui sino a quando diventerà maggiorenne, dopo di che sarà trasferito in un penitenziario normale. Dopo la visita, Vietti, Priore, Chiamparino hanno discusso del progetto (si chiama Urban 2) elaborato dall'architetto Burdese che dovrebbe trasformare radicalmente il Ferrante Aporti secondo gli intendimenti del ministero del ministero di Grazia e Giustizia, gli enti locali e l'università che l'11 maggio scorso hanno firmato un accordo per costruire nella vasta area di corso Unione Sovietica 327 una serie di strutture: museo e centro permanente sul diritto minorile, laboratori e atelier, corsi di laurea in servizio sociale e in programmazione delle politiche e servizi sociali, la formazione di un polo universitario per studenti detenuti. Ovviamente, sarà edificata anche una prigione capace di 36 posti maschili e 12 femminili e un centro di prima accoglienza per 10 ragazzi e 6 ragazze. Costo dell'opera, attorno ai 30 milioni di euro (58 miliardi di lire). "Noi - ha spiegato Vietti - dovremmo concorrere alla spesa per 20 milioni e mezzo di euro (40 miliardi di lire). Sette milioni e 230 mila (14 miliardi di lire) sono a carico dell'università, 1 milione di euro circa del comune. Non possiamo, come ministero, stanziare 20 milioni di euro, altrimenti non resterà più nulla per gli altri istituti italiani. Bisogna pensare a una ripartizione dei costi più razionale. La visita di oggi dà nuovo impulso al progetto".

 

12/02/02, di Paolo Mastrolilli

Troppi innocenti al patibolo
Ricerca negli Stati Uniti

Stanza delle esecuzioniNEW YORK. Innocenti giustiziati negli Stati Uniti? "Con queste percentuale d'errore, è certo che il sistema giudiziario americano ne abbia mandato qualcuno sulla sedia elettrica. E continuerà a farlo in futuro, se non aboliamo la pena di morte o la riformiamo in maniera radicale". Un paese civile non dovrebbe dormire tranquillo, quando ti pesa sulla testa una denuncia come questa di James Liebman, professore di Legge alla Columbia University di New York. Due anni fa Liebman scosse gli Stati Uniti, pubblicando uno studio secondo cui il 70% delle condanne a morte emesse tra il 1973 e i 1995 erano state annullate o ridotte, per gli sbagli delle corti. I "forcaioli" lo attaccarono, dicendo che la sua fatica provava solo l'efficienza del sistema, capace di scoprire e correggere i propri errori. Allora il professore si rimise al lavoro, per condurre un'altra ricerca meticolosa: controllare caso per caso le sentenze di morte rovesciate, per dettagliare gli sbagli e dimostrare l'inaffidabilità del sistema. Questo secondo lavoro è stato pubblicato ieri e il risultato è drammatico, nell'era dei tribunali militari: gli errori nascono dall'incapacità di avvocati e giudici, dall'impreparazione delle giurie, dalle pressione politiche sui magistrati eletti affinché tengano attivo il boia, dalla superficialità nella raccolta e nell'esame delle prove, dagli standard troppo alti imposti alle corti superiori per cambiare le sentenze, e dai pregiudizi razziali. Ma il dato più grave, come ha spiegato Liebman a La Stampa, è proprio quello che risponde alle critiche del suo studio precedente: "La percentuale d'errore nei tribunali di primo grado è del 41%, e quella dei tribunali di ultimo grado è del 40%: quindi il sistema non ha alcuna capacità di correggere i suoi sbagli lungo il percorso degli appelli". La ricerca di Liebman non formula giudizi morali sulla pena di morte, e offre dieci rimedi per aggiustarla, tipo non condannare i ritardati mentali e abbassare la soglia per la revisione dei processi. Ma il professore non è ottimista: "C'è una sola cura sicura: finirla con le esecuzioni".

 

11/02/02

Abbott suicida in carcere

Jack AbbottJack Henry Abbott (nella foto), il detenuto che con l'aiuto di Norman Mailer era diventato all'inizio degli Anni Ottanta un autore di best-seller, si è ucciso in carcere. Abbott è stato trovato impiccato ieri mattina nella sua cella della prigione di Alden, nello stato di New York.

 

11/02/02, di Giacomo Galeazzi

«Giustizia, seguiremo il modello americano»
La " tolleranza zero" del Guardasigilli

Aula di GiustiziaTolleranza zero, il ministro della Giustizia invoca un inasprimento delle pene per rendere più sicure le città. "In Italia il deficit giudiziario è dovuto all'enorme mole di cause arretrate. L'America ci indica la strada da seguire: lo Stato deve innanzi tutto difendere Abele". Aumentare il numero dei detenuti, secondo il guardasigilli Castelli, è il solo modo per far diminuire i reati nella penisola. Contro la microcriminalità, la ricetta di Roberto Castelli si ispira al modello Usa della sanzione progressiva: alla terza infrazione di uno stesso reato minore si spalancano le porte del carcere. Dalla fiera di Verona, sede della "Scuola politica federale" della Lega, il ministro condanna l'inefficienza della giustizia in Italia. "Accanto al debito finanziario - denuncia Castelli - ne abbiamo ereditato uno giudiziario, perciò indispensabile che per i giudici vengano introdotti criteri di funzionalità ed efficienza. La giustizia Usa ci offre al riguardo utilissime indicazioni". L'esempio da imitare è rappresentato dagli Stati uniti, "dove oggi è cresciuto il numero dei detenuti e proprio per questo è diminuito quello dei reati". La sua chiave di lettura del nodo-giudiziario ha provocato subito una ridda di polemiche. "Se ancora non abbiamo un sistema giudiziario efficiente ed equilibrato - afferma Maretta Scoca, presidente dell'Istituto per la tutela della persona - la responsabilità è degli ultimi due guardasigilli Fassino e Castelli che hanno bloccato un progetto di riforma elaborato nel 1998 da una commissione nominata e coordinata dal loro dicastero. Prevedeva esattamente tutto quello che oggi Castelli dice, a parole, di volere: snellimento dei processi e conglobamento in un unico organo delle diverse competenze ora sparse e spesso contraddittorie". Dopo la sua recente visita negli Usa, il ministro leghista ha annunciato ieri di volere riformare la giustizia italiana e di essere rimasto favorevolmente colpito dal modello americano. Nel meeting a porte chiuse del suo partito, Castelli ha riferito il contenuto di un illuminante incontro oltreoceano sul tema della lotta alla criminalità. Un colloquio con un giudice costituzionale americano che gli ha fornito "dati inequivocabili", ossia i successi statistici raggiunti dalla linea della "tolleranza zero". "Nel sistema Usa - spiega Castelli - si individuano tre trattamenti diversi nei confronti degli autori dei reati. Sino alla seconda volta esiste nei loro confronti una disponibilità al recupero, ma alla terza infrazione si butta via la chiave". Il riferimento alla "via americana" come antidoto ai mali della giustizia italiana ha suscitato interesse nella platea ma anche perplessità per le profonde diversità esistenti tra i due sistemi giudiziari. Quello americano, infatti, è federale (con competenza anche sui conflitti tra Stati), statale e locale. I giudici, come i magistrati inquirenti e che rappresentano il pubblico interesse, possono essere nominati dal capo del potere esecutivo, cioè dal presidente degli Stati Uniti, dai governatori, dagli "executives" della Contea o dai sindaci, oppure possono essere eletti. Una peculiarità che suscita critiche poiché, secondo molti, rende i magistrati troppo indipendenti dal potere esecutivo o dalla necessità di essere rieletti. Contro i "punti deboli" del modello Usa, inoltre, punta l'indice da anni anche Amnesty International, in riferimento soprattutto ai quattro Stati (Florida, Indiana, Alabama e Delaware) bollati come più inefficienti nel garantire "un'equa e imparziale giustizia a tutti i suoi cittadini", poiché permettono ai giudici di annullare la sentenza emessa dalla giuria popolare. "Le persone più penalizzate da questo sistema giudiziario - accusa Amnesty - sono i poveri, che non possono permettersi un'adeguata rappresentanza legale". Ma la
"ricetta americana" di Castelli sembra rifarsi pure alla lezione di Rudolph Giuliani, il sindaco - poliziotto di New York che nel '93 si ritrovò una metropoli al collasso, messa in ginocchio dalla microcriminalità. All'insegna dell'ordine, della pulizia e del punto di ferro, dichiarò guerra alle bande dei quartieri a rischio e ai trafficanti di droga, facendo scendere sotto la sua gestione il crimine del 30%. Sull'effettiva efficacia del modello Usa citato da Castelli, però, è in corso un vasto dibattito. Secondo Loc Wacquant, sociologo dell'università di Berkeley, con la "tolleranza zero" si ottiene solo un'impennata dei tassi di incarcerazione e una generalizzazione del controllo sociale, senza alcuna incidenza misurabile sulle cause. "E' un sistema - spiega - che si limita a spostare la delinquenza nel tempo e nello spazio. E' costosissimo in termini di uomini e di mezzi in quanto comporta ogni anno decine di migliaia di arresti, registrazioni trasferimenti e l'eventuale incarcerazione di persone che non hanno violato nessuna legge. Si tratta di misure continuamente contestate davantini tribunali per la loro vocazione repressiva e che si giustificano soltanto in base a considerazioni di tipo mediatico".

 

24/01/02, di Silvia Francia

Il detenuto recita «La libertà uccisa»
Teatro Juvarra, dalle Vallette al Palcoscenico

Teatro Juvarra, "La libertà uccisa"Otto giovani del Progetto Arcobaleno hanno lasciato il carcere e sono andati in scena con uno spettacolo ideato da loro e sul quale hanno lavorato due anni.
Nella finzione scenica, qualcuno ha ucciso la libertà. Nella realtà, uno spazio libero, sia pure provvisorio e di breve durata, se lo sono guadagnati, grazie al teatro, gli otto detenuti-attori che ieri hanno lasciato il carcere delle Vallette per presentare allo Juvarra il loro spettacolo intitolato, appunto, "Hanno ucciso la libertà". Sono tutti giovani (25 - 35 anni) che, nella vita, sono detenuti della struttura a custodia attenuata "Arcobaleno". «Si tratta di una sezione del carcere delle Vallette che ospita persone con problemi di tossicodipendenza e sono tutti coinvolti in programmi di recupero, fondati anche su attività laboratoriale e lo sviluppo della creatività», spiega l'attore e regista Luciano Caratto che, con la psicologa Maria Gabriella Garis, è il promotore dell'iniziativa.
La sortita pubblica allo Juvarra è avvenuta davanti a tanti spettatori: parenti e amici dei detenuti e operatori delle Vallette, ma pure spettatori tout-cour interessati allo spettacolo e, magari, incuriositi da un esperimento teatrale con forte implicazione sociale: tema del quale hanno dibattuto, successivamente, esperti come il direttore delle Vallette Pietro Buffa, lo psichiatra Carmelo Munizza e l'assessore Gianpiero Leo.
Davanti alla platea zeppa, le emozioni dei detenuti-attori si percepivano così "forti e chiare" da diventare quasi tangibili. Effetto collaterale di un'occasione da segnare in calendario, per questi ragazzi di "Arcobaleno": prima sortita dal carcere e prima esibizione, in veste di attori, in un teatro vero, davanti al pubblico. «Per loro, credo, l'emozione più forte riguarda proprio l'aspetto artistico, legato alla recitazione di un testo inventato da loro e nato da un'esperienza di lavoro durata due anni» commenta il trentunenne Caratto che con la Garis svolge pure attività di formazione teatrale nell'ex ospedale psichiatrico di Collegno. Attività artistica, la loro, ma anche sociale, ispirata ad una implicita volontà di "recupero". «Nei due anni di laboratorio all'interno di Arcobaleno, abbiamo lavorato sulle potenzialità che il teatro offre di elaborare, esprimere e liberare le emozioni, ma pure l'esercizio della disciplina, indispensabile per mettere su uno spettacolo, è stato vissuto positivamente da questi ragazzi». Ragazzi che hanno storie burrascose e drammatiche alle spalle, ferite che non cicatrizzano in fretta, tanto che lo spettacolo - che Caratto ha adattato sulla base del "canovaccio" inventato dagli interpreti- è ambientato tra le mura di un carcere e i protagonisti sono i detenuti. Un giallo-comico, ma anche una metafora, per capire chi e in che misura uccide la libertà.
«L'impresa non è stato troppo ardua - ricorda Caratto -. Una volta ottenuto il permesso dal direttore delle Vallette, abbiamo fatto richiesta alla Magistratura competente che ci ha dato l'ok».
Un "premio" per "Arcobaleno", che ha sperimentato la sua prima sortita ufficiale. Certo, l'esibizione in pubblico, fuori dalle mura del carcere, resta un evento, ma la contaminazione tra attività sceniche e mondo carcerario è costante e feconda. A Torino non mancano promotori del lavoro teatrale dietro le sbarre, artisti che da anni operano nelle strutture di detenzione: da Claudio Montagna a Ornella Gaido e Riccardo Gili.

 

19/01/02, di Giorgio Ballario

Uffici giudiziari nelle carceri Nuove
Proposta del ministero della Giustizia per la vecchia struttura

Vietti e Chiamparino in visita alle NuoveUn grande contenitore per ospitare gli uffici giudiziari che sono rimasti al di fuori del nuovo Palazzo di Giustizia. Potrebbe essere questo il destino delle carceri "Nuove" di corso Vittorio Emanuele, la monumentale struttura ottocentesca che per più di un secolo ha ospitato migliaia di reclusi torinesi e da circa vent'anni è in stato di semi-abbandono.
La proposta arriva dal ministero della Giustizia, ente proprietario dell'immobile, e ieri il sottosegretario Michele Vietti ha illustrato il progetto di massima al sindaco Sergio Chiamparino e alle più alte cariche della magistratura subalpina.
Per il momento abbiamo fatto solo un sopralluogo esplorativo - spiega Vietti - anche se esiste una bozza stilata dal Provveditorato degli istituti di pena ed è stato fatto un piano preliminare di fattibilità per il trasferimento di tutti quegli uffici giudiziari che si trovano ancora al di fuori del Palagiustizia.
All'interno della vecchia casa circondariale al momento rimangono soltanto una cinquantina di detenuti in semilibertà, oltre a una caserma per gli agenti di polizia penitenziaria in via di smantellamento. Quando l'intera guarnigione verrà trasferita alle Vallette, secondo il progetto ministeriale del Dap (Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria) nei 37 mila metri quadrati delle "Nuove" si potrebbero trasferire gli uffici del Tribunale di Sorveglianza (ora in via Bologna), la sede dei Giudici di pace (al momento si trovano in un'ex scuola alle Vallette), il Centro di elaborazione informatica, le aule per la preselezione degli uditori giudiziari e la sede degli uffici giudiziari.
Vista la contiguità con le ex officine Ogr e con l'area dove sorgerà la nuova biblioteca, ulteriori spazi verrebbero poi messi a disposizione del Comune per creare un centro polifunzionale.
La proposta del ministero è interessante- commenta il sindaco Chiamparino- quella delle "Nuove" è un'importante area di cerniera con la Spina centrale che verrebbe ancor più valorizzata dalla ricongiunzione di tutti gli uffici giudiziari che ora sono sparsi per la città. In caso contrario fra un paio d'anni l'intero immobile cadrebbe in rovina.
Di costi non si è ancora parlato, ma gli esperti del ministero azzardano che la riqualificazione delle "Nuove" potrebbe richiedere un investimento di 30-35 miliardi di lire (circa 18 milioni di euro), più o meno la stessa cifra necessaria per la prevista sopraelevazione del Palazzo di Giustizia. Con la differenza sottolinea Vietti che negli 8 mila metri quadrati sopraelevati non troverebbero comunque posto tutti gli uffici giudiziari decentrati, mentre alle "Nuove" lo spazio non manca di certo.
I magistrati presenti all'incontro hanno preso nota del progetto ministeriale ma si sono riservati di dare una risposta in un secondo tempo, quanto si sarà riunita la Commissione che sovrintende alla gestione degli uffici giudiziari. Per il momento si tratta soltanto di un progetto preliminare, per non dire di fantasie - è il commento "a caldo" del procuratore capo Marcello Maddalena - tuttavia che il Palazzo di Giustizia ci vada già stretto è un dato oggettivo, che va preso in considerazione.

 

18/01/02, di [r.p.]

Giovani e carcere

Mercoledì 23 e mercoledì 30 gennaio al Centro Interculturale di Via Fratina 11 si svolge, nell'ambito del progetto "Giovani e Carcere", il seminario "Reclusione e risorse" organizzato dalla cooperative Sensibili alle foglie. Al seminario seguirà, lunedì 4 febbraio dalle 20,30 alle 22,30, una conferenza sui temi del carcere, condotta da Pietro Buffa, il direttore della Casa Circondariale Le Vallette, affiancato dai responsabili del progetto.
Il progetto che è partito il 4 dicembre con una mostra di riproduzioni in gesso di monumenti e architetture torinesi realizzate in carcere, prevede sia "Proposte per ragazzi" rivolte agli studenti della scuola media superiore, sia "Proposte per gli adulti". I due appuntamenti del seminario di gennaio seguono proprio questo secondo percorso rivolgendosi a insegnanti, dirigenti scolastici, operatori sociali, con la finalità di decostruire le barriere culturali e i pregiudizi che rendono difficile il dialogo necessario tra mondi reclusi e società. L'orario dei lavori è dalle 17 alle 20 ed è previsto un numero di venti partecipanti massimo.
Nella conferenza di Pietro Buffa si avrà l'occasione di approfondire il percorso "Giovani e Carcere" e di affrontare alcuni temi quali l'esecuzione della pena, la carcerazione e le possibilità alternative, lo stato delle carceri in Italia e la loro gestione. La conferenza è rivolta principalmente ai docenti e ai genitori delle classi che seguiranno il progetto che prevede anche per i mesi di gennaio e febbraio visite di un ora e mezzo alle carceri "Nuove" di C.so Vittorio Emanuele 127, guidate da agenti di Polizia Penitenziaria.
Info: 011/442.97.00; fax: 011/442.97.19; www. comune.torino.it/cultura/intercultura; e-mail: centroic@comune.torino.it.

 

30/12/01

Ulivo: "Più attenzione alle carceri"
I deputati Buemi e Nigra visitano le Vallette

ingresso casa circondarialeAumenti di stipendio e incrementi di organico della polizia penitenziaria e in genere del personale che opera all'interno del carcere. E interventi per migliorare la qualità dell'edificio nelle parti più degradate. Sono le richieste che i due deputati dell'Ulivo Enrico Buemi e Alberto Nigra, presenteranno a Montecitorio. Buemi e Nigra, ieri, hanno compiuto una lunga visita nel carcere delle Vallette: Accompagnati dal direttore Pietro Buffa, hanno incontrato carcerati e guardie, visitato celle e reparti. "La situazione complessiva è buona -spiegano- anche se fa impressione dover dire che ci sono "solo" 300 detenuti più della capienza. In alcune sezioni, quelle dedicate al recupero dei tossicodipendenti, siamo a standard di trattamento alti. In altre, la sezione transito ad esempio, dove ci sono gran parte di quelli appena arrestati, ci sono problemi: la struttura edilizia è in cattivo stato e le condizioni di vita non ideali". Nigra e Buemi hanno anche parlato della possibilità di creare strutture per il lavoro all'interno del carcere, gestite da imprese esterne: una si occuperebbe di informatica, un'altra del riciclaggio dei rifiuti speciali, mentre si pensa di attrezzare un laboratorio per formare i detenuti maghrebini alla concia delle pelli, per poi inserirli, a fine pena, nei loro paesi di origine dove questa industria è fiorente.

 

23/12/01

L'agente Montalto ricordato dai colleghi con uno spettacolo
Teatro alle Nuove

interno de "Le Nuove"La storia di Giuseppe Montalto, guardia carceraria uccisa in un agguato mafioso a Trapani il 23 dicembre di 6 anni fa, è stata messa in scena dal gruppo teatrale di Polizia Penitenziaria "Nuove frontiere". Lo spettacolo, tratto dal romanzo " Montalto. Fino all'ultimo respiro" di Antonio D'Errico -che ha firmato la regia- e Donato Placido (Giuseppe Laterza Editore), è stato rappresentato in uno dei luoghi in cui il giovane agente aveva lavorato prima del trasferimento in Sicilia: la casa circondariale "Le Nuove". Allo spettacolo, allestito in maniera suggestiva nel 3° braccio del vecchio carcere, hanno assistito le famiglie degli agenti, il direttore Pietro Buffa, il provveditore regionale degli istituti di pena Giuseppe Rizzo, il presidente del Tribunale Mario Barbuto, il cappellano Piero Stavarengo.
Dal romanzo sarà tratto un film con Raul Bova, Giancarlo Giannini e Michele Placido, regia di Massimo Terranova.

 

15/12/01, di G.Paolo Ormezzano

Torneo della speranza alle Vallette
Minicampionato di calcio fra detenuti, studenti e agenti penitenziari

Ingresso casa circondariale Il torneo di calcio delle Vallette -intitolato "Un pallone di speranza" ed ospitato nel campo interno del carcere fra squadre di detenuti e squadre esterne di studenti- si è presentato per la sua seconda edizione, dal 29 gennaio al 15 maggio. Sembrava una impresa troppo dura concludere bene la prima, è stato fatto, adesso si va alla seconda che è ampliatissima, da 8 squadre passa a 19 per l'apporto forte di detenuti calciatori e per la partecipazione di formazioni di agenti di polizia penitenziaria, ed allinea anche la squadra di una sezione speciale di reclusi, quelli dell'Arcobaleno, che per loro problemi particolari non dovrebbero avere contatti con gli altri carcerati. E gli arbitri, tramite Trentalange e l'ex Michelotti, pensano al torneo come una scuola ideale, sul campo, per corsi arbitrali all'interno delle Vallette. Nell'organizzazione del torneo lavorano in tanti: per la casa circondariale un po' tutti, dal direttore Buffa al tuttofacente Cornaglia, per il provveditorato agli studi la responsabile regionale Bertiglia, per la Federcalcio Bergesio presidente del settore giovanile piemontese, i suoi collaboratori e gli arbitri ufficiali.
L'idea di base, nata al Centro Territoriale Permanente (Ctp), che si occupa dei detenuti studenti o meglio degli studi dei detenuti, coinvolge con le loro squadre sette scuole esterne di Torino e Grugliasco (Plana, Copernico, Maiorana, Vittorini, Marie Curie, Carlo Levi e Guarini), nonché per il carcere due squadre del Ctp e le formazioni dell'Istituto Professionale, del Laboratorio Aurora, del Plana "interno", del Polo Universitario, dell'Arcobaleno, del Blocco A e del Blocco C. Parteciperanno al torneo tre squadre degli agenti: Fiamma Azzurra, Stella Azzurra e Tricolore. Tre gironi di cinque, uno di quattro, qualificazione (per ogni girone vanno avanti la prima degli esterni e la prima degli interni) e poi eliminazione diretta, tempi di 30 minuti.
L'anno scorso vinsero gli esterni del Copernico. I problemi da affrontare e da risolvere sono enormi, all'interno di una struttura che ospita 1200 detenuti e che impegna 750 agenti di polizia penitenziaria. La tematica sociale e umana è anch'essa enorme, e nel suo nome si superano i problemi. Nella prima edizione non ci fu un incidente, neanche un impatto imbarazzante, e tutti, studenti di Torino e Grugliasco e reclusi, trassero davvero il meglio, il massimo dall'esperienza. Lo sport è chiamato molto spesso a svolgere vere o presunte funzioni di affratellamento, di conoscenza, di pacificazione, di apertura sociale, e lo fa magari con molta retorica oratoriale e poca consistenza di fatti. Qui i fatti ci sono eccome: le partite, i liberi contro i reclusi, le regole del calcio in un contesto particolare, le lezioni della vita. L'esperimento delle Vallette è naturalmente pilota in Italia, come tante altre belle cose di Torino.

 

12/12/01, di Roberto Pavanello

Arrivano dal carcere le bambole Unicef
Regali di Natale

Le "Pigotte"Si chiamano "Pigotte", che in lombardo significa bambola di pezza, sono state fatte da 34 detenute del carcere Le Vallette e andranno ad aiutare tanti bambini che hanno bisogno di essere vaccinati per evitare la morte.
La collaborazione tra l'Unicef e il carcere circondariale di Torino è iniziata un mese fa con la proposta di Tiziana Nicolai, responsabile del Progetto Bigotte per il Piemonte, che ha subito incontrato la disponibilità del direttore delle Vallette, Pietro Buffa, e delle insegnanti che hanno coinvolto le detenute allieve. Sono state realizzate, interamente a mano, 54 Pigotte che da ieri sono esposte in Galleria San Federico nello stand dell'Unicef.
Le bambole, ognuna diversa dall'altra, non sono propriamente in vendita, ma c'è la possibilità di adottarle con un contributo minimo di 30 mila lire che equivale al costo di un ciclo competo di vaccinazioni contro le sei principali malattie (difterite, pertosse, morbillo, poliomielite, tetano, tubercolosi) che ancora oggi uccidono milioni di bambini.
I programmi di vaccinazione salvano 3 milioni di bambini ogni anno, ma nello stesso tempo ne nascono 30 milioni che non riceveranno alcuna vaccinazione.
L'importanza di quest'iniziativa è multipla, perché oltre agli aiuti ai bambini più disagiati, ha permesso ad un nutrito gruppo di detenute di sentirsi partecipi del progetto.
"Il carcere è e rimane una sofferenza -commenta il direttore Pietro Buffa- questo genere di iniziative sono molto importanti perché uno dei maggiori limiti che comporta la detenzione è l'inattività. L'avere fatto queste bambole ha permesso alle ragazze di uscire da questa immobilità. Sono soddisfatto dei risultati e ho deciso di proporre all'Unicef di rendere permanente all'interno della nostra struttura il laboratori per le Pigotte".
Per realizzare una di queste bambole sono necessarie dalle tre alle quattro ore di lavoro con macchine da cucire; le detenute hanno dovuto cucire a mano e per lavorare a maglia hanno addirittura utilizzato le penne biro, non essendo permesso l'uso dei ferri da maglia.
Il loro lavoro è stato idealmente premiato con un diploma rilasciato dall'Unicef.

 

28/11/01, di Paolo Passarini

Tante donne, poche celle
In Gran Bretagna le carceri non bastano più

Il responsabile degli istituti penitenziari britannici ha invitato ieri i giudici a pensarci due volte nell' infliggere pene detentive a donne. La ragione è semplice: l'altra metà del cielo sta allagando le carceri. Solo nell'ultimo anno la popolazione carceraria femminile è cresciuta del 20% contro il 6% di quella maschile. Ma questo dato si è riproposto anche in parecchi degli anni precedenti, cosicché dal 1993 a oggi, la "detenzione rosa" è aumentata del 145% e adesso le carceri dell'Inghilterra e del Galles ospitano 4045 donne, una cifra record. Come conseguenza di questo fenomeno, è stata decisa nei giorni scorsi la riconversione a carcere femminile del terzo penitenziario maschile nell'arco di un anno. Di qui il drammatico appello ai giudici del direttore generale del servizio carcerario Martin Narey. La vicenda si presta a essere discussa sotto diversi profili (la singolarità del gesto di Narey, la sua legalità, l'opportunità di rispondere con l'automatica creazione di nuovi posti - carcere a un fenomeno ancora da capire). Ma non c'è dubbio che l'aspetto più interessante da discutere riguarda proprio la radice del fenomeno: cosa determina questa crescita esponenziale della criminalità femminile, o meglio della criminalità femminile punita con il carcere?
La risposta, anche questa automatica, che alcuni commentatori hanno dato è stata classica: la droga. Il problema è che la droga, detenzione o spaccio, è responsabile solo per il 14% dell'aumento di condanne a donne. E' forse, allora, che la natura violenta delle donne, liberata da una maggiore eguaglianza, sfugge al controllo? La verità è che anche i reati propriamente violenti hanno inciso ancora meno della droga sull'aumento della detenzione rosa, 12%. I crimini che l'hanno maggiormente determinata, invece, sono i classici reati comuni: furto, frode e ricettazione.
E' vero che questi sono reati tradizionalmente maschili, dei quali le donne sembrano appropriarsi come per un effetto perverso della loro emancipazione. Ma c'è n'è un altro di questi effetti: mentre, sul piano dei comportamenti criminali, la donna si avvicina all'uomo, i giudici si adeguano in forma incrementale. Vale a dire che sono diventati più severi con le donne; dieci anni dopo la percentuale è salita al 13,5%, anche se la rispettiva percentuale maschile resta ben più alta, 25,1%.
Cosa se ne conclude? Che, mentre l'emancipazione la "contamina", la donna sta anche perdendo antiche protezioni. In un certo senso, quindi, questa è un'obliqua conferma che la rivoluzione femminile procede, creando le inevitabili resistenze. Come avrebbe detto il presidente Mao: "C'è grande disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente".

 

18/11/01, di Maurizio Tropeano

Un tunnel tra "Le Nuove" e Palazzo di Giustizia
Progetto per il recupero dell'ex carcere

"Le Nuove"TORINO - La sede del Museo Lombroso. Aule e spazi di servizio per l'Università. Un tunnel sotto Corso Vittorio Emanuele per collegare le Nuove con il Palazzo di Giustizia e garantire in tutta sicurezza il trasferimento dei detenuti sotto processo. Ecco le caratteristiche principali del progetto di recupero dell'ex Casa Circondariale preparato dal Provveditore regionale del Piemonte e dalla Direzione della struttura. Da pochi giorni il documento è all'esame del ministero di Grazia e Giustizia: "Il nostro progetto - spiega il sottosegretario Michele Vietti - è quello di aprire un tavolo di discussione con il Comune per valutare con la città un programma complessivo che comprende anche la ristrutturazione del Ferrante Aporti e il riutilizzo dell'ex Curia Massima".
Per ora si parte dalle Nuove e dal fatto che il vecchio penitenziario è soggetto a svincolo architettonico. Attualmente ospita soltanto alcuni detenuti ammessi al lavoro esterno e la sede operativa del Nucleo Traduzioni e Piantonamenti del Corpo di Polizia Penitenziaria. Il nucleo dovrebbe essere trasferito alle Vallette ma i funzionari del ministero stanno valutando la possibilità di mantenere la sede alle Nuove. "Se così fosse - spiega Vietti - sarebbe interessante studiare la possibilità di realizzare un tunnel di collegamento con il Tribunale in modo da garantire la sicurezza delle traduzioni".
Questa però, al momento è solo un'ipotesi di lavoro "per altro suggestiva", come riconosce Vietti. Il progetto per la valorizzazione della struttura storica prevede un utilizzo misto. "Obiettivo prioritario del Ministero - è riqualificare il vecchio carcere in una prospettiva di significativa integrazione dei servizi penitenziari con il patrimonio storico, culturale e sociale della città di Torino".
Ecco allora la necessità di ricavare spazi per la nuova sede del Centro di Servizio Sociale per Adulti di Torino e per i laboratori in grado di ospitare le attività lavorative dei detenuti gestite da enti non profit. Prosegue Vietti: "Il ministero sarebbe favorevole a trasformare una parte della struttura nella sede del museo Lombroso. Certo, siamo a conoscenza che la sede prevista è quella all'interno dell'ex manicomio di Collegno, ma per noi è una valida soluzione alternativa che intendiamo proporre e verificare insieme al Comune e all'Università di Torino e alla Regione Piemonte". E il ministero è pronto ad offrire una parte di quei grandi spazi per aule, infrastrutture e servizi per l'Università di Torino e per attività istituzionali e di rappresentanza per l'Amministrazione Penitenziaria.
Conclude Vietti: "E' evidente che queste proposte necessitano di un approfondimento sia in sede di ministero sia in relazione ai piani della Città di Torino e degli altri enti locali. Non si tratta di un pacchetto già definito. Ecco perché siamo intenzionati, in tempi brevi, ad aprire un confronto con le altre amministrazioni".

 

14/11/01, [ m.t.m.]

Suor Teresa e le lettere dal carcere

Interno della casa circondarialeTORINO - "Gentilissima suor Teresa, mi scusi se mi rivolgo a lei - scrive Lucia dalla casa circondariale delle Vallette - ma non avendo nessuno che si può occupare di me ne tantomeno aiutarmi… Mi ritrovo in carcere senza possibilità di aspettare il processo in altro modo perché sono senza fissa dimora, perché non ho lavoro e perché potrebbe succedere che tento di nuovo di rubare. Insomma non ho nessun requisito normale per essere considerata una persona. Tutto questo è molto umiliante e io non so più cosa fare. Sto chiedendo aiuto a tutti quelli che possono tendermi una mano. Mi manca tanto una carezza o una parola di conforto di mia madre ma so già che non arriverà più. E questo mi fa desistere, di abbandonare tutto, ma è proprio questo che lei non vorrebbe e quindi stringo i denti e vado avanti. Vi ringrazio per tutto quello che potete e vorrete fare, ho molto bisogno di sentirmi viva".
La lettera di Lucia è solo un esempio, un caso, tra le decine di scritti che compongono il libro "Lettere dal Carcere. Ho bisogno di parlare con qualcuno" edito da Zeppegno per il Centro Servizi Vincenziani di via Nizza 24 e curato dalla volontaria Franca Arossa: un libro che permette di comprendere aspetti assolutamente ignorati dei luoghi di pena e dei loro abitanti. "Queste lettere fanno riflettere su una realtà diversa - dice Suor Teresa Bella, l'anima del Centro di volontariato di via Nizza - rivelano una ricchezza interiore che a volte ha solo bisogno di essere aiutata ad emergere".
Tra gli autori delle lettere, c'è chi vive "da arrabbiato", chi attraverso il Vangelo ritrova significato per la sua vita e ritorna a sperare, chi pensa al dopo. Sovente, sono persone sole al mondo. Per loro le suore ed i volontari che inviano un piccolo vaglia (che serve ad acquistare detersivo, sigarette o un maglione, un paio di scarpe), sono gli unici amici sui quali contare.
"Mi piacerebbe che la gente avesse un occhio diverso verso chi sbaglia: le lettere - riflette suor Teresa - parlano di consapevolezza del male commesso, del valore della sofferenza".
Il volume (presentato l'altra sera allo Sporting, presente il dottor Pietro Buffa, direttore del carcere Vallette) può essere acquistato in via Nizza 24 a quindicimilalire. Il ricavato sarà utilizzato per le attività del Centro (che nel 2000 ha ricevuto 10.874 persone, distribuito 3614 coperte, 2322 colazioni, 3650 sacchetti cena, 2965 pacchi viveri, 6918 vestiti).

 

27/10/01, [ f.m.]

Castelli: magistrati valutati come i manager

FIRENZE - "Il lavoro dei magistrati sarà presto giudicato come quello dei manager delle aziende private". E' la novità annunciata ieri a Firenze dal ministro della giustizia Roberto Castelli. Nella commissione paritetica, CSM - Magistrati, entrerà anche una società privata specializzata nel giudizio sul lavoro dei manager. "Questa società mi ha già presentato il suo progetto - ha detto il ministro - e presto la commissione sarà ampliata dalla società stessa e da un rappresentante dell'avvocatura". Anche l'introduzione di un avvocato in questa commissione è una novità annunciata ieri dal ministro, "perché l'avvocatura è parte integrante e importante della giustizia italiana". Castelli ha comunque voluto precisare ancora una volta che non si tratta di dare "pagelle" ai giudici, "le pagelle si danno agli scolari", ha detto. Si tratta piuttosto - ha precisato - di analizzare il loro lavoro, "di valutare l'efficienza della magistratura, ma questo è anche l'unico tema - ha aggiunto il Guardasigilli - da me incontrato fino ad oggi su cui tutti sono d'accordo, venga introdotto un criterio di valutazione".
La magistratura è "assolutamente indipendente e dunque deve applicare e interpretare la legge" sulle rogatorie, ha ribadito poi il ministro che ha escluso l'emanazione di circolari interpretative della norma. "Da un lato mi dicono giustamente di salvare l'indipendenza della magistratura, e su questo sono assolutamente d'accordo, dall'altro mi chiedono di fare circolari per ordinare alla magistratura come deve interpretare le leggi. E' chiaro - ha spiegato Castelli - che io sono per la prima ipotesi". Il ministro ha concluso con un appello: "Chiudiamo la stagione delle polemiche e lavoriamo tutti insieme per portare la giustizia italiana ad un livello degno di questo Paese e dell'Europa" ha detto il ministro - con grande sincerità e onestà di intenti. Ciò non vuol dire rinunciare ciascuno alle proprie prerogative, alla dialettica, al confronto di idee anche aspro, purché sia fatto sempre su un piano di correttezza e con onestà di intento. Questo io chiedo a tutti".

 

22/10/01, di P. Passarini

Un Grande Fratello per scoprire il maniaco che si nasconde in te

"The Experiment"Si chiamerà "The Experiment" e la traduzione appare superflua. Sarà una "trasmissione-verità" (del tipo "Il Grande Fratello"), ma la Bbc, che la sta realizzando, la presenta come molto di più: un vero e proprio esperimento scientifico sul comportamento degli esseri umani in cattività, carcerieri e carcerati. Qualcuno - per la verità pochi, almeno finora - denuncia "The Experiment" come "l'ultimo esempio di tv esibizionista". Ma fa certamente discutere il fatto che la trasmissione sia ricalcata su un esperimento scientifico realmente tentato 30 anni fa e subito sospeso, perché diventato "troppo brutale e pericoloso". Nell'estate del 1971, il dottor Philip Zimbardo radunò 18 giovani volontari, raccolti tra gli studenti della Stanford University, che vennero successivamente divisi in due gruppi, guardie e prigionieri. Un'ala del dipartimento di psicologia venne riconvertita "a galera", o a qualcosa di molto somigliante, con barre alle finestre e tutto il resto. Alle guardie venne concesso il controllo totale sui prigionieri. Dopo sei giorni il comportamento delle guardie nei confronti dei detenuti aveva talmente degenerato nel sadismo che Zimbardo fu costretto a sospendere l'esperimento. Parecchi volontari cominciavano a manifestare sintomi di seri disturbi mentali. "quei ragazzi erano tutti dei pacifisti e in sei giorni erano diventati dei nazisti", ricorda Zimbardo. Lo "Stanford prison experiment" generò al tempo un accesissimo dibattito, un documentario televisivo, un film tedesco e un'omonima rock-band californiana. Insomma, lasciò dietro di se l'impressione profonda e sgradevole di un incubo diventato realtà. Adesso ci sarà il "bis", ma questa volta addirittura attraverso gli schermi televisivi.
Domenica scorsa, sull'ultima pagina di alcuni quotidiani, è apparsa un'inserzione commerciale inusuale: "Conosci veramente te stesso?". L'annuncio era alla ricerca di volontari "per un esperimento di scienza sociale, realizzato con appoggi universitari e trasmesso in tv". I candidati erano avvisati che sarebbero stati esposti "a prove dure, fame, solitudine e rabbia". Solo uomini, prego, per ragioni di sicurezza. E, a testimonianza della serietà dell'esperimento, nessun incentivo finanziario, nemmeno il vago accenno a una possibile, futura celebrità catodica. Solo la promessa che "The Experiment" cambierà il tuo modo di pensare.
La Bbc, data la sua fama e la sua natura di televisione pubblica, ha ovviamente preso tutte le precauzioni possibili per mettersi al coperto da un fuoco preventivo di accuse. L'esperimento verrà condotto sotto la diretta supervisione di due università, Exeter e St. Andrews (dove si è iscritto il principe William). La British Psycological Society ha dato il disco verde. Un gruppo di psicologi risiederà permanentemente nel luogo dove si terrà l'esperimento. "La nostra motivazione è scoprire quali sono le condizioni alle quali la gente accetta l'oppressione o vi si ribella. In altri termini vogliamo studiare come funziona il sistema sociale", spiega il professor Stephen Reicher, di St. Andrews, uno degli psicologi in carica dell'esperimento. L'idea è quella che dalla prigione come metafora di ogni luogo dove si possa esercitare oppressione di qualcuno contro qualcun altro, quindi anche in ufficio, una scuola e così via.
Il luogo dell'esperimento sarà uno studio musicale nella parte occidentale di Londra, che sta già subendo le trasformazioni necessarie. Dovrebbe essere pronto attorno a Natale, quando vi verranno introdotti i 15 volontari (non più 18, come nel caso di Zimbardo). Non sarà una vera e propria prigione. "Sembra più un centro di detenzione o un campo per prigionieri di guerra", ha spiegato Alex Holmes, direttore creativo del programma. Naturalmente intendeva tranquillizzare. Saranno scelte, attraverso test ripetuti, persone particolarmente poco aggressive. Anche il dottor Zimbardo è stato coinvolto, per aiutare a prevenire i brutali abusi inflitti dalle sue guardie nel 1971. Sembra che fu soprattutto la noia a indurre i carcerieri - specialmente nottetempo, quando pensavano di sfuggire alle telecamere - ad abbandonarsi a perquisizioni intime e a ordinare ai prigionieri di lavare il pavimento delle toilette con le mani. Ma anche nell'esperimento Bbc ai detenuti verranno assegnati compiti irrisolvibili e frustranti, oltre ché imposte privazioni varie.
Zimbardo si è lasciato convincere dopo un'iniziale perplessità. Ma resta convinto "un esperimento a suo tempo giudicato immorale non dovrebbe essere ripetuto per fare della tv-sensazione".

 

11/10/01, di A. Con.

Vallette, 24 detenuti "salvati" dalle guardie
Festa annuale degli Agenti. La polizia penitenziaria fa il bilancio di un anno.
Unità cinofile utilizzate dalla Polizia penitenziariaC'è la ricerca di una nuova dignità, di qualificazione professionale, di razionale efficienza nell'impegno degli agenti di polizia penitenziaria che hanno celebrato ieri mattina, alla galleria d'arte moderna, la loro festa annuale: in loro c'è la voglia di dimostrare che questo corpo può e deve crescere, per andare ad occupare, nel contesto delle forze di polizia, un ruolo di prestigio. Li hanno salutati il sottosegretario alla giustizia Michele Vietti, il consigliere del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Gianfrotta, il provveditore regionale degli istituti di pena Giuseppe Rizzo, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, il direttore della casa circondariale delle Vallette Pietro Buffa, il direttore sanitario delle carceri torinesi, Remo Urani.
Pietro Buffa, nel suo incisivo e rapido discorso, ha dimensionato un lavoro davvero enorme. Solo alle Vallette, dal luglio dell'anno scorso, sono entrate 7809 persone e 13.140 sono state pio tradotte verso aule di giustizia, ospedali, altri penitenziari. Un lavoro imponente, espletato con lucidità e senza errori. Lo testimoniano gli attestati di merito, che hanno permesso di scoprire qualche fatto che non era trapelato. La tentata introduzione alle Vallette, nello zainetto di un extracomunitario arrestato per droga, di 6400 dollari (circa 13 milioni di lire!); i ventiquattro tentativi di suicidio sventati; gli incendi dolosi appiccati e subito spenti sul nascere; i tentativi di evasione sventati; la droga (sempre troppa ) e persino un telefonino recuperati nelle celle.
Dimostrando la "proiezione" verso l'esterno del corpo, ieri mattina si è costituita ufficialmente la sezione Avis-Donatori di sangue del carcere delle Vallette, alla presenza del vicepresidente Avis Torino, Silvano Cestino, e della dottoressa Angela Cistaro.

Il sottosegretario Vietti, nel suo intervento, è partito dal sovraffollamento delle carceri: "con una grande presenza di extracomunitari che sono ormai in Italia 2,5% della popolazione e circa il 35% dei detenuti". Ha poi sottolineato le perplessità di fronte alla eclissi delle pene: "colpa di una erronea interpretazione dell'art. 27 della Costituzione: è vero che la pena deve tendere alla rieducazione, ma la rieducazione non deve essere un mezzo alternativo alla pena. L'affievolimento di queste misure era frutto di una stagione ideologica in cui ci si illudeva di poter eliminare il carcere: l'ansia del reinserimento aveva oscurato l'aspetto affittivo delle pena". Occorre dunque ridare alla detenzione il suo ruolo: "Va ammesso che il carcere resta strumento insostituibile in ogni politica di rieducazione del reo".

 

14/09/01, [ d. ca.]

Un detenuto in fuga
Riprese a Torino e Moncalieri per il film "A cavallo della tigre". da "Torino Sette", supplemento de "La Stampa".Carlo Mazzacurati
Un mese di ciak a Torino per Carlo Mazzacurati. Il regista padovano è sul set del film "A cavallo della tigre", rifacimento dell'omonima commedia girata nel 1961 da Luigi Comencini interpretata da Nino Manfredi e Mario Adorf. Nelle prime due settimane la troupe lavora al carcere "Le Nuove" in Corso Vittorio Emanuele, concesso dal Ministero di Grazia e Giustizia. Seguiranno altri quindici giorni di riprese in città (Via Cernaia, Corso Settembrini, Piazza Albarello, la piscina Torrazza alcuni luoghi scelti e a Moncalieri). Numerosi i torinesi impegnati: Stefano Benappi è l'ispettore di produzione; Adelina Arcidiacono, Federica Mazzola e Francesco Beltrame sono i segretari di produzione; Paola Rota è la dialogista. Fra gli attori Lorenzo Fontana impersona un agente di custodia, Gino Lana un detenuto. Alessandro Lombardo un agente. Duecento le comparse (casting a cura di Lorella Chiapatti). Il film racconta la storia di un uomo innamorato che finisce in prigione per una truffa, riesce ad evadere e comincia una lunga fuga su un treno. Lui è Fabrizio Bentivoglio, già diretto da Mazzacurati lo scorso anno ne "La lingua del santo". Lo affiancano Paola Cortellesi, Marco Paolini, Bob Citran, Elisa Lepore. La lavorazione si svolge anche a Genova, La Spezia, in Toscana e in Marocco.

 

25/09/01, di Michele Ainis

Racconti innocenti di ladri e assassini
Dalla Rubrica Un libro al giorno, recensione di: Fuori margine. Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi, di Giulio Salierno, Einaudi, 233 pagine.
Fuori marginePuò esserci un fondo d'innocenza, un candore come di fanciullo, nei delinquenti grandi e piccoli che calpestano le nostre città rendendole sempre più insicure? Può esserci, e lo testimonia un libro appena pubblicato per i tipi Einaudi a firma di Giulio Salierno. Libro singolare, così come è affatto singolare il percorso esistenziale del suo autore. Di certo questo volume non s'iscrive nel genere saggistico, e del resto un altro saggio non sarebbe servito, dato che le analisi sulla marginalità e sulla devianza criminale occupano ormai intere biblioteche. No, qui si tratta piuttosto di un racconto, d'una testimonianza viva; e chi racconta si mette sempre un po' anche in gioco, parla di sé nel mentre che fa parlare gli altri, non foss'altro perché si può raccontare soltanto ciò che si conosce a fondo. Eppure Salierno non è affatto un criminale, non nel senso con cui questa parola viene generalmente pronunziata. Come il giovane Raskòlnikov di cui narrava Dostoevskij, anche Salierno, da giovane, ha commesso un delitto, e ha poi ricevuto il suo castigo; lui però ha fatto del castigo un'occasione di riscatto intellettuale, del carcere una palestra di vita, della lotta a fianco dei diseredati un sacerdozio. Ecco perché in questo volume ladri, prostitute, rapinatori, camorristi non sono numeri in un casellario giudiziale, bensì uomini e donne come noi, raccontati da chi ha orecchie per comprenderne il linguaggio. Ne viene fuori un'umanità dolente, una galleria di storie anonime e crudeli restituite sulla pagina con una prosa secca come spari di fucile. Questi personaggi (meglio: queste persone) sono chi più chi meno degli sconfitti; ma la sconfitta è di tutti, ce la portiamo addosso tutti. E' la scommessa perduta delle nostre democrazie, delle nostre società opulente ed evolute. O forse ne è la sostanza più profonda, se è vero che il delitto fa parte dell'economia politica, come afferma Salierno nell'Introduzione. Del resto anche New York, e Venezia, e Parigi, ed Amsterdam, sono costruite sulle fogne, c'è sempre una fognatura sotto ogni edificio. L'importante è che i cattivi odori non salgano fino ai piani alti; ma a questo ci pensa l'apparato repressivo, dato che in Italia gli addetti alla sicurezza collettiva sono mezzo milione e passa.
Ecco, c'è qualcosa di sbagliato nei nostri ordinamenti normativi, se alla punizione non s'accompagna una promessa di salvezza per il reo, se anzi il reo diventa per ciò stesso reietto: ed è per l'appunto questa la lezione che in ultimo ci detta il libro di Salierno. Libro magnifico, e insieme tragico. Non potrebbe essere altrimenti, davanti all'innocenza con cui ogni criminale ripercorre la sua vicenda esistenziale, lui stesso vittima assai più che carnefice, costretto alla violenza per difendersi da una violenza più potente; se nasci in Albania, o se consumi la tua prima adolescenza al Laurentino 38 (dove il 14,3% della popolazione scolastica è sottoposta a provvedimenti giudiziari), non puoi ribellarti al tuo destino. Converrà tenerlo a mente, quando alla prossima occasione reclameremo pene più severe per questa o quella categoria di delinquenti. Non è il carcere l'unica risposta. micheleainis@tin.it

 

30/09/01, di Michele Ainis

Sognando il diritto disuguale
La Legge ignora la realtà degli individui svantaggiati
Un ragazzo prigioniero del pianeta drogaUn fatto di cronaca, un convegno, un libro. Del primo ha parlato su queste colonne Tilde Giani Gallino; un quindicennepartecipa insieme a un gruppo di coetanei all'assassinio d'una pensionata, dopo qualche mese il giudice lo rimette in libertà obbligandolo a ritornare a scuola, come prescrive la legge, e naturalmente famiglie e professori lo rifiutano. Il convegno si è svolto a Bologna tra venerdì e sabato, organizzato da un pool di istituzioni che da tempo sperimentano un uso diverso dei mass media, tagliato su misura per i ragazzi svantaggiati, gli stessi che faticano a riflettersi nell'immagine di normalità fisica e sociale trasmessa ogni giorno da radio e tivvù. Il libro è appena stato pubblicato da Giulio Salierno presso Einaudi, racconta storie di ladri e prostitute, di piccoli malfattori che ci passano accanto lungo il marciapiedi, che vivono intorno a noi, ma dei quali non sappiamo nulla.
Posso confessare un'emozione? Mettendo insieme questi tre episodi mi è montato addosso un denso di disagio, come se ne scaturisse la necessità di discolparmi, come se tutt'e tre nel loro insieme racchiudessero un muto rimprovero per la categoria cui sono iscritto. Perché il mio mestiere è quello del giurista, e perché c'è una responsabilità primaria del diritto, e dei giuristi che ne sono i chierici, sulla condizione di chi vive ai margini della città, di chi non sa o non può condividerne le regole. Perché insomma i nostri ordinamenti normativi servono a dividere piuttosto che ad unire, reggono un sistema di esclusioni, di gabbie sociali reciprocamente impenetrabili. E lo fanno nel più subdolo dei modi, rivestendosi d'un manto di eguaglianza che alla prova dei fatti si traduce nella più sorda indifferenza. La stessa che impone l'obbligo scolastico a un giovane omicida, o il servizio militare a chi spaccia droga per campare.
Sì, c'è un imputato che emerge dalla cronaca, ed è il diritto, sono io, questo imputato. Eppure io so che le tavole costituzionali -ovvero l'architrave su cui poggia la democrazia italiana - mettono al centro la dignità dell'uomo. So che nella carta del 1947 c'è come una ricognizione delle molteplici situazioni di sofferenza, di emarginazione che s'annidano negli angoli bui della nostra vita collettiva, lì dove l'occhio dei media non va mai a frugare. E al contempo c'è un programma di riscatto, un disegno di giustizia sociale che ha un sapore tutto illuministico; la "rivoluzione promessa" di Piero Calamandrei. A rileggerla dopo mezzo secolo, ciò che più colpisce è, infatti, la quantità di norme rivolte in favore dei più deboli, per circondarli d'una speciale protezione. Per esempio i malati: cui vanno apprestate "cure gratuite", quando fossero indigenti. I disoccupati: che la costituzione vorrebbe addirittura cancellare dalla faccia della terra, e che nel frattempo hanno diritto agli istituti di protezione sociale. Chi pur essendo italiano parla un'altra lingua, oppure l'extracomunitario, lo straniero. O ancora i detenuti: rispetto ai quali altre disposizioni costituzionali si preoccupano che la pena loro inferta non si traduca in forme di "violenza fisica e morale", o comunque in "trattamenti contrari al senso di umanità". Gli studenti bisognosi, i quali hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Oppure le donne, la cui domanda d'emancipazione non a caso viene raccolta da ben cinque norme costituzionali. I bambini, o per meglio dire il lavoro minorile. I vecchi, cui la costituzione promette mezzi adeguati alle loro esigenze di vita. O infine i poveri, il vasto popolo di chi vive al di sotto della soglia di sussistenza sociale.
Bene: in realtà non è così, se mai lo è stato. Rispetto a quest'aurea intenzione normativa, l'esperienza viva delle nostri leggi registra un totale fallimento. Ma allora c'è qualcosa di sbagliato nel modo con cui il diritto delinea il suo parametro di normalità sociale, tutto scolpito intorno agli assi della cittadinanza, dell'età delle inclinazioni sessuali, della salute psicofisica, del lavoro. C'è qualcosa di sbagliato nella formulazione stessa delle regole giuridiche, il cui interlocutore è sempre un individuo astratto, pienamente libero di determinarsi in ogni circostanza e durante tutte le stagioni della vita: è da tale individuo che il diritto pretende per esempio l'adempimento dei doveri d'efficienza, di buona diligenza, di responsabilità. Ma non è così, non è questa la norma. E sempre meno lo sarà in futuro, nelle società multiculturali che ci apprestiamo ad abitare, che già abitiamo adesso. Ecco perché c'è bisogno di dare fiato e gambe all'utopia costituzionale, di costruire un diritto diseguale, per raggiungere un'eguaglianza più avanzata. Non c'è pace senza eguaglianza.
micheleainis@tin.it

 

 25/07/2001, di Mario Coffaro

Castelli: "La giustizia deve ritrovare credibilità"
Il piano in 3 anni: rimpatriare gli immigrati detenuti, depenalizzare i reati meno gravi, razionalizzare il processo civile
Roberto CastelliROMA - Giustizia civile più veloce, depenalizzazione dei reati la cui offensività non è più percepita come tale dalla società, ridefinizione dei rapporti fra polizia giudiziaria e pubblico ministero. Ma anche una reale introduzione del diritto al lavoro per i detenuti, una effettiva valorizzazione della polizia penitenziaria, un freno agli eccessi garantisti nei confronti di minori autori di gravi reati, riforma della legge elettorale del Csm, separazione dei ruoli del pubblico ministero e del giudice, valutazione della produttività dei magistrati, nuovo concorso e accesso unico in magistratura, indicazione in Parlamento delle priorità nelle politiche criminali e giudiziarie. Questo il progetto per "ridare efficienza e credibilità alla giustizia" che il ministro Guardasigilli Roberto Castelli ha illustrato ieri in commissione alla Camera e che contiene i pilastri del programma che la Casa delle libertà ha promesso di realizzare ai suoi elettori.
I primi cento giorni. Per la prima volta un ministro della giustizia fornisce anche i tempi entro i quali ragionevolmente attuare il suo programma. Sarà per la sua formazione da ingegnere, Castelli si è impegnato nei primi cento giorni a "realizzare la riforma del diritto societario, nel testo studiato dalla commissione Mirone, fatto proprio dal governo che lo ha adottato come buona base di partenza. L’obiettivo è l’adozione prima della pausa estiva e l’entrata in vigore entro fine anno". Già approvato in commissione la legge delega andrà all’esame dell’aula di Montecitorio venerdì.
Di concerto con il ministro delle Pari opportunità, Castelli ha annunciato un ddl sul fenomeno "estremamente grave" della riduzione in schiavitù ai fini dello sfruttamento sessuale, tema sul quale "è necessario prevedere autonome fattispecie penali".
I primi cinque mesi. Entro l’anno sarà presentato il progetto di riforma per l’elezione del Csm. Con l’obiettivo di giungere all’approvazione entro il mese di aprile del 2002. Il provvedimento per l’abolizione dei reati di opinione, i delitti contro la personalità dello Stato del vecchio codice fascista, è già quasi pronto e sarà presto presentato. Entro l’anno saranno presentati anche i disegni di legge per l’abbreviazione dei tempi della giustizia civile e per la riforma dell’ordinamento giudiziario.
I prossimi anni. Nel 2002 con l’approvazione del nuovo processo civile sarà definita la riforma del codice penale ed entro il 2003 i quattro codici (civile e procedura civile, penale e procedura penale) saranno presentati nella nuova formulazione.
Civile. C’è un arretrato di tre milioni di procedimenti. L'Italia è "lontanissima dagli standard europei". Per cui il ministro intende "razionalizzare il processo, delegando alle parti stesse l'attività istruttoria e assicurando l'intervento del giudice, oltre che nella fase decisoria, solo su specifiche istanze istruttorie formulate dalle parti". Si pensa anche al "potenziamento di strumenti di giustizia alternativa".
Penale. Il fine ultimo è garantire la certezza del reato, del processo e della pena. La premessa è che "la magistratura non deve studiare, indagare e correggere i fenomeni, ma perseguire chi commette i reati". E dunque ci vuole innanzitutto un "deciso intervento di depenalizzazione volto ad escludere dall'ambito penale quei reati la cui offensività non è più percepita come tale dalla società", primi tra tutti i reati di opinione. In quest'ambito si dovrà intervenire anche sul concorso di persone. La polizia riassumerà il potere d’indagine che già aveva ed il pm sarà chiamato in causa solo in una fase successiva con la notizia del reato. Per assicurare la durata ragionevole dei processi, occorre puntare alla "tassatività dei motivi di appello", a "sbarramenti nella reiterazione delle domande difensive in materia cautelare" e a sanzioni pecuniarie più pesanti per l'inammissibilità dei motivi di ricorso per Cassazione.
Separazione pm giudici. Ruoli distinti per giudici e pm ma con un unico accesso alla professione e un "corso concorso" per passare dall'uno all'altro. Incarichi direttivi a termine, modifiche del sistema di reclutamento "impostato su criteri sostanzialmente nozionisitici" e "svincolo della carriera da meri parametri di anzianità".
Infrastrutture. È il punto dolente, imputabile "anche agli enti locali", visto che, ha sottolineato il ministro, chiedono impegni di spesa per la costruzione di nuovi tribunali che poi non utilizzano. Va male anche il piano dell'informatizzazione degli uffici giudiziari: l'impegno finanziario è stato notevole, ma il risultato "eclatante" è che ci sono 300 miliardi di residui passivi.

Carceri, arriva la devolution, di Antonella Stocco
ROMA - Finalmente, finalmente, esultano i direttori delle carceri, il ministro ha presentato il suo piano, lo stesso che imploravamo da anni mentre il sistema penitenziario danzava sul baratro e noi venivamo intimiditi e delegittimati. Finalmente Castelli, nell’audizione in commissione Giustizia alla Camera ha parlato di lavoro, devolution, circuiti, custodia, sanità e ruolo dei dirigenti nel settore penitenziario. Suscitando reazioni opposte, violentemente sarcastiche da parte del Sappe, il potente sindacato autonomo della polizia penitenziaria che sul passaggio "occorre stabilire il principio che la pena vada scontata con l’obbligo al lavoro" commenta "anche ad Auschwitz c’è un cartello con scritto: il lavoro rende liberi". Il lavoro per i detenuti è il chiodo fisso del Guardasigilli che tratteggia un ritrattino amaro del sistema di esecuzione penale tra "casualità sanzionatoria, certezza della pena diventata poco più di un principio astratto, lentezza dei processi che a volte ha fatto liberare pericolosi criminali". Questo andamento pendolare e le sue conseguenze, secondo Castelli rischiano di produrre un "fallimento della Costituzione dove stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato". E’ sorpreso per la prospettata chiusura di una ventina di carceri quando il sovraffollamento ha raggiunto la vetta dei 57mila detenuti in 45mila posti. Cita Pianosa come caso clamoroso, deplora lo spreco di risorse e dice: "non voglio pensare che sia stata creata una situazione insostenibile per poter giustificare indiscriminate amnistie".
Sgomberato il campo delle premesse, Castelli passa alle promesse, cita tre strade per risolvere i problemi. Più carceri, e altre strutture da usare per la custodia attenuata per i tossicodipendenti; una soluzione per i 17mila detenuti extracomunitari che però non può prescindere da un intervento governativo; la "devolution" che svincoli le carceri dal centralismo del sistema penitenziario, con annessa separazione dei circuiti in base alla pericolosità dei detenuti; quest’ultima questione circola da una ventina d’anni senza che nessuno sia riuscito a risolverla. Poi, il lavoro "vaccino contro la tendenza a delinquere e valida medicina per recuperare chi ha già sbagliato". Come se il lavoro ci fosse, dentro e fuori le carceri, in concreto e in prospettiva. Ma il Guardasigilli dice che ci sarà, aggiungendo la necessità del ritorno dei direttori penitenziari alla unicità perduta con l’uscita dal comparto sicurezza. Loro applaudono: Pierluigi Farci, vice segretario del sindacato di categoria, e il direttore del carcere di Trieste Enrico Sbriglia già autore di una proposta di legge sulla devolution penitenziaria, promuovono Castelli a pieni voti. "Basta con le false colombe che hanno causato solo danni. Più pragmatismo e meno ideologie, ecco la salvezza del carcere". Approva un falco autentico, Paolo Quattrone, provveditore penitenziario dell’Umbria; con il suo progetto "anima forte" ha messo a lavorare metà dei detenuti della regione; dice che non è un miracolo, che si può fare mirando i corsi alle possibilità di impiego e grazie alla devolution dell’esecuzione penale. Da rivedere il passaggio di parte della sanità penitenziaria nel servizio sanitario nazionale, aggiunge Castelli; da mantenere l’autorevolezza della polizia penitenziaria essenziale per il governo dei detenuti. A questa visione del carcere reagisce Franz Sperandio, portavoce del Sappe: "L’unico obbligo per i detenuti è la pena da scontare, e la devolution è una follia: vuol dire tenere i mafiosi in Sicilia e i camorristi in Campania. Il ministro affida parole al vento, costruisce piani penitenziari senza nemmeno averci ricevuto e chiesto cosa ne pensassimo".

Nomine in via Arenula: il "via libera" del Csm
ROMA - Via libera del Csm alla nomina dei vertici dei dipartimenti del ministero della Giustizia, decisi lunedì dal Consiglio dei ministri su proposta del Guardasigilli Roberto Castelli. Sono stati collocati fuori del ruolo della magistratura Giovanni Tinebra, che guiderà il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria; Gianfranco Tatozzi, che guiderà gli Affari di giustizia; e Nicola Cerrato che andrà al vertice dell'Organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi. Rientra in ruolo l'attuale reggente del Dap, Paolo Mancuso che andrà ad occupare la poltrona di procuratore aggiunto a Napoli. Anche l'ex capo di gabinetto del ministero della Giustizia Loris D'Ambrosio torna all'incarico precedente, magistrato di appello applicato presso la procura generale della Cassazione.

 

26/07/01, di Lirio Abbate

Tinebra "Così risanerò le carceri"Giovanni Tinebra con il sottosegretario all'interno Taormina, alla festa del corpo della Polizia penitenziaria
CALTANISSETTA - "Vado alla direzione del Dipartimento amministrazione penitenziaria con l'idea che ci sarà parecchio da lavorare e mettere molte cose a posto". Del suo nuovo incarico di direttore del Dap, Giovanni Tinebra ne parla dall'ufficio di Procuratore della Repubblica di Caltanissetta che ha guidato dal luglio del '92 ad oggi, coordinando le inchieste sulle stragi di Capaci e via D'Amelio. "Non conosco ancora i meccanismi del Dap - dice Tinebra - ma spero di non rimanervi troppo a lungo, giusto il tempo necessario per dare un senso a questo nuovo incarico a cui sono stato chiamato". L'ex procuratore di Caltanissetta dichiara di non prevedere di restare sulla poltrona da numero uno dell'amministrazione penitenziaria per i prossimi cinque anni della legislatura del Governo Berlusconi che lo ha proposto come direttore del Dap. "Non voglio fossilizzarmi in quell'ufficio - afferma Tinebra - anche se è un ruolo di prestigio, mi auguro di concludere presto e con successo questo incarico".
Sul giro di vite annunciato dal ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che riguarda la gestione degli istituti di pena e il sovraffollamento delle carceri, Tinebra non si sbilancia. "Non voglio entrare nel merito delle dichiarazioni programmatiche fatte dal ministro - afferma il neo direttore del Dap - per me è troppo presto affrontare questi argomenti. Adesso da magistrato posso dire che c'è una carenza di istituti di pena, ritengo che siano insufficienti. Per quelli che vi sono già bisognerà rivedere il loro stato di "salute"".
L'ex procuratore non si limita però a ricordare i successi dell'ufficio nisseno contro la mafia e la criminalità organizzata e non usa mezzi termini per indicarlo come per le inchieste svolte e le sentenze di condanna ottenute. "Abbiamo lavorato bene. I giudici non hanno mai smentito le nostre ipotesi d'accusa - spiega Tinebra - e gran parte delle sentenze di condanna sono state confermate sia in appello che in Cassazione. Posso dire a fronte alta che l'ufficio che lascio non è secondo a nessuno. In questi anni abbiamo assicurato alla giustizia gli autori delle stragi di Capaci e via D'Amelio, in cui sono morti i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, dell'uccisione del giudice Antonino Saetta, del sostituto procuratore Gian Giacomo Ciaccio Montalto, del consigliere istruttore Rocco Chinnici e della strage di Pizzolungo a Trapani. Abbiamo fatto l'en plein, senza contare i processi alla criminalità organizzata".

 

26/6/01, articolo di Francesco Grignetti

Diventa adulta la criminalità minorile
Più rapine e spaccio. Un italiano su tre: punire già a 12 anni
ROMA - Gli italiani sono divisi di fronte alla criminalità: una buona metà (53,7%) chiede inasprimenti di pene e maggiore severità nella repressione; gli altri (46,3%) vogliono soprattutto prevenzione e politiche sociali contro l’emarginazione. Ma c’è chi, un terzo del campione, chiede addirittura il pugno durissimo: che si abbassi la soglia dell’età punibile dai 14 ai 12 anni. Il Censis, nell’ambito di una vasta indagine finanziata dall’Unione europea, assieme a Programma Falcone e ministero della Giustizia ha scandagliato i delitti e le paure del Belpaese. Ne è emerso il solito quadro di luci e ombre: calano del 10% i minorenni denunciati nell’ultimo decennio, ma ora i reati sono più gravi (rapine e spaccio). Calano anche i delitti complessivi: l’Italia finisce al dodicesimo Paese per indice di criminalità. Prima, a sorpresa, viene la Finlandia. Seguono altri paesi nordici.
Sono dati e cifre contenute nell’ultimo Manuale europeo per la prevenzione della criminalità, illustrato ieri nelle varie capitali del Vecchio continente. A scorrerlo, si scopre che il Belgio è il paese dell’Unione europea in cui si commettono più omicidi, la Spagna quello in cui si fanno più rapine e la Gran Bretagna quello in cui si rubano più auto. Il dato, relativo al 1999, è calcolato non in termini assoluti ma percentuali sul totale della popolazione. Nella classifica dei reati denunciati alle forze dell’ordine la Finlandia, con 1.435 reati denunciati su 10mila abitanti, precede la Svezia (1.438,8) e la Danimarca (927,2). Dodicesima l’Italia, con 411,6 reati denunciati su 10mila abitanti.
Stesso discorso per il reato più grave in assoluto, l’omicidio. Il Belgio (con 2,2 ogni 100mila abitanti) precede Portogallo (2,1), Svezia (2,1), Francia (1), Irlanda (1,6), Grecia (1,5) e Italia (1,4). Il nostro paese è decimo nella hit delle rapine (68,3 su 100mila abitanti contro le 250,2 della Spagna, le 188,1 del Belgio e le 161,6 della Francia) e quarto in quella dei furti d’auto: da noi se ne denunciano 511 ogni 100mila abitanti, contro i 752,3 del Regno Unito, i 737,5 della Svezia e i 636,1 della Danimarca.
L’ultimo capitolo è riservato agli immigrati stranieri: in Italia i denunciati sono l’11,7% del totale (il 33,1% in Spagna, il 26,6% in Germania e il 19,1% in Francia), attivi soprattutto nel traffico e spaccio di droga (il 29% del totale), nei furti (39%) e nelle rapine.
Sono dati in fondo incoraggianti. Il nostro ministero dell’Interno da anni si sforza di far comprendere che la situazione della sicurezza italiana non è affatto drammatica. Ma c’è ugualmente da fare i conti con un senso di profonda insicurezza. La riprova viene dalle risposte che il Censis ha raccolto al suo questionario. Nella dialettica tra repressione dell’illegalità e prevenzione dell’emarginazione, il Censis rileva che è in particolare il Nord a chiedere più repressione (84,3% nel nord-ovest, 60,6% nel nord-est). Dalle analisi per categorie, invece, a sposare la linea dura sono coloro che risultano più esposti alla criminalità e cioè professionisti e imprenditori (58,9%), oppure commercianti e artigiani (62,9%). I fautori della prevenzione si trovano invece più nelle regioni del centro-sud (53%-54%) e più nelle categorie professionali maggiormente protette come dipendenti pubblici o privati.
Sotto un altro profilo, la repressione è richiesta più dagli elettori della Casa delle Libertà (72%) rispetto agli elettori dello schieramento dell’Ulivo (34,9%).
Fa impressione l’impennata della delinquenza minorile. Ma i giovanissimi italiani sono agnellini a confronto dei loro coetanei del Nord Europa. In Italia i minori sono il 2,8% del totale dei denunciati, contro il 23,9% della Gran Bretagna, il 21,3% della Francia e il 13,1% della Germania. Una vera emergenza in questi Paesi. Che non a caso hanno sviluppato i modelli più avanzati di prevenzione della criminalità.

"Si chiedono condanne certe". Barbagli: "C’è più insicurezza"
ROMA - Professor Marzio Barbagli, lei studia da anni gli andamenti della criminalità in Italia. Sorpreso dalle ultime rilevazioni europee? E’ davvero così pericolosa la Finlandia rispetto all’Italia?
"Guardi, sono statistiche molto difficili da maneggiare. Gli studiosi del settore sanno bene che certi dati sono assolutamente non comparabili. Certi reati esistono in un paese e non in un altro. Ci sono delitti che vanno e vengono. Si prenda il caso degli assegni a vuoto: tre anni fa nei tribunali italiani erano una montagna di reati contro il patrimonio, oggi non esistono più. Depenalizzati. Persino l’omicidio è difficile da mettere a confronto".
Perché, professore, sarebbe così difficile preparare statistiche serie?
"Per via del tentato omicidio, qualcuno lo identifica in un modo, altri in maniera diversa. Dipende poi se si prendono i dati della polizia o della magistratura, che sono sempre diversi in tutto il mondo. Alla fine, gli unici indici su cui ci si può basare con una certa sicurezza sono i furti d’auto e le cause di morte, che vengono registrati da più di un secolo".
Non è sorpreso nemmeno da questa metà degli italiani che chiede inasprimenti di pene o addirittura di abbassare la soglia della punibilità ai dodicenni?
"Anche qui ci andrei cauto. Abbiamo un indice assolutamente certo, che è standard in ogni luogo geografico e confrontabile da un secolo a questa parte: la richiesta di pena di morte. I sociologi hanno già ampiamente spiegato come negli Usa o in Francia la richiesta di pena di morte abbia accompagnato negli ultimi 50 anni l’evoluzione del proprio paese. Oppure le richieste di porto d’armi. Ebbene, in Italia questi due indicatori ci dicono che l’attenzione non è sostanzialmente cambiata dal 1954 a oggi. Escluderei anzi che ci sia una richiesta di inasprimento delle pene. Quello che è forte tra gli italiani è il senso di condanne non certe. Questo non vuol dire, naturalmente, che il senso di insicurezza non esista. Anzi. Oppure che sia ingiustificato. Secondo me, è un sentimento giustificatissimo. Ma se si vuole fare un confronto serio con l’opinione pubblica di altri paesi è sempre questo il dato che emerge: piuttosto che pene più dure, gli italiani chiedono pene più sicure. Che i malviventi vengano presi e poi davvero assicurati alla giustizia".

 

15/06/01

Carcere malato
Il quadro relativo alle carceri italiane non è certo rassicurante, e dal congresso internazionale di "Medicina penitenziaria" giungono ulteriori e drammatiche conferme. I detenuti - secondo i dati diffusi ieri - sono aumentati di 1.607 unità, toccando, al 30 aprile 2001, la cifra di 54.930. Di questi 2.363 sono le donne e 52.567 gli uomini, mentre altre 23.736 persone sono in attesa della sentenza definitiva. "Le nostre carceri scoppiano - ha detto il presidente dei medici penitenziari italiani, Francesco Ceraudo - ci si racchiude di tutto come una sorta di pattumiera sociale, in special modo tossicodipendenti, extracomunitari e disturbati psichici". In tale contesto non è sorprendente che malattie ritenute debellate, come la tbc, siano tornate a far paura, mentre nel corso dell'anno si sono verificati ben 8.750 casi di epatite B e C che, insieme a numerose altre patologie infettive, costituiscono un pericolo non solo per la popolazione penitenziaria ma anche per la società in generale visto che molti malati stanno scontando brevi periodi di reclusione. Infine, dopo aver ricordato che ormai da anni si parla di pene alternative, ma con risultati del tutto insufficienti, Ceraudo ha sottolineato come in un contesto di "non vita e di doppia pena (carcere e malattia)" i tentativi di suicidio ed i suicidi effettivi siano esponenzialmente cresciuti.

 

Giugno 2001, di Stefano Vecchia ©

KIRAN BEDI, una visione alternativa del mondo carcerario
Thiar PrisonsKiran Bedi, indiana cinquantenne, non è una donna comune. E se questo si può dire per un numero sempre maggiore di esponenti del gentil sesso in Oriente come altrove, il termine "eccezionale" si addice perfettamente a questa signora minuta ma dal carattere d'acciaio. Campionessa di tennis entrata poi nella polizia, per 28 anni vi ha prestato servizio fino a raggiungere il ruolo di Ispettore generale del carcere di Tihar a New Delhi. Non un carcere qualsiasi, ma il maggior istituto di detenzione dell'intera Asia: un complesso enorme, sovraffollato da quasi10mila detenuti,che in pochi anni la dottoressa Bedi ha saputo trasformare in un luogo di recupero, libero da rivolte, droga e violenza. Alla fine della sua esperienza carceraria, Kiran Bedi ha avviato due organizzazioni per sostenere la cura e la riabilitazione dei tossicodipendenti e fornisce preparazione professionale ed educazione a 5mila donne e bambini tra i più poveri della capitale indiana. Poco della sua vita è segreto. Lei stessa si racconta nell'autobiografia " I Dare" (Io oso), mentre la sua visione del mondo carcerario è presentata nel volume "It's Always Possible" (È sempre possibile), di prossima pubblicazione in Italia. Questo secondo libro, in particolare, propone un modello di amministrazione carceraria utile a cambiare la vita dei detenuti e restituire loro un ruolo nella società attraverso l'educazione, l'autogestione e le relazioni sociali. E questo può avvenire anche attraverso provvedimenti semplici ma efficaci. Come le famose "scatole per le petizioni" fatte girare tra le celle durante la sua direzione. I prigionieri scrivevano su bigliettini le proprie necessità o desideri, inserivano i fogli nelle scatole e aspettavano il tempo necessario a Kiran Bedi e ai suoi collaboratori per esaminare ciascun messaggio, nessuno escluso. Le azioni concrete, poi, venivano delegate a responsabili designati dagli stessi carcerati: dalle attività sportive a quelle produttive, per cui Tihar è diventato famoso in India. Esempio di un carcere-azienda, i cui benefici vanno ai prigionieri stessi. Formatasi in una scuola cattolica di Amritsar, nel Punjab, la dottoressa Bedi ha assorbito - per sua ammissione - alcuni valori cristiani e non è un caso se la sua direzione carceraria e in generale nella sua carriera ha cercato di promuovere la comprensione tra appartenenti a religioni diverse e, più in generale, l'armonia e la pace sociale. Le sue convinzioni sono forti e pratiche: "Le prigioni sono luoghi di pena, ma spesso dimentichiamo che servono anche a preparare alla libertà. Una prigione è come un fiume che scorre, in cui uomini e donne vanno e vengono. E, grazie a Dio, spesso non tornano: altrimenti sarebbe l'inferno in terra. Sono convinta che quando il carcere non prepara i detenuti al loro rilascio, diventa esso stesso un elemento destabilizzante per la società. L'India è già un esempio di democrazia per il mondo intero, ma noi indiani dobbiamo renderci conto della nostra forza e coltivare la volontà di condividere le nostre esperienze con quanti nel resto del mondo sono alla ricerca di un modello di carcere più umano.Tornando alla mia esperienza, molti dei programmi ancor oggi in svolgimento a Tihar sono modelli che è possibile replicare altrove".

 

9/06/01, di Brunella Giovara

"Troppi affetti negati per le mamme in carcere"
Milano, CONVEGNO a San Vittore: Inapplicata la legge sulle strutture alternative per chi ha figli fino a 3 anni
"Noi mamme ci eravamo fatte tante illusioni sulla nuova legge...". Ma la legge è rimasta inapplicata, "le cose in carcere non sono cambiate, e insomma i nostri figli continuano a stare male". La legge è la Buffo-Finocchiaro, altrimenti detta "mai più bambini dietro le sbarre". Prevede che le detenute madri di figli dai tre ai dieci anni di età possano scontare la pena in strutture alternative.
Una gran bella legge, ferma alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (avvenuta in data 8 marzo). Burocrazia, tempi tecnici... Resta il fatto che 60 bambini che potrebbero legalmente stare fuori dal carcere, continuano a viverci assieme alle loro madri. Ieri la faccenda è stata analizzata in un convegno organizzato a San Vittore, "Il tempo e lo spazio della relazione figli-genitori in carcere".
E la conclusione è stata che quella "relazione" viene negata. Sempre, e in tutte le carceri italiane. A nome di tutte, lo hanno raccontato tre detenute: Marisa, Virginia, Marzia. Storie diverse, stesso problema: i figli. In carcere fino al compimento del terzo anno di età, poi affidati a parenti (se ci sono).
Dopo arriva il peggio. "Ci viene concesso di vederli per 6 ore al mese. Indubbiamente sono troppo poche per mantenere un rapporto di affetto e di unione famigliare". "Non dimentichiamo poi il disagio della lunga attesa nella sala colloquio, le file interminabili all’ingresso, le file per portare il cambio indumenti, le lunghe attese nella sala gremita di gente, e l’umiliazione delle perquisizioni personali".
E poi c’è la vergogna. Quella del bambino, e quella del genitore. I più rinunciano, "pur di non dover costringere mio figlio a questa trafila". Ma se è vero che la trafila è necessaria, è anche vero che qualcosa si può fare, per migliorare la situazione. L’esempio della Francia insegna, come ha raccontato lo psicanalista Alain Bourigba, dell’associazione "Relais Enfants Parents". Équipe di esperti lavorano per "mantenere vivo il ricordo", cioè per continuare a far vivere nella mente il contatto d’amore tra genitori e figli.
A San Vittore qualcosa di analogo c’è, ed è l’associazione Mario Cuminetti. Lia Sacerdote spiega che spesso il contatto (cioè il colloquio) viene addirittura eliminato dai genitori, "così il rapporto si spegne del tutto", oppure avviene "in modi e luoghi allucinanti".
"Eppure la relazione va sostenuta, soprattutto nella testa dei genitori - dice Susanna Mantovani, psicopedagogista all’Università la Bicocca - Basterebbe poco, ma le istituzioni (carceri, ma anche ospedali) hanno logiche folli che provocano solo sofferenza". Eppure un modo ci deve essere (è possibile perquisire un bambino, ma con maniere accettabili) e lo sanno bene quegli agenti di polizia penitenziaria a cui tocca questo compito, che cercano di fare con tutta la delicatezza possibile.
"Bisogna lavorare moltissimo con questi bambini", dice la professoressa Mantovani. "Bisogna spiegare, non bisogna nascondere. Nella mente dei ragazzi va mantenuta viva la storia, il ricordo, e la verità. Il bambino deve fare i conti con i genitori che ha, e deve capire di non aver colpa della separazione. I genitori gli vogliono bene lo stesso, anche se dal carcere".
E poi c’è il futuro di questi bambini. Il rischio più forte è che seguano le orme dei genitori, e che prima o poi finiscano in galera. Lo dice una ricerca fatta dai giornali ("Ristretti Orizzonti" e "Magazine 2") di due carceri (Due Palazzi di Padova e San Vittore di Milano) assieme al giornale di strada "Terre di mezzo". Il 22 per cento dei detenuti ha un parente detenuto. Ma Lia Sacerdote presenta dati ancora più duri: "Il 30 per cento dei figli di detenuti finisce in carcere a sua volta".

 

20/05/01, di Marco Neirotti

Dietro le sbarre, scrittori-detenuti e viceversa
Rare volte passato e presente si sono intersecati così bene e senza prevaricarsi. Ci voleva il tono garbato e impietoso insieme degli Scritti galeotti (Rai Eri) di Daria Galateria presentati ieri alla Fiera, con l'autrice, da Giancarlo Caselli, Sergio Cusani, Giancarlo De Cataldo, Luigi Manconi e Sergio Segio.
La Galateria racconta autori finiti tra le sbarre, da Casanova a Dostoevskij, da Pellico a Oscar Wilde, da Dino Campana a Verlaine. Nomi illustri della letteratura incappati nella detenzione. Quel che avviene oggi, ricorda Sergio Segio, ex terrorista ora impegnato nel Gruppo Abele, è il caso di ignoti carcerati che diventano autori.
E' qui lo scambio fra passato e presente. Giancarlo Caselli, che fino a poco tempo fa ha diretto il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, coglie dalle pagine Baudelaire e si richiama a un'usanza mai crollata: "Ci sono processi in aula e processi nei media. Qual è l'influenza reciproca?". E sempre dal libro si rifà a Zola: "Che direbbe dei condizionamenti di oggi?".
Anche il senatore Manconi accompagna questo saggio-racconto in un viaggio nel tempo: parla delle condizioni dei reclusi, del rapporto con la società, del "ricettacolo degli scarti", e invita a riflettere sulla semplice collocazione geografica delle prigioni, sempre più fuori, sempre più in periferia. E' lo scollamento, l'abbandono, il non voler vedere le contraddizioni della società.
Dalle singole storie che la Galateria narra trae spunto Sergio Segio per dire di un filo che con il passato mai ha reciso i legami: "Dostoevskij racconta grandi celle per 25 persone, che ne contenevano 40. E adesso? Sono celle per tre e ne contengono 12. Un tempo usavano carta e matite di fortuna. Adesso accedere alla "evasione" letteraria è un'impresa. Un libro dev'essere senza copertina in quanto pericoloso".
E' il carcere che resta se stesso. Possono cambiare muri, disposizione dei locali, ma la logica detentiva come può aiutare? Sergio Cubani, l'uomo di Tangentopoli che la galera l'ha affrontata, ammette che il "carcere mi ha fatto bene", ma teme che queste parole si prestino a un gioco facile: allora fanne ancora un poco, che ti farà meglio. Gli ha fatto bene perchè ha riflettuto non solo su se stesso, ma su un universo ampio fatto di miserie umane e sociali.
Miserie che vogliono riscattarsi, tanto che, pur con la poca informazione, un centinaio di detenuti hanno risposto all'invito per un concorso letterario interno, curato dall'editore MeridianoZero; escono racconti (Ma è davvero Natale, un Natale così? O Una vita non basta, titoli eloquenti) e romanzi come Leoni e Bocche di lupo, con Franceschiello che fin dall'inizio chiede all'autore, in una nenia: "Ma ti ricorderai di me?".
I grandi scrittori raccolti dalla Galateria diventano racconto, storia, curiosità, cultura, ma anche immediato ingrandimento di un'istituzione. Manconi ricorda che anche il rituale dei tatuaggi è una forma di scrittura. E Cusani cementa tutto con una grande scritta nella cella vicino all'ufficio matricola, tratteggiata con il fumo nero di un accendino: lo Stato cosa mi ha dato? Ignoranza, miseria e carcere.

 

28/04/01

INCHIESTA: La relazione del Dap. Si scopre la bioagricoltura
Il carcere cerca l'alternativa. Lavorano 21 detenuti su 100
Una buona notizia dal carcere. Dopo anni di segni negativi nel 2000 sono aumentati i detenuti impegnati in attività lavorative. Sono 11.121, quasi il 21 per cento della popolazione carceraria. Lo rivela la Relazione annuale al Parlamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Aumentano, soprattutto, quelli che lavorano per privati o cooperative, passando da 1.382 a 1.575, invertendo una tendenza alla diminuzione degli ultimi anni. E la novità è che si punta soprattutto sull'agricoltura biologica. Già in commercio ortaggi, frutta e miele "puliti" di provenienza carceraria.
Salgono anche i qualificati, che restano però una esigua minoranza.
Agevolazioni alle cooperative bloccate dalla burocrazia.

Carcere, lavoro in crescita, di Antonio Maria Mira
Si inverte la tendenza. E si scopre la bioagricoltura
Roma. Cresce il lavoro in carcere. Per la prima volta, dopo molti anni, aumentano i detenuti che svolgono un'attività lavorativa. Non di molto, ma aumentano. Lo rivela l'annuale relazione al Parlamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), rimarcando il dato positivo dell'"inversione di tendenza", ma sottolineando anche come "persista la difficoltà di aumentare i posti di lavoro all'interno del circuito carcerario".
Le novità tuttavia non mancano. In particolare, perché di stretta attualità, l'ingresso dell'agricoltura biologica nei penitenziari. In molti istituti sono già attive - o lo stanno per diventare - produzioni agricole "pulite". Un segno dei tempi. Varie colonie penali sono state riaperte all'agricoltura e altre "riconvertite" al biologico. E quelle tinte di verde non sono le uniche interessanti iniziative. Certo, si potrebbe fare molto di più, ammette il Dap, se fossero approvati rapidamente i decreti attuativi della legge n.193 del 22 giugno 2000, la cosiddetta "legge Smuraglia" dal nome del suo presentatore, che prevede, rilevanti agevolazioni contributive e sgravi fiscali a favore di cooperative sociali e imprese pubbliche e private che assumono lavoratori detenuti o che svolgono, nei loro confronti, attività formative. Una norma attesa da anni, a lungo ferma in Parlamento e che potrebbe decollare se arrivassero i provvedimenti ministeriali.
Ma torniamo alle notizie positive. Al 31 dicembre 2000, su una popolazione detenuta di 53.030 persone (erano 51.604 nel '99), erano addetti al lavoro alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria 11.121 detenuti, solo il 20,97 per cento, ma un piccolo passo in avanti rispetto all'anno precedente quando erano 10.421, pari al 20,19 per cento. Purtroppo, però, gran parte di questi, come scrive il Dap, "sono addetti a lavori domestici o non qualificati, che non consentono l'acquisizione di professionalità spendibili sul mercato del lavoro". In pratica si tratta di addetti alle pulizie, sguatteri in cucina o simili. Per fortuna però aumentano anche i pur pochi lavoratori qualificati. I detenuti impiegati alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria in attività di tipo industriale o agricolo passano da 818 a 926, mentre quelli addetti alla manutenzione ordinaria dei fabbricati salgono da 710 a 870. Inoltre aumentano anche i laboratori (le cosiddette "lavorazioni") interni ai penitenziari, passati da 84 a 91.
Ma, e questo è certamente il dato più interessante, ad aumentare sono soprattutto i detenuti che lavorano per privati o imprese, sia in carcere che all'esterno in regime di semilibertà. È qui la vera inversione di tendenza, visto che negli ultimi anni tale numero era sempre diminuito. Nel '97 erano 1.677, nel '98 erano scesi a 1.438, calando poi a 1.382 nel '99. Nel 2000 si è invece risaliti a 1.575. E queste sono le occupazioni più importanti, perché spesso proseguono anche dopo la fine della pena aiutando l'ex detenuto a reinserirsi nella società.
Il Dap ricorda l'accordo siglato tra i ministeri della Giustizia e del Lavoro, la Telecom e i sindacati "finalizzato all'impiego di manodopera detenuta nella gestione di banche dati mediante strumenti informatici". Così già dal '99 nel carcere milanese di San Vittore hanno trovato lavoro 25 detenuti, mentre nel 2000 un'analogo progetto è partito a Rebibbia a Roma. Ma è soprattutto sul settore agricolo che l'Amministrazione ha puntato. Ricorda in primo luogo l'intesa raggiunta con Confcooperative Federsolidarietà per il rilancio delle colonie agricole in Sardegna, un accordo, scrive il Dap, "teso alla trasformazione imprenditoriale dell'intero ciclo produttivo, dalla raccolta del prodotto alla commercializzazione".
Sono poi state create "nuove e specifiche realtà agricole in istituti penitenziari aventi sia la ricettività che le capacità necessarie". Così orti e frutteti sono già operativi a Firenze Sollicciano e nelle case circondariali di Velletri, Prato e Terni. Mentre sono in fase di ultimazione a Modena, Porto Azzurro, Palermo Pagliarelli, e al femminile di Venezia. Inoltre, ed è qui la novità, sono in fase di riconversione le produzioni a Rebibbia femminile e Rebibbia reclusione e nella casa lavoro di Castelfranco Emilia. Solo un primo passo. Infatti, si legge nella Relazione, il Dap ha avviato "una specifica programmazione tendente all'individuazione di istituti penitenziari dove avviare attività agricole specializzate a indirizzo biologico in Veneto, Campania e Marche". Molte le attività già avviate, dall'orticoltura biologica alla frutticoltura, dall'allevamento dei conigli d'angora alla floricoltura, dall'itticoltura fino all'apicoltura. In ben sette carceri, infatti, sono state istallate arnie che già producono miele che viene commercializzato. E grazie ai finanziamenti Ue sono stati addestrati a questo lavoro 200 detenuti da inserire poi in realtà esterne.

Reclusi? No, pescatori e contadini, di Andrea Fagioli
L'isola della Gorgona è un laboratorio di attività all'aperto

GORGONA (Livorno). Diciassette carceri, 3 mila 500 detenuti: la Toscana è la regione con il più alto numero di istituti di pena e la più alta concentrazione di reclusi. Per un terzo si tratta di extracomunitari. La maggior parte è dentro per reati connessi alla droga (un migliaio, di cui il 10% affetto da Aids). Ammessi al regime di semilibertà sono un centinaio. Pochissimi coloro che hanno un lavoro all'esterno, ma anche all'interno, se si escludono cucina e giardinaggio. La Toscana vanta comunque il caso unico di un'isola-penitenziario, la Gorgona, dove tutti i detenuti lavorano: escono di cella la mattina presto per rientrarci la sera. Vivono in regime di carcere cosiddetto "leggero", lavorano la terra, allevano animali, pescano, recuperano le vecchie abitazioni e mantengono la viabilità. Attualmente i reclusi sono un centinaio, gli stranieri sono il 15%. L'età media è molto bassa: 30 anni. In questo carcere a cielo aperto, che dista 13 miglia marine da Livorno, si arriva su "richiesta di assegnazione", ma non devono mancare più di 7 anni alla fine della pena e non bisogna avere legami con la criminalità organizzata.
Tra le prime costruzioni che s'incontrano visitando l'isola ci sono le casupole degli "sconsegnati": detenuti vicino alla fine della pena, che possono vivere da soli. Gli altri sono distribuiti in due vecchi edifici: il primo con celle anche a tre posti (per gli ultimi arrivati); il secondo con celle singole. Poco oltre, una distesa di orti a terrazza che scendono fino al mare, con ulivi che producono svariate centinaia di litri di olio, ma soprattutto con le erbe aromatiche, che rappresentano una vera particolarità dell'isola e per le quali è stato costruito un grande laboratorio. Le viti, invece, sono ancora basse, ma nel giro di tre o quattro anni daranno almeno 10 mila bottiglie di vino. C'è poi la zona dove sono raccolti gli allevamenti e i macelli: mucche, pecore, galline, conigli. Ci sono anche i cavalli da lavoro e l'alveare. Da uno dei tornanti a precipizio, si vedono delle boe in mare: segnalano l'allevamento di orate, addirittura 45 mila esemplari.
La parte alta dell'isola è dominata dai resti di un castello a picco sul mare, risale ai tempi delle Repubbliche marinare, apparteneva a Pisa. Poco più sotto un piccolo cimitero. Il tutto in mezzo a un fitto bosco e a piante di rosmarino. La Gorgona è l'isola più verde dell'arcipelago toscano e da quest'anno è anche aperta alla visite, sia pure per alcune ore e in solo giorno della settimana.
Fino ad un paio di anni fa era attiva un'altra colonia penale in mezzo al Tirreno, Pianosa. Ma lì, dalle celle non si usciva. Anzi: l'isola serviva per dare maggiore sicurezza ad un carcere adattato ad ospitare brigatisti e mafiosi, tanto che il generale Dalla Chiesa lo fece circondare da un muro invalicabile. Con la Gorgona e Pianosa, condivideva un passato carcerario anche Capraia, mentre è sempre attivo il penitenziario di Porto Azzurro all'Isola d'Elba. Ma a parte il caso Gorgona, il vero problema resta dappertutto, isole o non isole, il lavoro. Più che il sovraffollamento, pesa l'inattività.

Così a Nisida si "assaggia" la libertà, di Valeria Chianese
Progettata l'apertura di un punto di ristoro sulle terrazze naturali con vista sul golfo di Napoli Gli allievi sarebbero impiegati in cucina e ai tavoli

NAPOLI. Nisida è un'isola, legata alla città da una strada sopra il mare da cui sorge verde di alberi, gialla di tufo e ogni ora del giorno le regala un colore nuovo. Nisida è un carcere, un istituto penale minorile. Ma è così bella che i ragazzi e gli educatori e i volontari hanno pensato di aprirci un "punto ristoro", un ristorante sulle terrazze naturali con vista sul golfo di Napoli. A lavorare in cucina e ai tavoli gli stessi ragazzi che seguono i corsi per cuoco, pasticciere e pizzaiolo organizzati nel carcere. Il progetto non è ancora realtà solo perché i permessi sono tanti e soprattutto perché l'idea di fare di Nisida un parco naturalistico urbano è ancora solo un'idea circondata dalle difficoltà come l'isola è circondata dal mare.
A Nisida arrivano i ragazzi dai quattordici ai diciotto anni, a volte anche ventunenni, provati dalla vita, che hanno superato il labile disperato confine tra la legalità e l'illegalità. Scegliendo quest'ultima "perché sono sfortunato", "perché "a capa così mi dice di fare"", così la mente gli consiglia, secondo loro, in realtà perché sono abbandonati a sé stessi, senza genitori, o uno è in carcere, o con una madre e troppi padri. Fuori dalla scuola che non riesce a seguirli, fuori anche da quei lavori neri e sommersi che sono a volte l'unico sostegno. I ragazzi di Nisida hanno rubato, scippato, spacciato, ucciso: una fetta di umanità dolente malata dentro, cui si aggiungono i ragazzi "di fuori" in bilico, che si vuole aiutare se non è possibile guarire. Così in ognuno di loro si cerca la parte migliore, fosse anche più piccola della più piccola pietra di Nisida. E il carcere oltrepassa le sbarre: rimangono i limiti, ma i ragazzi ricevono più di quanto abbiano mai avuto o trovato nei quartieri da cui provengono.
I corsi di cucina costituiscono uno sguardo sul futuro. A sostenere i ragazzi sono le esperienze di chi ce l'ha fatta. Come Ciro, "muschillo" da quando aveva dieci anni, poi spacciatore sempre più inserito nella malavita. Dopo Nisida ha rinunciato al suo passato, è diventato pizzaiolo, ma ha dovuto lasciare Napoli. Di tanto in tanto chiama un educatore del carcere e gli dice quello che fa, ormai ventitreenne, in una città lontana e si fa raccontare che cosa succede a Napoli. Poi c'è Paolo, borsaiolo in erba che ora sfrutta l'abilità delle sue dita per forgiare pasticcini e torte. E c'è Michele, abile scippatore famoso nel suo quartiere che adesso fa le gimcane tra le padelle e le pentole di un ristorante. "È un impegno che portiamo avanti con amore e con molta fiducia nei ragazzi" dice Giancarlo Erba, decano e presidente dell'Associazione cuochi della Campania e supervisore dei corsi di formazione a Nisida. "Ci sentiamo coinvolti, sentiamo di poter dare molto a ragazzi che hanno avuto poco" gli fa eco Raffaele Manzi, presidente dell'Associazione provinciale cuochi di Napoli, che continua: "Vedere i loro occhi ritornare a sorridere, con un sorriso che non è quello sfottente di prima, per noi cuochi impegnati nei corsi è come vedere nascere altri figli. Noi usciamo dalla cucina, loro vi entrano: da questo incontro nascono vite nuove".
Vestiti di bianco con gli alti cappelli da cuoco o con la berretta e il fazzoletto rosso da pizzaiolo i ragazzi di Nisida seguono con passione le lezioni. Gianluca Guida, direttore del carcere, commenta: "Sappiamo che molti non ce la faranno, ritorneranno qui o si perderanno nelle strade della criminalità, ma non possiamo abbandonare la speranza".

 

14/04/01

IL BILANCIO DI CORLEONE: "In cella restano i drammi"
ROMA - Lo stato della giustizia nel bilancio di fine legislatura? "Ci sono luci e ombre. Abbiamo affrontato i grandi temi della giustizia e il problema drammatico delle carceri, ma non è tutto risolto", afferma il sottosegretario alla Giustizia Franco Corleone. "Sono stati cinque anni di riforme importanti, tuttavia abbiamo mancato alcuni obiettivi: il nuovo codice penale, la modifica della legge sulla droga e la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari". Corleone ha anche attaccato chi dice che in Italia non c'è certezza della pena: "È una polemica priva di fondamento - ha detto il sottosegretario - perché in Italia chi viene condannato sconta la pena. Certo, c'è chi ottiene il lavoro esterno o l'affidamento ai servizi sociali. Ma sempre di pena si tratta: a meno che non si pensi che l'unica punizione, in un Paese democratico, debba essere star chiusi in cella 24 ore su 24, con palla al piede o senza. Un motivo di orgoglio, comunque, è il nuovo regolamento penitenziario. Se si pensa che i detenuti antifascisti lamentavano le stesse cose dei detenuti delle prigioni della Repubblica, avere modificato le regole mi sembra un importante risultato e mi porta a dire che abbiamo pagato un debito". Il governo, dice Corleone, si è impegnato nel recupero dell’efficienza nella vita giudiziaria e nelle questioni più spinose come quella delle carceri.
Il sottosegretario ha anche fatto il punto sulla sua esperienza di governo. "Nel settore della giustizia - ha detto Corleone presentando un libro appena pubblicato, sulla giustizia appunto, che ha scritto insieme a Stefano Anastasia, Sandro Margara ed Eligio Resta - abbiamo fatto i maggiori sforzi. Ci sono però tante cose che non siamo riusciti a fare. La più importante è il nuovo codice penale. Per alcune, come l'indulto e la legge sulla droga, capisco ma non condivido i motivi per cui non le abbiamo affrontate. Per altre, come la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, non riesco ancora a capacitarmi del perché".

 

29/03/2001, di F. Sarzanini

"Basta impunità, leggi sui minori da rivedere"
Il procuratore di Latina: dai sedici anni vanno trattati come gli adulti. I giudici: sarebbe un errore
ROMA - "La legge sui minori è troppo benevola, bisogna modificarla. I ragazzi dai 16 anni in su devono essere giudicati secondo il codice penale ordinario, quello che riguarda gli adulti". Ancora scosso dalla vicenda dei due ragazzi di Aprilia che a bordo di un’auto rubata hanno travolto e ucciso una donna e il suo bambino e ne hanno ferito gravemente un altro, il procuratore di Latina Antonio Gagliardi lancia la sua proposta provocatoria. Ma non trova consensi tra chi si occupa tutti i giorni di adolescenti che hanno guai con la giustizia. Per condannare un minore, bisogna accertare la sua maturità. La legge prevede tra l’altro un periodo di "messa alla prova" e, se l’esito del trattamento è positivo, si può ottenere il perdono giudiziale. Una procedura che Gagliardi ritiene "inaccettabile". "Ormai - spiega - i ragazzi maturano ben prima dei 18 anni eppure continuano a godere di privilegi, dal punto di vista della punibilità, che non sono adeguati. Basti pensare che anche chi commette un omicidio volontario può essere messo alla prova e poi tornare libero senza conseguenze. Non va bene, bisogna cambiare". Il sasso è lanciato, ma l’idea di Gagliardi non piace affatto ai suoi colleghi.
Categorico è il no di Giuseppe Magno, direttore generale del Dipartimento per la giustizia minorile. "Le indicazioni scientifiche - sottolinea - vanno in senso diametralmente opposto a questa proposta. Gli studi e l’esperienza acquisita sul campo ci dicono che nei ragazzi è anticipata la capacità di intendere, ma è molto ritardata quella di volere. Non sanno autoregolamentarsi e dunque hanno freni inibitori molto scadenti. Abbassare l’età da 18 a 16 anni vorrebbe dire trattare da persona matura chi non lo è affatto. I rimedi sono altri e devono riguardare la prevenzione. E’ necessario sviluppare l’aspetto educativo e questo compito spetta alle famiglie, alla scuola e ai servizi sociali. Pensare che la soluzione ai problemi sia quella di anticipare l’entrata in carcere è assurdo: si tratta di una scorciatoia che potrebbe avere conseguenze disastrose".
Critica anche Livia Pomodoro, presidente del tribunale dei minori di Milano: "Forse qualcuno dimentica che nessun beneficio è obbligatorio. Si valuta caso per caso e in base alla personalità del minore, alla sua maturità, alla sua capacità di intendere e di volere si adottano i provvedimenti adeguati". Sulla stessa linea Vittoria Correa, Gip al tribunale minorile di Roma. "E’ vero che i ragazzi vengono trattati con minor rigore rispetto agli adulti, ma questo non è affatto un dato negativo. Anzi. Dopo aver esaminato ogni singolo caso, è giusto che, qualora ci siano i presupposti, si pensi al reinserimento del minore nella società. L’obiettivo degli operatori di questo settore deve essere il recupero dell’adolescente che spesso passa per la sua "messa alla prova". Questo non vuol dire che poi il perdono venga concesso automaticamente. Lo ottiene soltanto chi dimostra di meritarlo davvero".
Perplessa sulla proposta di Gagliardi anche Monica Arachi, neuropsichiatra infantile. "Gli adolescenti hanno comportamenti moderni e maturi, ma nella maggior parte dei casi si tratta soltanto di apparenza. In realtà il loro processo interiore non è cambiato rispetto al passato. La capacità di sviluppo continua a seguire gli stessi percorsi di sempre".

"Nuove norme lassiste E’ impossibile arrestarli", di M.A. Calabrò
ROMA - "Tra la pena di morte prevista negli Stati Uniti anche per i minori e il nulla, si dovrà pur trovare un giusto mezzo". Per Marcello Pera, probabile Guardasigilli in caso di vittoria del Polo, la causa legislativa remota della recrudescenza dei reati commessi da minorenni è un impianto generale del codice che risente di una sorta di "mammismo all’italiana". Ma Pera evidenzia che ormai l’impunità per i minorenni si è estesa anche ai furti in casa e agli scippi dopo la recente approvazione del pacchetto sicurezza che "non contenendo nessun raccordo con il codice di procedura per i minori impedisce ormai l’arresto dei minori stessi persino in casi di flagranza". Alcuni minorenni "quasi maggiorenni" stanno riempiendo le cronache perché responsabili di gravi fatti di sangue. La gente si chiede: perché quasi sempre non rischiano nulla?
"Il fenomeno c’è e purtroppo è in espansione: quindi va fronteggiato. In primo luogo ci vuole un cambiamento culturale: adesso ci sono un perdonismo e un mammismo assai diffusi che rendono incerta la punizione anche quando la colpa di un minore è stata accertata. Mi rendo conto che si tratta di un discorso delicato, ma i giovani, soprattutto quelli che si avvicinano alla maggiore età, non possono essere completamente "esenti" da ogni considerazione seria di carattere penale. Bisogna essere rigorosi, senza essere vendicativi".
Negli Stati Uniti c’è l’eccesso opposto...
"Non è quella la nostra storia e la nostra cultura, ma non si può più accettare neppure questa forma di lassismo che magari nasce da nobili ispirazioni o considerazioni ma non corrisponde più alla realtà attuale, soprattutto perché, al di là di casi eclatanti, moltissimi giovani sono diventati essi stessi deliberato strumento di reato in mano a criminali ben più pericolosi".
C’è tutto un vasto fenomeno di baby spacciatori, di ragazzi allevati per fare i ladri e così via.
"E qui vengo alle responsabilità del governo nel pacchetto sicurezza. Il governo di centrosinistra, infatti, o per dimenticanza o, presumibilmente, a causa di quella cultura di cui parlavo prima, quando ha configurato i nuovi reati di scippo e furto in appartamento, non ha fatto il coordinamento delle nuove norme con il codice dei minori. E così sta accadendo che per questo tipo di reati c’è l’impunità: perché a commetterli sono soprattutto minorenni, che non possono essere arrestati neppure se colti sul fatto.

"Serve meno indulgenza soprattutto dai magistrati"
ROMA - "Il rispetto della legge deve essere ristabilito anche per i minori: anzi sono soprattutto i minori che delinquono ad aver bisogno, per potersi riscattare, e poter riprendere in mano la propria vita, di capire che hanno violato le regole". Anna Serafini, Ds, componente della Commissione per l’infanzia, relatrice della legge sulla pedofilia e sulle adozioni, pensando ai numerosi episodi di violenza di cui sono stati protagonisti minori, è molto decisa: "Non si può non punire fatti così efferati, le leggi lo prevedono".
Cosa?
"L’affermazione di responsabilità anche del minore, una volta accertata la colpa: poi il tipo di custodia o di esecuzione della pena dovrà essere modulata con riferimento all’età, alla condizione dei vari soggetti, ma la responsabilità di chi ha compiuto reati, sia pur minorenne, deve essere chiaramente stabilita. Deve essere così anche in famiglia. Da psichiatri, psicologi ed educatori non sentiamo dirci altro: i genitori non devono essere "amici" dei figli, ma devono far rispettare le regole, perché il ragazzo non può trovare da solo il bene e il male. Questo è tanto più vero per la società".
Ma sembra che quanto lei dice non avvenga praticamente mai. Perché? Il clima nei tribunali per i minori è un po’ diverso?
"Credo che non si debba assolutamente confondere il principio che tutte le persone, comprese le più giovani, debbano poter riscattarsi con il venir meno del principio che il reato è un reato chiunque lo commetta, anche se giovane. Spesso i giudici minorili hanno un atteggiamento "sociologico" rispetto ai giovani o alla delinquenza minorile, soprattutto se si tratta di ambienti economicamente disagiati. Negli ultimi tempi noi abbiamo a che fare, mi sembra, con fatti di altra natura. Ma in ogni caso una lettura puramente sociologica non va bene. Io sono un politico, non sono né uno psicologo né un magistrato: quindi non voglio entrare nei casi specifici. Detto questo, i ragazzi devono avere la coscienza piena dei diritti e dei doveri. Il primo dovere, la prima regola, è quello di rispettare la vita e l’integrità altrui. Su questo non si può essere lassisti. Non c’è giustificazione che tenga."
Bisogna ristabilire il primato della legge?
"Sì e, anzi, se non si punisce il ragazzo, non lo si aiuta, ma la società diventa sua complice".

 

25/03/01, di Daria Lucca

Minori, un tema che scotta
Settimana concitata per la giustizia minorile, quella appena terminata. La Farnesina ha organizzato il "Forum euromediterraneo sulla sottrazione internazionale dei minori" per tentare una risposta a un fenomeno in crescita. Poichè infatti non soltanto aumentano i matrimoni multietnici ma anche le separazioni - e i figli ne fanno troppo spesso le spese, con il rischio di essere rapiti da uno dei genitori - l'Italia sta conducendo negoziati bilaterali alla ricerca di accordi per la tutela di bambini e ragazzi, tentando anche di fare arrivare il problema davanti alle Nazioni unite e all'Unione europea.
Più o meno contemporaneamente, il ministero di grazia e giustizia ha "festeggiato" l'istituzione del Dipartimento della giustizia minorile, "superando la concezione che considerava ancillare la giustizia minorile, non così importante come gli altri settori", ha detto il guardasigilli Piero Fassino. Elencando i passi avanti compiuti (nuova legge sulle adozioni, nuove norme sulle violenze domestiche, la legge sulla prostituzione minorile e la violenza sessuale), Fassino ha anticipato le priorità della prossima legislatura: "La trasformazione del tribunale dei minori in un tribunale della famiglia e l'applicazione di un nuovo regolamento dell'esecuzione penale per i soli minori".
Non è un caso che tutto ciò avvenga quando ancora doloroso è il ricordo dei fatti di Novi Ligure. I reati commessi dai nostri ragazzi sono in calo, ma sono molto più "visibili". E allora conviene dare un'occhiata più approfondita a uno dei temi che la vicenda di Novi ha sollevato: l'istituto della messa alla prova.
Le denunce penali a carico dei minori vedono una forte crescita della devianza straniera fra i 14 e 17 anni (quasi raddoppiata) mentre diminuiscono le denunce a carico degli italiani non imputabili, e cioè dei ragazzi sotto i 14 anni. In questo quadro, l'istituto della messa in prova ha mostrato, secondo le statistiche del dipartimento, una buona riuscita. Se per tale, ovviamente, si intende il recupero dei ragazzi (e non la punizione a tutti i costi).
Il ricorso all'articolo 28 del dpr 448 del 1988 è cresciuto del 12% tra dal 1997 al 1998 (ultimi dati noti) e ben del 58,5% dal 1992, anno dei primi rilevamenti. L'articolo dice che il giudice può ordinare la sospensione del processo fino a tre anni per reati da ergastolo e fino a un anno per i reati più gravi. In questo periodo il ragazzo o la ragazza vengono "messi alla prova", affidati ai servizi minori dell'amministrazione giudiziaria, magari con l'aggiunta di "prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato". Ebbene, dei 1249 ragazzi che nel 1998 hanno usufruito dell'istituto, per ben 756 (oltre il 60 per cento), il percorso si è chiuso con l'estinzione del reato, segno tangibile di un effetto migliorativo sulla personalità degli imputati. E allora bisogna proseguire lungo questo cammino, che non può che essere l'unico per un paese che si voglia chiamare civile.

Lo Stato della sicurezza, di M.D.C.
L'Italia vista dai prefetti: nessun allarme microcriminalità
Non una ma tante Italie, anche sul fronte della sicurezza e della percezione che i cittadini hanno dell'allarme criminalità. Ma in generale un paese che non è poi messo così male da far gridare all'allarme, come spesso usano fare alcuni politici o organi di stampa. E' questo il quadro che viene fuori dai 103 rapporti presentati ieri in altrettante prefetture d'Italia. Complessivamente, il quadro relativo alla sicurezza nel Paese migliora, ma con qualche ombra. Aumentano infatti le grandi rapine (a banche o portavalori, ad esempio), ma diminuiscono gli omicidi e tutti quei reati che provocano allarme sociale, come gli scippi e i furti. Dunque non c'è nessuna emergenza microcriminalità da affrontare.
Il ministro degli Interni Enzo Bianco ha commentato così i risultati presentati ieri: "Nell'insieme i dati dimostrano chiaramente che, per la prima volta negli anni '90, nel 1999 e nel 2000 c'è stato un forte decremento della delittuosità e del numero dei reati più gravi in tutt'Italia". Ma vediamo qual è la situazione nelle maggiori città, così come è stata presentata ieri dai prefetti.
ROMA. I reati denunciati rispetto al '99 diminuiscono del sei per cento, anche se cresce la paura dei cittadini. Per questo il prefetto Giuseppe Romano ha rilanciato l'idea della polizia di prossimità o del vigile di quartiere.
MILANO. I reati denunciati sono diminuiti del 29 per cento. Ma il sindaco Albertini ha rilanciato l'allarme sicurezza, legato alla riduzione degli organici delle forze dell'ordine.
PALERMO. Cosa Nostra cambia volto, si riorganizza e alla strategia stragista preferisce la mimetizzazione. Per questo sarebbe in netto calo la microcriminalità.
NAPOLI. La camorra avrebbe puntato la sua attenzione sul business degli ipermercati, pronta a "carpirne possibilità di investimento e riciclaggio di proventi illeciti".
REGGIO CALABRIA. I prefetti lanciano un allarme: la 'ndrangheta potrebbe fiondarsi sui soldi in arrivo per lo sviluppo economico della regione.
TRIESTE. E' una delle città con il più alto numero di separazioni e divorzi e "in numerosi casi" i servizi sociali hanno potuto accertare che le crisi familiari si accompagnano all'uso di alcool o droghe, o all'emarginazione sociale ed economica. Molti i maltrattamenti e le violenze in famiglia.
FIRENZE. Reati in calo, anche se c'è un problema riguardante la prostituzione. E il prefetto Serra rilancia l'idea di una "rivisitazione della legge Merlin", per togliere dalle strade le prostitute e organizzarle in cooperative private.
PERUGIA. C'è il rischio che la criminalità metta le mani sui soldi della ricostruzione post terremoto. Dunque, attenzione agli appalti.
VENEZIA. Le principali minacce, secondo il prefetto, sono legate a gruppi eversivi e a mafie albanesi, nigeriane e cinesi.
GENOVA. Il prefetto ha chiesto maggiore informazione ai cittadini da parte di enti locali e forze dell'ordine, soprattutto in vista del G8.
NUORO. Negli ultimi tre anni in Sardegna non c'è stato nessun sequestro di persona.

 

07/03/01, di Liana Milella

Sicurezza, il "pacchetto" è legge pene più dure per furti e scippi
Il Polo blocca il provvedimento sulle rogatorie internazionali
ROMA - La maggioranza vince, dopo due anni, la battaglia del pacchetto sicurezza (ricordate? quello per inasprire le pene contro furti e scippi voluto da D'Alema dopo i morti di Milano del ‘99), ma sta rischiando di perdere al Senato un'altra guerra altrettanto importante, quella sull'accordo con la Svizzera per semplificare e rendere più veloci le richieste di conti bancari e di interrogatori con i testi d'Oltralpe. Il governo riesce a portare a casa (Francesco Rutrelli è entusiasta al pari di Fassino e Bianco) una legge che rende più facile arrestare e tenere in carcere gli accusati di delitti gravi e che limita fortemente i ricorsi in Cassazione, ma perde un'occasione importante per accelerare i processi proprio mentre Carlo Azeglio Ciampi va di persona al Csm e ricorda a tutti che la giustizia è ancora troppo lenta.
Il trattato ItaliaSvizzera, come i giudici hanno ricordato tante volte, sarebbe servito proprio per accorciare i tempi. Ma, dopo aver atteso l'approvazione per due anni ed essere stato licenziato dalla Camera solo la settimana scorsa, ieri il testo ha perfino scatenato una rissa tra i capigruppo. Il forzista Domenico Contestabile ha detto chiaro al diessino Gavino Angius che se si discuterà delle rogatorie potrebbero saltare altri provvedimenti come la violenza in famiglia o il divieto dei combattimenti tra i cani. E così, nonostante le tante denunce sui processi che finiscono in prescrizione e pur dovendo fare i conti con la legge sul giusto processo che impone ai dibattimenti una "ragionevole durata", la ratifica del trattato slitterà alla prossima legislatura.
Ma la maggioranza è soddisfatta lo stesso. Ha vinto con 142 voti a favore e solo sette contrari, quelli di Rifondazione, del pannelliano Milio, della forzista Scopelliti e di due "dissidenti" diessini, Senese e Salvato, attestati su posizioni più garantiste rispetto al loro partito. Politicamente, l'Ulivo riesce anche a cogliere in contraddizione la Casa delle libertà: perché dopo il voto favorevole espresso alla Camera a fine gennaio, adesso l'opposizione ripiega su un'astensione. Dice Massimo Brutti, sottosegretario diessino all'Interno che in questi giorni ha tallonato il Polo al Senato battendosi per far approvare il pacchetto: "Per la Casa delle libertà il saldo di questa giornata è del tutto negativo. Non solo sono apertamente in contraddizione con loro stessi, ma pur avendo cambiato idea sono stati ugualmente battuti. E voglio vedere adesso come spiegheranno ai loro elettori perché prima erano a favore e adesso sono contro e soprattutto perché, dopo aver tanto parlato di sicurezza, adesso si astengono su norme che possono aiutare i magistrati e le forze dell'ordine a essere più severi". Tra queste c'è per esempio quella che nega la concessione dei domiciliari a chi è già scappato una prima volta che, secondo il diessino Elvio Fassone, rappresenta "un bel contributo contro il senso di insicurezza dei cittadini".
Ma è proprio questo il leit motiv della contestazione del forzista Marcello Pera che, in più di un affondo, ha criticato un insieme di misure che "rischiano di allargare ulteriormente il già troppo ampio potere dei magistrati". Tranne la stretta sui ricorsi in Cassazione, Pera ha bocciato il pacchetto considerandolo "esclusivamente propagandistico". Ma il suo atteggiamento dimostra come tra il gruppo di Forza Italia del Senato e quello della Camera (lì c'è l'avvocato di Berlusconi Gaetano Pecorella) non la pensano allo stesso modo sulla giustizia. E, qualora servisse una conferma, ecco il voto sulle rogatorie: una settimana fa Pecorella dava il suo sì "politico" al trattato ItaliaSvizzera, mentre oggi lo stesso gruppo fa muro sulla definitiva approvazione. Tra i diessini c'è chi sostiene che in realtà Forza Italia aveva votato sì ben sapendo che poi la ratifica sarebbe caduta al Senato.
Sulle rogatorie, comunque, i diessini preannunciano battaglia. Si muoverà lo stesso Rutelli e il capogruppo Angius ha già detto che "chi ostacola questa legge in realtà vuole processi lunghi e quindi soggetti alla prescrizione dei reati". E soprattutto "persegue l'elusione di verità processuali che invece potrebbero più facilmente essere accertate". Una chiarissima allusione a Forza Italia e al suo presidente Berlusconi.

 

06/03/01

Ecomafie, crimini e affari per 26 mila miliardi
ROMA. Fattura oltre 26 mila miliardi l’anno il crimine organizzato che saccheggia l’ambiente, ricicla rifiuti e opere d’arte, fa strage di animali. La stima è contenuta nel rapporto di Legambiente su "Ecomafia 2001", presentato ieri. I clan criminali coinvolti sono 143, il triplo di 4 anni fa. I reati ambientali sono in crescita del 20%, oltre 30 mila l’anno. Le regioni più colpite sono Sicilia, Calabria, e Campania. Fra i pochi segnali positivi, il calo dell’abusivismo edilizio: nel 2000 sono state costruite circa 29 mila case fuorilegge, il 13,8% in meno rispetto al 1999. In questo contesto si colloca il racket degli animali. I clan prosperano anche sui combattimenti tra cani, le corse clandestine dei cavalli, il commercio delle specie protette. Secondo la Lav (Lega antivivisezione) sono 2 milioni ogni anno i cani e i gatti uccisi per fare pellicce, cappotti, guanti e accessori vari. Soprattutto in Cina.
Alla presentazione del rapporto di Legambiente c’era il ministro dell’Interno, Enzo Bianco, che ha voluto sfatare un luogo comune: "E’ un clamoroso falso sostenere che l’abusivismo edilizio nasconde situazioni di necessità. Spesso la costruzione avviene ad opera della mafia e della criminalità organizzata". Il ministro dell’Ambiente, Willer Bordon, ha invece fatto appello al Senato, perché approvi il disegno di legge sul traffico dei rifiuti: "Scriverò una lettera a tutti i capigruppo perché venga concessa la sede legislativa alla commissione Ambiente". Il procuratore antimafia Pier Luigi Vigna ha sottolineato i "buchi" del codice Penale, dove non sono stati ancora inseriti tanti reati di natura ambientale.

Tutti i numeri della giustizia italiana
TEMPI. In Italia la durata media dei procedimenti penali oscilla dai 443 giorni in Tribunale ai 370 in Appello. La durata dei civili va da 269 (giudice di pace) a 1.300 (Tribunale). In Francia la decisione viene presa in 7 mesi e mezzo, in Germania in sei.
GIUDICI. In Italia il numero complessivo dei magistrati ammonta a 20 mila unità di cui oltre 9 mila in ruolo organico e 6 mila giudici di pace. L’Inghilterra ha circa 600 giudici, la Francia 6000.
CIVILE. Nel primo semestre 2000 le pendenze civili davanti alle Corti d’Appello sono state 41.769, ma ne sono state definite solo 19.507. Invece nei Tribunali, per la prima volta, si è avuto un saldo attivo: di fronte a 807.387 cause ne sono state definite 948.091.
STRASBURGO. La Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo nel 2000 ha inflitto 233 condanne allo Stato italiano, quasi tutte per violazione sul diritto a un processo in tempi ragionevoli. Da sola l’Italia ha subito più sentenze negative di tutti gli altri 30 Paesi europei di cui la Corte si è occupata.

"Processi ancora lenti": Ciampi sprona il Csm, di M.A. Calabrò
ROMA - "Non vorrei che i segni di miglioramento della macchina della giustizia dovessero subire una battuta d’arresto in un periodo in cui fisiologicamente non ci saranno nuove leggi, perché ci saranno le elezioni e ci sarà un fermo naturale della produzione legislativa". E ancora: "Non vorrei che consapevolmente, o inconsapevolmente, ci si fermi ad aspettare altre leggi, è questo il motivo per cui sono venuto qui oggi pomeriggio". A braccio il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, spiega la filosofia del suo terzo incontro con il Consiglio superiore della magistratura, voluto a pochi giorni dalla scioglimento delle Camere, per spronare l’organizzazione giudiziaria a non fermarsi proprio adesso, a non cedere alla tentazione di mettersi alla finestra, in una posizione d’attesa. "Il Parlamento e il Governo non sono certo rimasti inoperosi - ha aggiunto -, ora è indispensabile che il Consiglio Superiore faccia tutto il possibile per abbreviare i tempi della entrata a regime delle riforme". In sostanza, il Capo dello Stato ha chiesto ai magistrati di recepire ed attuare il prima possibile le novità varate nel corso dell'ultima legislatura e di accelerare i tempi dei concorsi che permetteranno l'ingresso nella carriera a 1000 nuovi giudici. "Siamo in presenza di qualche segno di miglioramento che attenua, ma questo non cancella certo gli elementi di preoccupazione che emergono dai dati relativi all'accumulo degli arretrati sia in materia civile e del lavoro, sia in materia penale. Il problema dei problemi, quello della durata dei processi, resta al centro delle nostre comuni preoccupazioni", ha spiegato.
Ciampi ha perciò indicato quale debba essere la nuova "cultura dell’amministrazione della giustizia" che deve essere applicata da subito. Cinque i punti principali "semplici e pragmatici". Innanzitutto: rigorosa valutazione della produttività dei singoli magistrati. Secondo: più managerialità dei capi degli uffici (con la "riappropriazione delle loro funzioni di direzione e coordinamento".) Terzo: ulteriore utilizzo dell’informatica come strumento per risolvere i problemi tecnici della giustizia e della lunghezza dei processi. Quattro: una disciplina per la fissazione di criteri di priorità e di urgenza nello smaltimento dei processi, pur nella piena osservanza del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, sull’esempio di quanto è già stato sperimentato al momento dell’istituzione del giudice unico. Quinto: maggior rigore nelle "promozioni" dei magistrati, che adesso avvengono in modo troppo automatico ed essenzialmente per anzianità.
Il vicepresidente del Consiglio, Giovanni Verde, che pure ha la fama di essere uno che ha una visione "fin troppo aziendalistica della giustizia", ha affermato che il Csm si "impegna a fare di più, ma già finora è stato molto operativo essendosi trovato ad affrontare i problemi di riorganizzazione degli uffici in un momento che non poteva essere peggiore e con un diluvio di leggi che di continuo hanno cambiato le procedure".
"Il diluvio di leggi è stata la causa dell’inefficienza della giustizia" hanno concordato tutti i consiglieri che sono intervenuti a chiusura dell’incontro (Spataro, Di Cagno, Gilardi). Michele Vietti, del Polo, ha aggiunto: "La via di uscita è l’efficienza: ce l’ha indicata Ciampi". Il vicepresidente Verde ha infine "constatato", con una punta polemica, che la visita di Ciampi ha indotto il ministro della Giustizia, Piero Fassino, ad essere anche lui presente a Palazzo dei Marescialli, sede del Csm. Fassino ha tagliato corto chiedendo al Consiglio "di affrontare subito la questione delle carenze di organico con l’applicazione straordinaria di magistrati almeno in Campania: chiedo che ciò avvenga non in termini di mesi, ma di settimane, se non in giorni".
Soddisfatto, al termine, il presidente Ciampi: "Esco da questo incontro molto più fiducioso, ho colto l’indicazione di una tendenza al miglioramento, che, con tutte le cautele, mi fa dire che la crisi della giustizia sta superando il punto di svolta".

 

04/03/01, di Rita Di Giovacchino

Il "giusto processo" finisce sotto accusa
BARI - La legge di attuazione della riforma del "giusto processo" è stata approvata il 14 febbraio scorso: in quest’ultimo scorcio di legislatura molti provvedimenti sono andati in porto. Ma l’Italia ce l’ha fatta a diventare un paese finalmente moderno, dove la giustizia assolva al suo compito essenziale, cioè arrivare alla sentenza in tempi ragionevoli? Niente affatto, ammonisce l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso: "L’Europa ci guarda con sospetto, troppe norme in contrasto tra loro, troppe "garanzie" hanno finito per accavallarsi. Il postino bussa sempre due volte, la Corte di Strasburgo ci aveva messo sull’avviso, ma la prossima volta ci metterà alla porta, l’Europa è convinta che il nostro groviglio normativo sia un sistema che garantisca l’impunità".
Parole dure, pronunciate da uno dei massimi costituzionalisti a margine di un seminario sul "giusto processo", organizzato dalla Fondazione Falcone e svoltosi a Casamassima, Libera Università del Mediterraneo, al quale ha partecipato anche il procuratore di Palermo Piero Grasso che ha riportato il dibattito dall’empireo giuridico alla dura realtà dell’aula giudiziaria: "Un processo giusto non è soltanto quello che consente di assolvere gli innocenti, ma anche quello che punisce i colpevoli. Le norme contenute nella legge attuativa dell’articolo 111 della Costituzione hanno creato gravi problemi nei processi contro la criminalità organizzata. Le garanzie debbono proteggere la parte più debole ovvero l’imputato, ma se questo fa parte di un’organizzazione criminale che dispone di potenti strumenti di intimidazione, ben difficilmente potremo proteggere il testimone quando minacciato potrà avvalersi del diritto al silenzio". Grasso fa il caso della prostituta albanese che riesce a mandare in carcere il suo aguzzino: "Cosa accadrà se non avrà il coraggio di ribadire le sue accuse pubblicamente, sapendo che sua madre rischia la vita?".
Conso, in apertura dei lavori aveva letto un intervento dell’ex ministro Giuliano Vassalli, che pur essendo un convinto riformatore non risparmia critiche: "Leggere la nuova legge non è facile, per i 25 articoli che la compongono, per le sostituzioni di commi, lettere, proposizioni, costellate da continui richiami e rinvii. Ancor meno facile sarà l’applicazione. Forse meglio sarebbe stato che la Corte Costituzionale non fosse intervenuta, lasciando tale materia alla responsabilità del Parlamento".

 

01/03/2001, di Danilo Paolini

Stop ai neonati dietro le sbarre
E le detenute con figli da 3 a 10 anni potranno scontare la pena in casa
Tramonta l'era dei neonati dietro le sbarre. I sessanta bambini che sono attualmente reclusi nelle carceri italiane sono stati idealmente liberati ieri dalla commissione Giustizia della Camera che, in sede legislativa, ha approvato definitivamente la legge sulle detenute madri.
Il provvedimento - che aveva ricevuto il via libera dal Senato il 6 febbraio scorso, dopo circa tre mesi di stallo - prevede, per le detenute che hanno figli in età compresa fra i tre e i dieci anni, la possibilità di uscire dal carcere e di scontare la pena a casa oppure in strutture pubbliche di accoglienza. La novità, quindi, non riguarda solamente le cinquantotto mamme dei sessanta bimbi di cui si diceva, ma anche quelle che hanno dovuto distaccarsi dai figli con più di tre anni. La legge precedente stabiliva infatti che il bimbo poteva stare in prigione con la mamma fino al compimento del terzo anno di vita, dopo di che doveva stare con i parenti oppure essere dato in affidamento.
Ma la detenzione domiciliare non è un beneficio automatico: possono ottenerla solo le donne che hanno già scontato almeno un terzo della pena (quindici anni, nel caso di condanna all'ergastolo). Durante la permanenza in carcere potranno comunque trascorrere periodi a casa per assistere i figli, osservando le stesse regole applicate ai detenuti che lavorano fuori.
L'organismo competente alla concessione dei benefici è il tribunale di sorveglianza, che dovrà fissare il periodo di tempo che la madre potrà trascorrere all'esterno della propria abitazione. Nei casi in cui, senza giustificato motivo, la donna si assenti per più di dodici ore, i benefici possono essere revocati. E qualora l'assenza si protragga per un tempo più lungo, scatterebbe l'accusa di evasione.
Per limitare al massimo questo tipo di episodi, la decisione su ogni domanda di detenzione domiciliare sarà condizionata dall'assenza di un concreto pericolo di reiterazione del reato. Le nuove norme saranno applicate anche alle donne che, per la fattispecie del delitto contestato, non avrebbero diritto agli arresti o alla detenzione domiciliare e ai padri detenuti, quando la mamma dei bambini sia morta o impossibilitata ad assistere i figli. Sarà automatico, poi, il rinvio delle condanne a carico delle donne incinte o che abbiano figli di età inferiore a un anno.
Secondo il ministro della Giustizia, Piero Fassino, la riforma approvata ieri è "un importante contributo per una legislazione più moderna e civile" perché "viene finalmente riconosciuto il diritto del "bambino detenuto" alla libertà e all'affettività, nonché il valore primario del rapporto madre-figlio".
Soddisfatte anche la presidente della commissione Giustizia, Anna Finocchiaro (Ds), che fu promotrice della legge quando era ministro delle Pari opportunità, e il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Patrizia Toia (Ppi).

 

24/02/01 di Italo Mereu

Non si può uccidere per il bene comune
"Non basta diminuire le sanzioni e le esecuzioni capitali, non dovesse giustiziarsi che un solo colpevole, ancora perdura un gran misfatto per l’umanità". Questo pensiero, formulato da Pietro Ellero nel programma per il Giornale per l’abolizione della pena di morte del primo gennaio 1861, potrebbe essere l’insegna di questa Relazione sull’attività svolta dal Comitato contro la pena di morte , scritta dalla senatrice Ersilia Salvato e ora pubblicata dal Senato. È un’iniziativa - una delle poche - che ha trovato concordi tutti i senatori e che fa dell’Italia la propugnatrice più decisa dell’abolizione della morte come pena, un mezzo giuridico da "Paese incivile" come ha dichiarato Carlo Azeglio Ciampi. "Ho sempre considerato che un Paese civile non possa albergare nel proprio ordinamento giuridico la pena di morte". Con questo giudizio inequivocabile il presidente della Repubblica Ciampi, il 24 gennaio scorso, ha preso posizione, dinanzi al Senato, sul problema della "pena di morte", come ancora oggi viene chiamata la "morte come pena", quasi si trattasse di una solita pena, e non invece di un atto di pura barbarie, o per dirla in termini giuridici, di un assassinio di Stato. E ha aggiunto: "Mi fa piacere vedere che il Senato sta portando avanti questa campagna di civiltà".
Sono parole "rivoluzionarie" - in termini di politica internazionale - perché pronunciate dalla più alta autorità istituzionale italiana dinanzi al Senato della Repubblica, per incoraggiare, avallandola, l’opera del Comitato di parlamentari che ha fatto del problema dell’abolizione della morte come pena nel mondo - o almeno della sua moratoria - il proprio programma. E sono tanto più rivoluzionarie se le mettiamo a confronto con la notizia, pubblicata dai giornali il giorno seguente, la quale ci informa che Giovanni Paolo II - preso atto di dare forma più sistematica e organizzata ai mutamenti intervenuti nell’ordinamento dello Stato della Chiesa - ha deciso che nella nuova Costituzione della Santa Sede la pena di morte venga cancellata.
Il primo commento che viene da fare è quello di botta e risposta, ma a ruoli invertiti. È lo Stato laico che, per primo, prende decisamente posizione contro l’assassinio di Stato, ed è la Chiesa cattolica che è costretta ad adeguarsi e cercare di fare altrettanto, per cercare di stargli dietro. E dico questo perché la Chiesa cattolica - che specie negli ultimi tempi ha fatto dell’inviolabilità della vita la propria bandiera, combattendo contro l’aborto e contro tutte le misure contraccettive una battaglia dura ed intransigente - quando poi si tratta della morte inflitta come pena (cioè della società che uccide l’uomo) all’articolo 2266 del proprio Catechismo Generale (1992) se ne esce con la stupefacente affermazione che la Chiesa "ammette" la pena di morte "solo" in casi di "estrema necessità".
Ma parlare di casi di "estrema necessità" è addirittura banale, perché è la ragione che portano tutti coloro che sono per questa forma di assassinio. C’è di peggio. Nell’articolo citato si giustifica la pena di morte in nome "del bene comune". Ora, questo della difesa del bene comune in nome del quale si uccide un uomo, è uno slogan ideato da San Tommaso d’Aquino ("il bene comune vale più di quello di un uomo solo, e di conseguenza questo bene particolare dovrà essere sacrificato per la salvezza del bene comune"), l’ideologo "laico" della pena di morte, come - mi si consenta - l’ho definito ne La morte come pena . Questo slogan è stato usato da tutti, ed ha servito tutti: cattolici e protestanti, laici e religiosi, rivoluzionari e antirivoluzionari, comunisti, fascisti, nazisti. Tutti hanno sempre assassinato il prossimo in nome del bene comune, del bene sociale, del bene collettivo. Non c’è scrittore cattolico che non cada in questa contraddizione. Anche Tommaso Moro - che dal Giubileo è stato elevato a patrono dei politici - anche lui - anzi soprattutto lui - cade in questa contraddizione. Non voglio dire che i laici siano stati sempre "angelici". Basterà ricordare che i diritti dell’uomo e la ghigliottina nascono assieme. Come basterà dire che gli Stati Uniti d’America - nel campo civile, autori dal 1770 della grande rivoluzione istituzionale a cui si ispirerà la Rivoluzione francese, e nel campo scientifico artefici delle più importanti scoperte (ultima il genoma) - usano non solo la morte come pena, ma applicano ad ogni condannato la più crudele e sofisticata forma di tortura: la tortura della speranza. Si condanna a morte una persona, ma non la si uccide subito. Le si concede un tempo illimitato di fare i ricorsi giudiziari che crede e che riesce a pagarsi per annullare la sentenza. È una tortura che può durare cinque, dieci, venti anni di speranze. Ma quando tutto il tentabile è stato fatto, quando ogni speranza è svanita, quando nessun cavillo è più possibile, scatta la sentenza che diventa - anche dopo vent’anni - esecutiva e il condannato viene ucciso come una bestia da macello. È un’esecuzione che non ha nessun senso: né politico né sociale né giuridico. È solo la prova che lo Stato più civile, quando dimentica il valore dell’uomo come persona, diventa bestiale e brutale, come un animale selvaggio.

 

20/02/01, di Ida Dominijanni

Giustizia, la dea delusa
Legalità, garanzie, diritto penale minimo. Il bilancio severo di "Antigone" sull'era del centrosinistra
Correva l'anno 1996 e si stava formando il governo Prodi quando un importante convegno dell'associazione Antigone (Il vaso di Pandora si intitolava) sembrò trovare concorde l'area politico-giuridica del centrosinistra su alcuni capisaldi di una necessaria riforma della giustizia, che riaffermasse il principio di legalità sulla base di cardini garantisti e di una radicale revisione del codice penale. Fine dell'alluvione legislativa emergenzialistica, nuovo codice e riserva di codice (ovvero: nessuna legge penale fuori dal codice, con relativo vincolo di coerenza interna), rito accusatorio, revisione del sistema delle pene erano i capisaldi di quel "diritto penale minimo", diventato da allora una formula che nessuno, nella sinistra di governo, ha mai smesso di enunciare ma anche - questo è il punto - di tradire. A distanza di cinque anni, e a un passo dalla fine della legislatura, Antigone fa il punto sullo stato della giustizia dopo tre governi di centrosinistra. Ed è, è il caso di dirlo, un punto dolente.
Non che sulla giustizia - il campo più sintomatico, controverso e accidentato della transizione - si possa dire che nulla, o poco, è stato fatto. Le riforme che il centrosinistra rivendica - giudice unico, giudice di pace, rito monocratico, giusto processo, rafforzamento degli organici della magistratura, sezioni stralcio per l'arretrato civile - ci sono state e contano. Senonché, legittimate sulla base del criterio dell'efficienza e della razionalizzazione del sistema, esse non hanno sconfitto, né talvolta toccato, i punti decisivi di inefficienza e di irrazionalità del sistema. Stefano Anastasia e Mauro Palma, aprendo l'assemblea di Antigone nella sede italiana del parlamento europeo (a significare, dirà l'eurodeputata ds Pasqualina Napoletano, quanto continentali siano i problemi di cui si discute), spiegano perché. Perché l'inflazione della legislazione penale e il suo uso e abuso simbolico non sono affatto diminuiti, anzi sono stati riaffermati in pieno nella campagna sulla sicurezza, bandiera elettorale del centrosinistra quanto del centrodestra. Perché il codice penale non è stato toccato, anzi resta "un totem immodificabile", e il rito accusatorio resta pieno di contraddizioni. Perché questa sorta di penale obeso e bulimico - altro che minimo - si rovescia in un diritto incerto, flessibile, negoziale e negoziabile, discrezionale, e alla fine inaffidabile, che finisce col destituire nella pratica quel principio dell'obbligatorietà dell'azione penale che Berlusconi si appresta a destituire anche formalmente. Perché i guai e le indecenze del carcere e del sistema delle pene si sono aggravati anziché essere leniti.
Il guardasigilli e candidato vicepremier Fassino, ancorché annunciato nel programma della giornata, non c'è: "banale errore sull'agenda", si scusa in un messaggio di buon lavoro. A contrastare il bilancio proposto ci prova per i Ds Francesco Bonito: certo, il rito penale ha assunto "aspetti schizofrenici", ma "il diritto penale minimo resta il nostro faro". Però a concludere l'incontro c'è Luigi Ferrajoli, che in quanto padre legittimo della formula del "penale minimo" ha una qualche voce in capitolo nella valutazione del suo stato d'attuazione. Eccola: "Quella del diritto penale minimo è diventata una formula usata a copertura di politiche di segno opposto". La verità, dice Ferrajoli, è che il labirinto normativo sta potando a un vero e proprio "collasso della ragione giuridica". Tassatività delle fattispecie di reato, riduzione dell'area penale, riserva di codice, riduzione delle pene restano tuttora le uniche ricette proponibili per un vero recupero di efficienza e di legalità. Ma la politica manca di progetto e di autorevolezza e, nel campo della giustizia, non fa che lasciare spazio ai corporativismi (quello della magistratura in primis); né la cultura giuridica supplisce.
C'è però di più, e di peggio. Ancora Ferrajoli: le campagne demagogiche sulla sicurezza hanno sortito il brillante effetto di avallare nel senso comune l'idea che la criminalità vera, pericolosa, sia solo quella di strada - mentre quella delle bancarotte, dei peculati, dei falsi in bilancio e dei conflitti d'interesse vive e vegeta. "Mai abbiamo assistito a una connotazione tanto classista del codice penale", che a Berlusconi non resta che formalizzare. Parole pesanti. Che nessuno smentisce. Ersilia Salvato teme che, a forza di spostare sul penale la risoluzione di problemi sociali, l'Italia si avvii allegramente verso il "modello San Francisco", città che all'immagine massimamente liberal-libertaria abbina pratiche di segregazione da record. Giovanni Russo Spena batte su analoghi tasti. E i segnali peggiori, in fatto di classismo, vengono dal carcere. Sandro Margara, ex direttore generale delle carceri, snocciola atto per atto una lunga "commedia degli equivoci": pene che si riducono solo a prezzo delle garanzie processuali, pene alternative concesse solo a prezzo di renderle più aspre, carceri che si riempiono per soddisfare "la madre di tutti gli equivoci" cioè la sete di sicurezza. Denunce analoghe da parte di Vittorio Agnoletto e Franco Maisto. Né l'attuale vicedirettore delle carceri Paolo Mancuso sarà convincente nella sua difesa della politica carceraria, tantomeno quando delegherà alle sole istituzioni sanitarie l'annoso e indecoroso problema dei detenuti per droga.
Con molte ragioni Franco Corleone, sottosegretario verde alla giustizia, riporta molti guai alle irrisolte contraddizioni interne al centrosinistra in fatto di giustizia, cultura della repressione cultura della libertà, sulle quali tornano Giuseppe Mosconi e Eligio Resta. L'ultima prova? La fornisce ancora Ferrajoli, e con lui Mauro Palma: quell'esortazione del centrosinistra a votare scheda bianca sull'elezione dei giudici mancanti della corte costituzionale, pur in presenza di una candidatura qualificata come quella di Salvatore Senese. Un gesto di astensione, dalla politica del diritto.

 

20/02/01, di Luigi Cancrini

Meno carcere per uscire dal tunnel della droga
LA CONFERENZA di Genova ha fatto parlare di sé soprattutto per le polemiche sull’eroina. Ciò che è avvenuto d’importante a Genova, tuttavia è il dibattito fra operatori e rappresentanti delle amministrazioni: un dibattito che ha avuto un seguito interessante ieri a Roma con Livia Turco, concentrandosi su alcune proposte concrete sulle decisioni che è possibile prendere in questo scorcio di legislatura. In tema di decarcerazione, prima di tutto, il problema su cui si era discusso a Genova era quello di diminuire il numero dei tossicodipendenti che sono detenuti nelle carceri e che dovrebbero invece essere seguiti (curati) sul territorio: in comunità e nei servizi non residenziali. La decisione cui si è arrivati ieri, cui si può dar corso subito in questa direzione, è quella di superare il limite di un ormai anacronistico elenco delle strutture convenzionate con il Ministero di grazia e giustizia, considerando capaci di proporre progetti di misura alternativa al carcere tutti i servizi della rete accreditati dalle Regioni. Un decreto interministeriale verrà dunque preparato al più presto trasferendo alla Sanità le competenze in tema di cure da fare nei servizi. Quelli che potrebbero uscire dal carcere dove nulla accade per loro di utile iniziando un processo terapeutico reale sono, se questo avverrà, almeno 1500-2000 detenuti con problemi di droga: con un effetto importante sulla condizione assurda di sovraffollamento cui sono sottoposte oggi le strutture carcerarie.
In tema di farmaci sostitutivi, il problema emerso a Genova era quello di regolarne con chiarezza l’uso. Cambiano oggi paurosamente, da servizio a servizio, i criteri di inclusione dei soggetti tossicodipendenti nei programmi di trattamento metadonico di lunga durata. Ugualmente diversi, spesso senza giustificazione clinica di alcun genere, sono l’entità dei dosaggi, le modalità di somministrazione e di integrazione del trattamento farmacologico con altri trattamenti. Quelle proposte, cui si sta lavorando sono indicazioni chiare per i medici dei Sert relative alle condizioni minime da costruire intorno alla somministrazione protratta di metadone e sugli interventi minimi di ordine psicolabile necessari per garantirne l’utilità. Definendo, una volta per tutte, il carattere terapeutico di questa somministrazione: ha un senso sospendere la potestà genitoriale di una madre cui i medici hanno prescritto il metadone per proteggere la sua gravidanza? Ha un senso negare il rinnovo della patente a chi assume metadone perché il medico glielo prescrive? Paradossi di questo tipo meritano attenzione soprattutto nel momento in cui, in Italia ed in Europa, i trattamenti sostitutivi riguardano un numero sempre più ampio di persone. Paradossi di questo tipo vanno risolti in fretta se si vuole dare credibilità ai servizi che si occupano di tossicodipendenza.
Vi è ancora tutta una serie di problemi evidenziati a Genova su cui è importante prendere posizione in fretta. L’opinione pubblica sta confrontandosi proprio in questi giorni, quando sente parlare del presunto serial killer di Padova, sulla gravità delle patologie che si associano alla dipendenza da gioco d’azzardo ma gli operatori segnalano da anni la crescita rapida delle dipendenze non farmacologiche (gioco d’azzardo, slot machines, pornografia) e la necessità di trovare spazio per curarle nel dipartimento delle dipendenze e nella rete di servizi nati intorno alla tossicodipendenza. La letteratura internazionale e la pratica clinica quotidiana dimostrano ogni giorno di più che dipendenza da farmaco e da gioco sono problemi dello stesso tipo, che si alternano spesso a livello delle stesse persone, che debbono essere curati centrando l’attenzione sugli stessi problemi di personalità. Decidere che il Dipartimento della dipendenza deve occuparsi anche di questi problemi è facile ed urgente: purché si provveda, ovviamente, ad un progetto organico di sostegno e di formazione agli operatori.
Iniziative forti sono state chieste a Genova, ancora, in tema di nuove droghe di sintesi. Quello che si può e si deve decidere oggi è di potenziare i laboratori in cui si analizzano le sostanze vendute in giro sotto il nome, di fatto ambiguo, di extasis. Moltiplicando, nello stesso tempo, le azioni di informazione preventiva presso i giovani e gli adolescenti e inventando misure in grado di tenere lontani dalle discoteche, dagli stadi dalle altre situazioni quelli di loro che dimostrano di essere ad alto rischio; ragionando sugli interventi necessari ed utili per la cura di quelli che non ce la fanno a smettere neppure in questo modo e disponendo, a titolo almeno sperimentale, la possibilità di studiare e verificare, con le tecniche più moderne (TAC, RMN, PET) la validità scientifica, il limite ed il significato delle affermazioni secondo cui queste droghe "bruciano il cervello" di chi le usa.
Molte altre cose sono state proposte a Genova in tema di comorbilità psichiatrica, di figli dei tossicodipendenti, di osservazione attenta e di potenziamento dei tentativi fatti finora per l’inserimento lavorativo di quelli che hanno successo. Utilizzando i suggerimenti degli operatori, il problema è quello di mettersi ora, con umiltà e con pazienza al servizio di quelli che stanno male e di quelli che di loro si occupano evitando le polemiche di principio che tanto piacciono ai politici impegnati in campagne elettorali.

 

18/02/01, di I. D.

Verso gli Usa
GIUSTIZIA: Se si "americanizzano" i vecchi guai del sistema italiano. L'assemblea di Antigone

Dal ruolo dei giudici all'allarme-immigrazione; dai progetti di riforma dell'ordinamento giudiziario ai pacchetti-sicurezza. A volerla fare breve, si potrebbe condensare fra questi due punti la parabola della questione-giustizia nell'era dei governi dell'Ulivo. Due punti solo in apparenza sideralmente lontani: perché l'intera parabola è segnata dalla concorrenza fra Ulivo e Polo nella rincorsa dell'immaginario popolare sui problemi del penale. Dal potere (lo "strapotere", nel lessico di Berlusconi) del giudice alla pericolosità dello straniero, dal fantasma di una giustizia troppo punitiva verso la grande illegalità, della quale il senso comune nazionale volentieri si autoassolve, al fantasma di una giustizia troppo debole verso la microcriminalità, che il senso comune nazionale volentieri proietta sull'invasore albanese.
Fra questi due punti la politica del centrosinistra ha tentato di tendere il filo di una razionalizzazione della macchina della giustizia: buona amministrazione ed efficienza, come il guardasigilli e candidato vicepremier Fassino ha ripetuto ancora ieri a Torino in un incontro sul ruolo della magistratura onoraria. Ma il risultato finale - senza nulla togliere al merito di alcune importanti riforme realizzate: giudice unico, competenza penale del giudice di pace, rito monocratico, sezioni stralcio per i processi civili - sembra pendere a questo punto, più che verso la razionalizzazione, verso una sorta di americanizzazione del sistema giudiziario, soprattutto in campo penale. E' su questa tendenza che l'associazione Antigone invita a discutere nella sua XI assemblea nazionale che si tiene domani a Roma, introdotta da una relazione di Stefano Anastasia.
In che cosa si manifesta questa tendenza? In un duplice ordine di fattori, l'uno sul versante della pena l'altro sul versante del processo. Sul primo versante, c'è da registrare una concezione sempre più retributiva e sempre meno rieducativa della pena, insieme con una concezione sempre più asfittica delle misure alternative alla carcerazione, usate semplicemente per spostare sul territorio il controllo dei detenuti che le carceri non riescono a contenere (esempio, il braccialetto elettronico). Sul secondo versante, quello del processo, c'è da registrare invece la tendenza, di segno apparentemente contrario, a invocare maggiori garanzie a tutela dell'imputato. Senonché la sacrosanta riforma del giusto processo (alla quale Antigone può ben rivendicare di aver dato "un contributo non secondario") rischia di restare monca senza una riforma della difesa d'ufficio che renda effettivo anche per i non abbienti il diritto alla difesa (Antigone propone l'istituto della difesa pubblica, gratuita fino a una certa soglia di reddito).
La somma di questi due ordini di fattori rischia di andare nel senso di una giustizia alquanto classista, in cui, scrive Anastasia, chi non può pagarsi Perry Mason ha buone possibilità di finire in galera. E non c'è solo questo: l'americanizzazione spuria della giustizia italiana rischia di sommare infatti nuovi e vecchi problemi. Come negli Usa, osserva ancora Anastasia, "l'espansione della giustizia penale come strumento di consenso si accompagna a un suo uso flessibile, regolato sulle necessità del momento". Sì che qui da noi il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale si rovescia nella prassi della massima discrezionalità. E il rito accusatorio è costretto da un sistema penale ipertrofico a cedere troppo spesso il passo ai riti alternativi di patteggiamento. Col risultato di una continua negoziazione fra imputati e autorità statale, che spaccia per indulgente un sistema in cui "il rischio dell'arbitrio e della disuguaglianza è viceversa fortissimo".
Contro questo affastellarsi di modelli contraddittori e di problemi vecchi e nuovi, Antigone torna a proporre la ricetta del diritto penale minimo. Ricetta, sottolinea Anastasia, "da tutti enunciata e da nessuno perseguita", anzi contraddetta nella prassi della continua legislazione emergenziale. Si può sperare che qualcuno ne prenda nota, prima di stilare i programmi elettorali?

 

08/02/01

Mai più pentiti a rate, sei mesi per parlare
Legge antimafia, scaduto il termine dichiarazioni senza valore
ROMA - Dopo una lunga e travagliata gestazione, la riforma dei pentiti - avviata dal governo Prodi (guardasigilli Flick) - è diventata legge. L’approvazione definitiva è passata al Senato a larghissima maggioranza. Le nuove norme introducono una serie di restrizioni rese necessarie, secondo la valutazione del legislatore, da un eccessivo cedimento alle condizioni praticamente imposte, in passato, dai collaboratori di giustizia. Da oggi, inoltre, viene nettamente separata la figura del pentito da quella dei cosiddetti "testimoni protetti". In sostanza, i cittadini che collaborano e consentono, con la loro testimonianza, di far condannare criminali e malfattori, avranno diritto alla protezione (anche per i familiari) e ad aiuti economici. Tali benefici, a prescindere dalla durata del processo, dureranno fino al "cessato pericolo". Ma non è tutto: è stata redatta una "carta dei diritti del testimone" per quei cittadini che con la loro collaborazione rischiano l’incolumità. Si tratta di benefici davvero importanti: sarà, infatti, garantito l’identico tenore di vita nel caso fosse necessario sospendere la propria attività, ai dipendenti pubblici verrà mantenuto il posto di lavoro, ai liberi professionisti che dovranno cessare di lavorare sarà assicurato un rimborso. E se, infine, il testimone sarà costretto a lasciare la propria città per motivi di sicurezza, questi potrà vendere allo Stato - che si impegna a rispettare i prezzi di mercato - casa e negozio.
Una svolta, anche quella che riguarda il pentitismo di mafia. La novità più importante riguarda il problema legato alle cosiddette "dichiarazioni a rate". Ciò non sarà più possibile perchè la legge impone un termine fisso, sei mesi, entro il quale l’aspirante collaboratore dovrà dire tutto ciò che sa. Qualunque notizia riferita alla magistratura dopo la scadenza dei sei mesi, non potrà essere utilizzata. La nuova legge prevede, inoltre, che il contributo del collaboratore debba essere caratterizzato da elementi di assoluta novità. Di fronte a rivelazioni già conosciute, il magistrato non potrà concedere l’accesso al programma di protezione.
L’altra novità riguarda il trattamento economico del pentito che, intanto, dovrà consegnare allo Stato i propri beni. Resteranno un ricordo le elargizioni miliardarie: oltre alla protezione per sè e per i familiari conviventi, il collaboratore, secondo le nuove norme, avrà diritto ad un alloggio, spese di trasferimento, assistenza legale e un mensile che, nell’ipotesi più generosa, sarà pari all’assegno sociale moltiplicato per cinque (non più di tre milioni).
Restrizioni anche in direzione dei benefici per i pentiti in carcere. Ci saranno, ma non subito. Almeno non prima di aver scontato un quarto della pena o, nel caso delle condanne all’ergastolo, almeno dieci anni. Il collaboratore che torna a delinquere perde, ovviamente, ogni beneficio e, se ha usufruito di sconti di pena in precedenza, si può arrivare alla revisione del processo anche se definitivamente chiuso.
La legge è stata accolta favorevolmente da quasi tutte le forze politiche. Perplessità e giudizi contrastanti, invece, giungono da alcuni magistrati. Il più critico è stato Armando Spataro, membro del Csm (Movimento per la giustizia): "Da oggi - ha dichiarato - la collaborazione processuale è ancora più difficile perchè solo un pazzo accetterà di collaborare sapendo che i suoi familiari saranno protetti solo se con lui conviventi e che potranno subire il sequestro anche di beni di provenienza lecita".

 

02/02/01, di Luca Fazio

Detenuto? Non parli di carcere
La direttrice di Voghera proibisce un dibattito sui problemi della prigione. E non spiega perché
MILANO - La dottoressa Caterina Zurlo, direttrice del carcere di Voghera, non risponde. O almeno, spiega per due giorni di fila una voce al telefono, è raggiungibile solo per questioni di emergenza. Logico che non si scomodi per una domanda: perché ad un gruppo di detenuti è stata negata la possibilità di organizzare un convegno sulle problematiche del carcere? E per Caterina Zurlo non rappresenta certo un'emergenza la composta protesta degli stessi detenuti (adesso digiunano a turno) che l'altroieri hanno preso carta e penna per comunicare tutta la loro "enorme delusione".
I detenuti che hanno scritto la lettera sono reclusi nella sezione speciale Eiv (Elevato Indice di Sorveglianza). Forse sono ritenuti troppo pericolosi anche solo per organizzare una discussione che si era immaginata aperta all'esterno (operatori, magistrati, giornalisti, politici). Tanto più che qualche anno fa, proprio da quella sezione, ci fu un'evasione non ancora digerita. Di cosa volevano parlare? "Volevamo parlare davanti a una platea - scrivono i detenuti - di carcere, soprusi e illegalità, di situazioni insostenibili come le sezioni lager Eiv, di condizioni igieniche preoccupanti, mancanza di vitto regolare, prezzi, vessazioni, applicazione arbitraria del regolamento...".
Il carcere di Voghera - 235 detenuti a fronte di 110 posti - soffre dei soliti mali: sovraffollamento, carenza di personale (guardie e assistenti sociali), condizioni strutturali precarie. In più, racconta Giovanni Martina, il consigliere regionale del Prc che più volte ha visitato la casa circondariale, "la direttrice ha un atteggiamento ostile che spesso la porta a non relazionarsi con nessuno". Secondo Martina, non sono solo i detenuti a soffrire la direzione, ma anche le guardie (esasperate) e le associazioni di volontariato. "La direttrice - spiega - ha sempre cercato di smantellare le attività che si svolgono all'interno del carcere, laboratori e ogni ambito in cui è facilitata la socializzazione". Un esempio. Undici detenuti lavorano per la Nova Spes, una cooperativa sociale che nonostante si sia detta disponibile ad assumerne altri non ha mai incontrato il consenso della direzione. "Hanno sempre risposto che era poco lo spazio disponibile - spiega Martina - anche se nel carcere di Voghera c'è un'ala dismessa. Siamo di fronte a una totale mancanza di relazione tra carcere e territorio, e sarebbe bene cercare una qualche forma di comunicazione per cercare di migliorare la vita di chi è detenuto e di chi ci lavora".
I detenuti non demordono: "Pensiamo di andare avanti, inserendo in un libricino le nostre raccolte di documenti, i nostri pensieri, le nostre proposte che, purtroppo, ci è stato negato esporre". La lettera è stata inviata al dottor Gianfrotta, direttore IV Dipartimento Amministrazione Penitenziaria di Roma.

 

02/02/01

Droga alle Vallette: quattordici condanne agli agenti carcerari

TORINO - Quattordici condanne per quasi 70 anni di reclusione, due assoluzioni, due patteggiamenti: così si è concluso il processo, con rito abbreviato, per la diffusione di hascisc e cocaina tra gli agenti penitenziari del carcere delle Vallette. La pena più elevata, nove anni e quattro mesi, è stata inflitta a Francesco Rauddi, la guardia che, secondo l'accusa era al centro del traffico. Altre quattro guardie coinvolte: a otto anni e otto mesi, a sette anni, a due anni e quattro mesi, a un anno e sei mesi.
L'inchiesta mise in luce l'abitudine di alcuni agenti di consumare droga e consentì di rintracciare i loro fornitori. I "canali di ingresso" erano diversi, ma il principale era quello che faceva capo a Rauddi, che aiutato dalla convivente (condannata a sei anni e otto mesi) e dai tre figli di lei, acquistava la droga, la divideva in dosi e l'introduceva nel carcere. Tra gli imputati anche un avvocato torinese accusato di favoreggiamento, che è stato assolto.

 

25/01/01

"I suicidi dietro le sbarre cresciuti del 20 per cento"
La denuncia del senatore verde Luigi Manconi
ROMA - Né l'amnistia, né lo sconto di pena rappresentato dall'indulto. Sono le speranze naufragate dei detenuti nell'anno delle rivolte delle carceri che scoppiano, dell'appello del Papa per "un gesto di clemenza". È questo il "clima di frustazione" in cui si registra un altro dato: la crescita esponenziale nel 2000 dei suicidi dei carcerati. Ben 62 detenuti si sono tolti la vita, quasi in 20% in più del 1999 (erano stati 53), 16 volte di più rispetto a quanto avvenga fuori, mentre gli atti di autolesionismo cioé di violenza contro se stessi, sono stati nel primo semestre del 2000 ben 3.251, 542 al mese, in totale 6.285. Così come sono aumentati i tentati suicidi (825).
È secca la denuncia del leader dei Verdi, Luigi Manconi che ieri presenta i dati in un dossier dettagliato. "Il 2000 è stato l'anno del mancato Giubileo dei detenuti. L'aumento dei suicidi è l'espressione della frustazione collettiva della popolazione carceraria, il segnale di una speranza resa vana, mortificata. Questa resonsabilità la classe politica italiana se la deve assumere, al 49% il centrosinistra e al 51% il centrodestra", punta l'indice Manconi. Più sfumata la posizione al riguardo del sottosegretario alla Giustizia, Franco Corleone che da 12 giorni digiuna per sollecitare l'approvazione del cosiddetto "indultino", il provvedimento governativo che si trova nella "paradossale situazione" di essere stato approvato in un ramo del parlamento da una maggioranza più ampia di quella che appoggia l'esecutivo e poi rimasto lettera morta. "Se la legislatura non si concludesse con l'approvazione dell'indultino e della legge sulle detenute madri sarebbe un segno di arroganza verso i più deboli", dice Corleone. Che attacca Alfredo Mantovano, "una delle teste più lucide di An", che ha presentato ben 800 emendamenti.

 

17/01/01

Camera. Contrabbando diventa reato associativo, pene severe
Giro di vite nei confronti del contrabbando di sigarette. L’aula della Camera ha approvato a larghissima maggioranza una proposta di legge che passa all’esame del Senato. I voti a favore sono stati 239, 109 gli astenuti, nessun voto contrario.
Tolleranza zero
Per il contrabbando scatta la tolleranza zero, e diventa reato associativo. Il contrabbandiere sarà trattato come il mafioso: rischia 15 anni di galera, e scatterà anche per lui il carcere duro. Queste le novità della legge sul contrabbando approvata dalla Camera che passa al Senato.
Ma non è tutto: nella lotta a questo reato verranno coinvolti anche i produttori che avranno l’obbligo di marchiare la merce per poterne seguire il percorso dal campo al tabaccaio sotto casa. Non farlo costerà caro: fino a 5 miliardi.
La nuova legge
Contrabbando. E’ contrabbando introdurre, acquistare, vendere, ‘conservare’ o trasportare più di dieci chili di tabacco lavorato estero: si rischia la reclusione fino a cinque anni e una multa di dieci mila lire per ogni grammo di tabacco contrabbandato.
Reato associativo. I boss del contrabbando, i finanziatori e gli organizzatori del traffico, rischiano, per questo solo reato otto anni di carcere. Che salgono a quindici se si usano le armi.
Scafi blu e blindati. I velocissimi scafi blu e i gipponi blindati una volta sequestrati dalle forze dell’ordine saranno distrutti. Oppure potranno essere ceduti dal magistrato alle forze polizia. Ma potrebbero essere impiegati anche dalla protezione civile. Nessuna asta pubblica invece per evitare che i contrabbandieri possano riacquistarli.
Giro di vite anche per i ‘fiancheggiatori’. Costerà caro - fino a cinque anni di carcere e una multa di venti milioni - ospitare nella propria masseria o nel proprio garage un mezzo utilizzato dai contrabbandieri. Stessa sorte potrebbe toccare ai meccanici e ai carrozzieri che truccano motoscafi e jeep.
Pentiti. Riduzioni di pena fino alla metà per chi si dissocia ed aiuta le forze dell’ordine.
Tutto il tabacco in fumo. Il tabacco sequestrato dalle forze dell’ordine verrà distrutto.
Carta d’identità della sigaretta. I produttori di sigarette dovranno adottare un sistema di identificazione dei prodotti che consenta di individuare fin dal pacchetto di sigarette, la data, il luogo di produzione, il macchinario, il turno di produzione, il Paese di origine delle spedizioni, il mercato finale di destinazione, e il primo acquirente del prodotto. Si rischia una sanzione da trecento milioni al miliardo. Ma si arriva a cinque miliardi se si ha motivo di ritenere che la stangata di un miliardo ‘risulti inefficace’.
Indagini. La competenze delle indagini è affidata ai procuratori distrettuali antimafia coordinati dal procuratore nazionale.

 

17/01/01 di Carlo Bonini

Ecco il Perry Mason all'italiana, difendersi sarà affare da ricchi
Arriva l'avvocato-detective come quello che salvò O. J. Simpson
ROMA - Fu un paio di guanti imbrattati di sangue a salvare O.J. Simpson. Fu il denaro che gli costò affittare i servizi del Principe di Harvard Alan Dershowitz e dei suoi ragazzi di bottega. Gli unici capaci di avventarsi su quella "prova regina" di accusa per dimostrare come sbirri californiani in odore di razzismo l'avessero fatta abusivamente scivolare sulla scena del delitto.
E dunque, in un sussulto di fantasia, se il linguaggio delle burocrazie e delle legislazioni non fosse così noiosamente numerico e non vietasse omaggi esterofili, quella che entrerà in vigore da domani in casa nostra, piuttosto che l'orribile 397/2000, la si sarebbe potuta anche chiamare legge Dershowitz. O Perry Mason (per gli amanti della fiction bianco e nero). O, magari, Grisham (per i cultori del colore e del legal thriller). Perché in fondo, sulla carta, almeno di questo si tratta.
Nuovi poteri di indagine agli avvocati. Possibilità di acquisire autonomamente prove (testimoniali o circostanziali) e documenti, senza aspettare di dover ragionare sullo spartito della pubblica accusa. Provate ad immaginare: addio al vecchio azzeccagarbugli, alla "paglietta" del Foro che rimedia con la retorica lì dove non arriva con la forza dell'evidenza dei fatti. Immaginate un Tom Cruise di casa nostra (come nello strepitoso Il socio), o un Denzel Washington (Rapporto Pelican) che in omaggio alle più celebri scene madri del genere mandano assolto l'imputato - e se va bene incastrano il cattivo - per un dettaglio che fa crollare il castello dell'inquisitore. Un testimone a sorpresa, una goccia di sangue, un conto bancario, un appunto autografo. Quel che la pubblica accusa non ha visto o non ha voluto vedere.
Immaginate, appunto. Perché non è affatto detto che le cose andranno in questo modo. E questa volta non c'entrano né l'accidia parlamentare, né le consorterie togate. C'entra il portafoglio. Difendersi, o, meglio, difendersi bene, costerà sempre di più. Sarà affare per pochi.
C'è un modo americano per dirlo. Per gridarlo, proprio come accadde all'indomani della sentenza di assoluzione di O.J. Simpson. Americano come il modello di processo (accusatorio) e di professionista (l'avvocato) cui questa legge promette di ispirarsi: "Money can buy you justice". Con il denaro ti puoi comprare la giustizia.
Ma c'è anche un modo brianzolo per raccontarlo. Brianzolo come la cadenza dell'avvocato Raffaele Della Valle. Ammette che "sì, con questa legge, forse, Enzo Tortora, il mio amico Enzo, non sarebbe mai finito in galera. E non avremmo dovuto combattere per anni prima di veder riconosciuta la sua innocenza". Ma aggiunge che "da oggi la forbice si allarga. Le indagini difensive saranno un lusso che potranno permettersi o i veri poveri, con il gratuito patrocinio, o i ricchi. I ricchi veri. In mezzo sarà il vuoto. Senza contare che le prassi giudiziarie non si cambiano con le sole norme. Se non passa il principio culturale che accusa e difesa hanno pari dignità nel processo, potrò anche avere tra i miei consulenti tecnici Leonardo da Vinci: sarà sempre considerato un Pinocchio, perché non lavora sotto lo stellone della Repubblica. E poi, ripeto, chi lo paga Leonardo da Vinci?".
Provare a fare i conti in tasca ad un avvocato significa parlare di corda in casa dell'impiccato. E i tariffari, poi, sono materia per iniziati. Eppure, Oreste Flamminii Minuto, ex presidente delle Camere penali di Roma, qualche cifra la fa. "Prendiamo un processo per omicidio. Diciamo pure il caso Marta Russo, in cui sono stato parte civile. La Corte ha liquidato alla famiglia, a titolo di spese legali, 75 milioni. Che non sono un'enormità. Bene, agli imputati, una parcella onesta ritengo non sia costata meno di qualche centinaio di milioni. E parliamo solo del primo grado. Ora, supponendo che la legge sulle investigazioni difensive fosse stata già in vigore, questi costi sarebbero lievitati di almeno un 40 per cento. Se pensate infatti che uno studio legale, di soli costi fissi, ogni mese, ha un esborso tra i 20 e i 30 milioni, sommate i tempi del processo e quelli del professionista, aggiungete quelli dell'investigatore privato, si arriva presto a quel 40 per cento in più".
"Se basta. Se basta", ragiona Giovanni Maria Dedola, avvocato milanese del team che difese Patrizia Reggiani nel processo Gucci. Per il solo primo grado, quel caso è costato "alcune centinaia di milioni". "Ebbene - spiega Dedola - se avessimo dovuto sostenere anche spese investigative, credo che i costi sarebbero lievitati almeno di un 60 per cento. Faccio un solo banale esempio. Per portare in Italia un perito di parte come il professor Damasio, docente negli Usa, e massimo esperto della cosiddetta sindrome da lobo frontale, una questione centrale in quel processo per stabilire il grado di offesa permanente alla capacità di intendere e volere di Patrizia Reggiani, avremmo dovuto affittare un aereo privato. E questo solo per prenderlo e riportarlo a casa compatibilmente con gli impegni della sua fittissima agenda. Chi può pagare? Nei casi cosiddetti di penale bianco, vale a dire reati societari, molti fanno saldare la parcella alla società, che pure non sarebbe fiscalmente legittimata a farlo. Ma gli altri?".
Giulio Andreotti ha scritto almeno un paio di libri per saldare le parcelle e le spese dei suoi avvocati impegnati per anni nella spola tra il Tribunale di Palermo e la Corte di assise di Perugia. "Altri, se ce l'hanno, si vendono la casa", spiega Grazia Volo, avvocato romano impegnata in numerosi processi di mafia. "Chi, innocente, ha la disgrazia di rimanere impigliato in un'accusa di 416 bis, si deve preparare ad un calvario finanziario. Faccio un esempio. Il processo Mannino, in cui sono difensore, è ormai all'udienza numero 110. Ora, se consideriamo 110 trasferte da Roma in Sicilia, con tanto di biglietti aerei e pernottamenti, le copie di milioni di pagine processuali, l'onorario, altro che centinaia di milioni. Si arriva al miliardo. E senza investigazioni difensive. Con quelle si sale. Qualcuno lo dovrà pure pagare un investigatore che per due anni gira l'Italia a fare verifiche, rintracciare testimoni....".
Negli uffici di via Veneto, Miriam Tomponzi, figlia del celebre Tom ("Per ragioni di esclusività e per riconoscermi da omonimi, ho cambiato il cognome da Ponzi in Tomponzi, scritto come Pininfarina, per intendersi"), dà un'occhiata ai tariffari. "Noi detective, e siamo complessivamente 850 in Italia, siamo pagati ad ore. Ma al cliente, normalmente, facciamo sempre un preventivo sull'intera durata dell'indagine, il che evita brutte sorprese. A spanne, diciamo che per un'indagine nell'arco di sei mesi che comporti 20 giornate lavorative, siamo tra i 15 e i 20 milioni. Naturalmente bisogna poi tenere conto di trasferte, spese impreviste...". C'è chi paga subito, chi mai. "Mio padre Tom li chiamava i CU, casi umani. Ricordo ancora, quando ero bambina, che nel suo schedario, c'era un apposito faldone, CU. E la verità è che ci saranno sempre. Per questo, conto presto di creare una fondazione che porti il nome di mio padre. Anche loro potranno battersi in aula".
Alla difesa dei CU (reddito dichiarato sotto i 18 milioni annui), il Parlamento, con emendamenti alla legge Finanziaria, ha stanziato a titolo di spese per gratuito patrocinio 100 miliardi per il 2001, 200 per il 2002. Ma che riescano ad avere un Dershowitz al fianco è tutto da vedere. Oreste Flamminii Minuto è convinto del contrario: "Le nuove norme sollevano e solleveranno problemi deontologici delicatissimi. Gli avvocati, assumendo in proprio le testimonianze a discarico, si muoveranno su un crinale sottilissimo, con il rischio che una ritrattazione li possa vedere incriminati per subornazione di testimone. I Consigli dell'Ordine dovranno svolgere un ruolo di sorveglianza importantissimo. Peccato che, ad esempio, quello di Roma sia commissariato". "Ma sì - concorda Della Valle - chi andrà a impelagarsi andando ad interrogare o controinterrogare certi figuri in processi di mala o di mafia? Io lo dico subito: non lo farò. Ho già difeso troppi avvocati che sono stati scaricati da pentiti serpenti che dopo aver raccontato una cosa all' avvocato hanno detto l'opposto in aula".
Solo Giuliano Pisapia, avvocato milanese e deputato del gruppo misto fa sfoggio di ottimismo: "Ma no, le cose andranno bene. Non credo che gli imputati si sveneranno per le indagini difensive. Per il semplice motivo che ce ne sarà bisogno solo se si deciderà di andare a dibattimento. E ora che gli avvocati potranno ascoltare i testimoni durante la fase delle indagini e dunque valutare se chiudere il processo già di fronte al giudice delle indagini preliminari, i processi che arriveranno in aula saranno sempre meno. Proprio come in America". O quasi.

Via libera al "gratuito patrocinio"
Sì della Camera alla difesa per chi è povero ma non per i boss mafiosi nullatenenti
ROMA - Avvocati attenti e scrupolosi per tutti, non solo per chi può, cioè imputati danarosi che se li possono permettere. Ieri la Camera ha approvato con larga maggioranza la legge sul gratuito patrocinio, ovverosia chi dimostra di guadagnare meno di diciotto milioni all'anno ha diritto di essere difeso da un principe del foro pagato dallo Stato. L'approvazione sembrava dovesse saltare perché la Commissione Bilancio aveva bocciato il testo in quanto sprovvisto della copertura finanzaria. Un "equivoco" chiarito in serata.
Un emendamento ha escluso boss mafiosi o autori di sequestri di persona anche se poverissimi dal gratuito patrocinio. Ora il giudice, prima di esprimersi, sarà obbligato a chiedere informazioni a questore, Dia e Dna. Soddisfatto anche Giuseppe Frigo, presidente della Camere penali: "Finalmente torniamo ad essere europei con la difesa realmente parificata all'accusa". Il penalista si augura che le due leggi, difesa d'ufficio e gratuito patrocinio, tornino insieme al Senato per l'approvazione definitiva. Qualche dubbio sul doppio binario per i boss. "Giusto distinguere, ma anche in questo caso la decisione sugli aventi diritto andrebbe presa nel contraddittorio fra le parti".

 

16/01/01, di Adriano Sofri

La giustizia senza carità
Com'è l'Italia, come sono gli italiani? Il temerario Berlusconi ha appena riraccontato una barzelletta sulla differenza fra l'inferno tedesco e quello italiano, e l'ha fatto a Berlino. Gli inferni sono uguali, la differenza è che quello italiano non funziona. Mah. Barzellette a parte, chi se la sente più di definire lo spirito di un popolo. Eppure ci sono circostanze, momenti, in cui uno stato degli animi, una piega della bocca, sembra lasciarsi afferrare, come da un'istantanea che vi prenda alla sprovvista e vi riveli a voi stessi. Pochi mesi fa successe all'Argentina: un medico anziano e prestigioso si suicidò. Non era riuscito a far fronte ai debiti della sua fondazione sanitaria. Una notizia drammatica ma come tante: eppure un'onda di cordoglio e di turbamento travolse il paese, e spinse a interrogarsi in comune sulla propria anima. Lo lessi sui giornali di Buenos Aires, e mi tornò in mente un episodio russo. Ero in Russia nel 1988, durante le celebrazioni del Millennio ortodosso, alla vigilia del terremoto. Si faceva incetta di Bibbie al mercato nero, si restauravano campane, o almeno registrazioni di campane, si ridiscuteva della famosa anima russa.

MI raccontarono che un anno prima, sulla Literaturnaja Gazeta, era uscito un articolo firmato da Danil Granjil, un vecchio e onesto scrittore di Leningrado (la città si chiamava ancora così), che aveva fatto impressione fin dal titolo: "Miloserdjie", misericordia. Scriveva Granjil: da noi lo Stato è responsabile dell'assistenza, ma deve questo significare che dai nostri cuori scompaia la misericordia? E citava i figli di genitori incarcerati o deportati, abbandonati a se stessi e scansati dalla gente. Sulla scia del turbamento vasto e inaspettato suscitato da quell'articolo di rivista letteraria, si erano diffusi gruppi di giovani volontari dediti ai malati e agli anziani.

In Francia nei giorni scorsi il Figaro ha dedicato un dossier alle "Parole che muoiono col secolo": per lo più, parole rimpiazzate da eufemismi politicamente corretti, non abbienti per poveri, imprenditori per padroni. Una sostituzione però era degna di attenzione: esce "carità" ed entra "solidarietà". Però in questo caso non si tratta affatto di un sinonimo eufemistico. Carità e solidarietà sono cose molto diverse. Spero perciò che il Figaro si sia sbagliato. Sbagliandomi, quando ero molto giovane mi auguravo che la solidarietà prendesse il posto della carità. Ho un ricordo singolarmente preciso di una discussione con Giovanni Miccoli. Ero studente, Miccoli era mio amico, ed era già un sapiente professore di storia medievale e della Chiesa. Io me la prendevo con la carità, e il paternalismo e l'ipocrisia che mi sembravano ispirarla, e propugnavo in cambio l'uguaglianza e la dignità fra gli oppressi ispiratrici della solidarietà. C'era quella bella canzone del primo Jacques Brel: "Per essere una buona dama patronessa, bisogna sferruzzare in color cacca d'oca, per poter, la domenica alla Gran Messa, riconoscere i propri poveri personali". Miccoli condivideva, meno impetuosamente, la fiducia nella solidarietà, ma avvertiva che molto si sarebbe perduto con la scomparsa della carità; e aveva ragione. Parecchi anni dopo ebbi voglia di dargliene pubblico riconoscimento, e del resto lo rifaccio qui. Ne ebbi voglia in un altro di quei momenti in cui una comunità sente d'un tratto di riconoscersi (o piuttosto di non riconoscersi più) nell'istantanea che l'ha fermata a tradimento: all'indomani della morte di Moro, dopo quello spossante diverbio fra l'Italia della "fermezza" e l'Italia della "trattativa" (e le altre Italie ammutolite). Poca carità, in quei terribili giorni. Piuttosto, una specie di sospensione statale della carità fino a data da destinarsi, a esequie avvenute, comunque. Gli anni che seguirono segnarono una inattesa rivincita della carità sulla solidarietà: si era troppo esposta, quest'ultima, con le cause e le fraternità più remote e universali, al costo di smarrirne la concretezza e il calore, per non dover ritornare indietro, e guardare con disagio e invidia le piccole virtù, le buone azioni compiute da vicino, col proprio prossimo, senza progetti universali. Questa vicenda fra carità e solidarietà riservava ancora una sorpresa, frutto dell'odiosa divisione che metteva due Europe dirimpetto come in uno specchio. La Polonia cattolica e materna mise in scena un travolgente moto operaio - di operai antichi, di acciaierie e di porti, uomini di marmo - col distintivo della Madonna Nera all'occhiello e il titolo di Solidarnosc - solidarietà, appunto. Sventolata sulle nostre bandiere contro una troppo condiscendente carità, vissuta con entusiasmo e poi inaridita fino allo slogan, la solidarietà ci tornava importata dai cantieri di Danzica e il santuario di Czestochowa.

Non sto inseguendo le peripezie dei buoni sentimenti in concorrenza. Sto chiedendomi se l'Italia non si sia appena fatta fotografare in una di quelle pose inavvertite dalle quali traspare, se non l'anima, lo stato d'animo di una comunità. Ho aspettato, per chiederlo, che fosse trascorso l'anno fatidico, e richiuse le porte sante: archiviati dunque i due appuntamenti, laico - il Duemila, il nostro Futuro remoto - e religioso - il Grande Giubileo. Ora è ufficiale: i debiti non sono stati rimessi, la terra e l'aria non sono state lasciate riposare, i prigionieri non sono stati liberati. Si era chiesto un segno di clemenza, di mitezza: non c'è stato. Io non mi ero aspettato che ci fosse. Trovo però che lo si sia respinto a un prezzo troppo basso. Si è finto che a chiederlo fosse solo la Chiesa (che infatti l'ha chiesto, e con un vigore e una insistenza molto forti), e si è risposto che la Chiesa fa il suo mestiere, e la politica, lo Stato, i professionisti dell'opinione e i comuni cittadini fanno il loro. Strano arrangiamento, qualunque argomento riguardi, che fa della Chiesa - e delle sue differenze interne, e delle altre Chiese - non un interlocutore importante della civile e libera discussione, ma una voce aliena, cui per lo più inginocchiarsi, come una compunta dama patronessa, ma da ignorare un metro dopo l'uscita. Si è finto tutt'al più che il segno di clemenza invocato fosse un affare pratico, un consiglio logistico per smaltire il sovraffollamento: e si è risposto praticamente, da sbrigativi locandieri, che non sarebbe stata una soluzione. Si è spiegato che un sistema politico così paralizzato dal veto reciproco, per giunta in allarme elettorale, non avrebbe potuto andare oltre il gioco di parole sull'amnistia o l'indulto. Considerazioni superflue e anzi distraenti rispetto alla questione, passata inosservata: a che punto siamo, qui in Italia, con la carità?

Io (che naturalmente non parlo di me né per me) faccio molto conto delle regole, e dei gesti capaci di temperarle e scaldarle. Dei gesti dichiarati, aperti, non dei sotterfugi e delle trasgressioni. Penso che i buoni cittadini abbiano due padroni: le leggi giuste, e la compassione. O la misericordia, se volete - miloserdjie, bel nome - o la mitezza, la carità, la simpatia, la solidarietà: questa volta sinonimi. La carità è stata soppiantata da tempo nel linguaggio verecondo delle potenze, che, costrette, preferiscono dire: umanitarismo. Chiamatelo come volete: ma rendetene conto.

Le amnistie mutate in un'abitudine burocratica, sfollamento di abusivi e salvataggio di clientele, non appartengono alla clemenza. Erano la norma dell'Italia fino a dieci anni fa, poi è calata la saracinesca: bulimia e anoressia di una stessa giustizia. Delle amnistie appena varate o annunciate nel mondo, quella turca e quella russa sono fra le più ingenti: e tuttavia non valgono ad addolcire la brutalità di quelle giustizie e galere, anzi, come in Turchia in questi giorni, le fanno il verso. Ma la legge giusta non può escludere da sé gli anni di grazia, i giorni di grazia.

C'è in Italia un paradosso in più. Da noi oggi le autorità più ufficiali non fanno che ripetere, ex cathedra o agli intervistatori (è lo stesso), che i processi sono fatti per favorire i ricchi e schiacciare i poveracci (così si chiamano ora i poveri, per carità); che le galere traboccano di poveracci (di malati, tossici, stranieri senza difensori e senza parola) e sono vuote di ricchi e di istruiti. E' vero. Qual è la novità? Che fino a qualche tempo fa - fino a quando l'amministrazione della giustizia si voleva sacra, distante e separata dall'occhio pubblico, cioè dalla televisione - una tal proclamazione di ingiustizia radicale sarebbe costata una denuncia penale, e magari un processo e una condanna ai suoi vilipendiosi autori. Ora no. Io ho rinunciato a far la punta alle parole con cui maledire la galera e il macchinario che le scarica dentro corpi da macero, perché le stesse parole suonano -sinceramente, per di più- nella bocca dei titolari dell'amministrazione penitenziaria, dei ministri, magari dei procuratori generali. La giustizia dichiara la propria somma ingiustizia -non genericamente, nell' antico senso che non tutti sono uguali per la legge, bensì dettagliatamente, attualmente - ma non ne trae alcuna conseguenza. Dunque quando si nega recisamente alla clemenza, a una mitezza aperta e non maneggiata dietro la schiena, aggiunge cattiveria a ingiustizia. Nella situazione corrente, la clemenza non è un addolcimento della giustizia, ma una sua condizione.

La clemenza non è in soggezione di fronte alla giustizia. Le basta pochissimo. Dante trova il peccatore Buonconte da Montefeltro nel purgatorio e non all'inferno. Ferito a morte, è spirato pronunciando il nome di Maria: e l'angelo di Dio lo ha preso, mentre il diavolo protestava furibondo contro la rapina. Mi togli l'anima di questo -grida al cielo- "per una paroletta". Salvato sulla parola: su una paroletta. Gli Stati hanno altre ragioni, non hanno anima e non devono catturare anime. Ma l'angelo, in questa così superstiziosa svolta di millennio, poteva passare con piede leggero e toccare leggermente le porte di ferro. Dunque: la differenza fra l'inferno tedesco e l'inferno italiano è che quello italiano non funziona. Forse.

 

12/01/01

Per il direttore delle carceri c’è la Procura europea
ROMA - Il governo ha deciso: Giancarlo Caselli lascerà la direzione delle carceri e si trasferirà a Strasburgo. Sarà il magistrato che rappresenterà l’Italia all’interno di Eurojust, la nuova Procura europea che si occuperà prevalentemente di lotta alla criminalità e all’immigrazione clandestina. La richiesta del ministro della Giustizia, Piero Fassino, è arrivata la scorsa settimana al Consiglio superiore della magistratura. La seconda commissione, quella delegata alla messa fuori ruolo dei magistrati, la esaminerà martedì. Ma il via libera non è affatto scontato. Si tratta infatti di una struttura appena creata e le procedure per designare i componenti non sono state ancora fissate. "Sto esaminando la pratica - conferma Fabio Gallo, relatore della pratica al Csm - e ci sono numerosi problemi da risolvere. Primo fra tutti quello che riguarda i criteri da seguire per la nomina. In base agli accordi internazionali, Eurojust è una Procura a tutti gli effetti e dunque è presumibile che ci si debba accedere per concorso e non per designazione nominale. Il secondo nodo da sciogliere riguarda la giurisdizione e le possibili interferenze con quella italiana. Per questo non escludo che sulla questione debba esprimersi anche la sesta commissione, quella delegata all’assegnazione degli incarichi fuori dall’Italia".
Tempi lunghi, dunque, anche se già oggi il Consiglio dei ministri potrebbe procedere alla nomina di Caselli. "Il governo - spiega Gallo - ha il potere di designazione, a noi spetterà quello di ratifica, se ci saranno i presupposti. E’ un problema di metodo, certamente non di persone. Quello che riguarda Caselli è il primo caso, ma ovviamente si riproporrà per tutti gli altri magistrati che chiederanno di far parte di questa nuova struttura europea e dunque è necessario fissare regole precise che poi valgano per tutti".
Al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sono comunque già iniziate le grandi manovre per la successione. Numerosi magistrati si sono messi in corsa, ma sembra scontato che la "reggenza" venga affidata all’attuale vice, Paolo Mancuso, grande esperto nel settore delle carceri. E’ stato lui, al fianco di Caselli e prima ancora di Alessandro Margara, a gestire le fasi più delicate di questi ultimi anni. In particolare quella sui presunti pestaggi avvenuti a Sassari e quella sulle rivolte all’interno delle celle, con i detenuti che invocavano un provvedimento di clemenza. I sindacati hanno sempre avuto con lui buoni rapporti e nei momenti più "caldi", quando l’ex procuratore di Palermo si è trovato al centro di critiche e polemiche, Mancuso è stato il punto di riferimento dei rappresentanti della polizia penitenziaria, ma anche dei responsabili delle strutture.
Più volte in questi mesi Caselli ha sottolineato le difficoltà di gestione delle carceri dovute al sovraffollamento e ha invocato provvedimenti che potessero migliorare le condizioni di vita all’interno dei penitenziari. "L’indulto o l'amnistia - ha sempre detto - non sono problemi di mia competenza, tocca esclusivamente alla classe politica risolverli. Il problema della sicurezza nelle carceri non si risolve solo con più uomini e mezzi: è anche una questione di cultura". Dopo il "no" del Parlamento alla concessione di un atto di clemenza, il ministro Fassino ha così varato il "pacchetto giustizia", una serie di norme, ancora al vaglio delle Camere, che prevedono tra l’altro l’ampliamento degli sconti di pena e l’espulsione degli extracomunitari che hanno meno di tre anni di pena da scontare.
Se il Csm darà il via libera, entro qualche settimana Caselli andrà dunque a Strasburgo. E’ qui che si sta istituendo la nuova Procura europea le cui regole sono state fissate nell’ottobre del 1999 durante il vertice di Tampere. "Per rafforzare la lotta contro le forme gravi di criminalità organizzata - si legge nell’atto costitutivo - il Consiglio europeo ha convenuto di istituire un'unità, Eurojust, composta di pubblici ministeri, magistrati o funzionari di polizia di pari competenza, distaccati da ogni Stato membro in conformità del proprio sistema giuridico. Eurojust dovrebbe avere il compito di agevolare il buon coordinamento tra le autorità nazionali responsabili dell'azione penale, di prestare assistenza nelle indagini riguardanti i casi di criminalità organizzata, in particolare sulla base dell'analisi dell'Europol, e di cooperare strettamente con la rete giudiziaria europea, in particolare allo scopo di semplificare l'esecuzione delle rogatorie".

 

11/01/01, di Assunta Sarlo

Detenuti all'Opera
Le voci recitanti dei reclusi raccolte in un libro del laboratorio di scrittura creativa
MILANO - Opera meritoria, si potrebbe dire, un libro di poesie che esce da un carcere. Non di questo si tratta. In un mignolo d'aria, frutto del laboratorio di lettura e scrittura creativa dei detenuti del carcere di Opera, mantiene le promesse del suo bel titolo ed è costituito da versi sicuramente non riconducibili al capitolo della mera buona volontà. Perchè così non è, lo spiega il poeta Renzo Vidale cui, con Giampiero Neri, è toccato il lavoro di selezione dei testi del laboratorio: "Il merito è portare all'esterno voci che prima non avrebbero trovato modo non solo di esprimersi, ma nemmeno di riconoscersi come tali".
La storia del libro che verrà presentato sabato a Milano e che è stato pubblicato dall'assessorato al decentramento e alle periferie, comincia con le parole di un detenuto, Giancarlo Cirillo: "Quattro anni fa quando la nostra insegnante Silvana Ceruti Sanson ci invitava a giocare con le parole, nessuno di noi immaginava neppure lontanamente cosa ci sarebbe accaduto". Ciò che è accaduto è che non di un gioco si è trattato, ma di mettersi in gioco sì. Risultati? Versi intensi come questi di Francesco Ciancabilla: Vieni, lasciati portare nella cicatrice/lunare della nostra città/città di vuoti/e di sudori minerali/città presenza di tutta la nostra dimenticanza. Versi che scelgono il ritmo ripetitivo dell'elenco per evocare ciò che c'è dietro le mura: Carcere y Carcel/Solitudine y soledad/Costodia y Custodia/Ordine y Orden/Amarezza y Amargura/Isolamento y Aislamiento/Punizione y Punicion/Colpa y Culpa. "A Opera, alta colata di cemento armato situata ai confini estremo di un comune a sua volta ai confini di Milano mi sono trovato di fronte a persone capaci di rimandare beni preziosi, quali l'ora d'aria e perfino il colloquio, pur di poter essere presenti ai nostri incontri" racconta Vidale. La conclusione è per un verso, un invito, un consiglio: "Vuoi conoscere il tuo paese? Visita le sue prigioni".

 

09/01/01

Carcere: Il settimanale"GENTE VENETA" adotta "on line" una detenuta
Una "adozione" insolita quella tra il settimanale della diocesi di Venezia "Gente Veneta" e Maria Teresa, una detenuta del carcere della Giudecca: attraverso il sito internet del settimanale (www.genteveneta.it). In questo modo Maria Teresa, 38 anni, bellunese, sta scontando una pena fino al 2007 per reati connessi al traffico di stupefacenti, può dialogare con l' esterno e crearsi così nuove amicizie. "Che la gente ci consideri - questo è il suo desiderio -, che cominci a capire che non siamo diversi". Per chi è in carcere, spiega, il primo problema è infatti dare un senso al tempo o da trascorrere: "Non vorrei mai arrivare a fare quello che fanno certe mie compagne, che stanno in cella, a letto, tutto il giorno, senza fare niente". Maria Teresa - che tutti chiamano Terry - ha un talento prezioso che la porta a realizzare presepi fatti solo con elementi vegetali (foglie, rami, cortecce, erbe, fiori) provenienti dagli orti del carcere. E i primi messaggi stanno già arrivando all' indirizzo internet di "Gente Veneta". Una ragazza, Chiara, ringrazia Maria Teresa per "averci ricordato di non dimenticare mai il valore della nostra esistenza e di vivere ogni giorno intensamente", anche perché "cercare l' altro, cercare la comunicazione con chi non è diverso da te ma che di diverso ha solo il luogo in cui vive, in cui spera, in cui ama, in cui sogna, in cui dispera, in cui piange e sorride". Mentre un altro ragazzo, Andrea, rivolge a Maria Teresa parole di vicinanza e conforto sottolineando che "non sta certo nell' errore commesso la perdita del nostro valore e della nostra dignità: questa rimane intatta perché siamo amati a prescindere da ciò che abbiamo fatto".

 

02/01/01, di Carlo Nordio, magistrato

GIUSTIZIA, troppi errori. Cari magistrati, più umiltà
L’ASPETTO più amaro della giustizia umana risiede nel fatto che non accontenta nessuno. Nel processo civile, dove si risolvono i conflitti di interessi, il perdente è insoddisfatto perché convinto di aver ragione, e il vincitore lo è quasi altrettanto per il risarcimento precario di un riconoscimento tardivo. In quello penale, dove si accertano i reati e i loro autori, la contraddizione è anche più bruciante. La punizione del colpevole conforta poco la collettività, e ancor meno la vittima o i suoi famigliari; mentre l’assoluzione dell’innocente non lo compensa dello strazio psicologico e del pregiudizio economico subiti per un’incriminazione infondata. Da qualsiasi prospettiva lo si guardi, l’esito di un giudizio penale è sempre una sconfitta per lo Stato e il cittadino.
In parte questo deriva dalla sua stessa ragion d’essere, perché ogni crimine è un piccolo fallimento del sistema che non ha saputo prevenirlo. Benché sia illusorio postulare una città senza malvagi e senza delitti, la funzione dello Stato è quella di formare buoni cittadini e di tutelarne la salvaguardia: dal più efferato omicidio alla più banale contravvenzione stradale, ogni strappo alle regole è, in modo diverso, un sintomo di insufficienza educativa. Ma soprattutto deriva dall’impossibilità di una riparazione. Il verificarsi di un evento è in sé un momento finale, perché non si può impedire ciò che è già accaduto: una volta preso uno schiaffo, insegnava Manzoni, neanche il Papa te lo può più togliere. E’ su questa lacerazione insanabile tra l’essere e il dover essere che si fonda la deludente limitatezza dell’intervento del giudice. Se a Norimberga fossero stati impiccati settanta milioni di tedeschi, i loro cadaveri non avrebbero cancellato quelli di Auschwitz e di Dachau.
In questa patologia genetica della giustizia possono esservi correttivi o, all’opposto, degenerazioni. I primi sono rappresentati dalla rapidità delle procedure e dal rispetto delle garanzie. Un processo veloce non è necessariamente un processo giusto: quelli di Freisler e di Wischinsky si aprivano la mattina con la farsa del rito e si richiudevano la sera con la tragedia del patibolo. Ma un processo lento è sempre un processo iniquo, perché sottopone la persona ad una logorante sequenza di vessazioni e di spese. Se la dilatazione delle garanzie comporta anche quella dei tempi, la loro esasperata lentezza provoca comunque un’insanabile ferita. Ecco la degenerazione più dolorosa del nostro sistema.
Durante l’anno che si è ora concluso, due episodi possono fotografare questa perniciosa distonia. Fulminato da un’accusa infamante, un padre è stato affrancato solo dopo cinque anni dal sospetto di aver abusato del proprio minore; aggredito da una duplice incolpazione, diversa ma giuridicamente più grave, il decano dei nostri politici è stato assolto, dopo sette anni, dai reati di omicidio premeditato e di associazione mafiosa. Raramente, nella storia della giustizia umana, tanti errori sono stati commessi da tanti verso due uomini soli.
L’on. Andreotti ha sopportato con rassegnazione cristiana un calvario che avrebbe annichilito i cuori più robusti, e ha commentato con soavità vescovile la proclamazione della propria innocenza. Ma non tutti sono dotati di una fede così solida e di un carattere così solare. Ognuno di noi si sarà domandato come avrebbe reagito se, per una perversa combinazione di indizi ambigui e di entusiasmo crociato, fosse stato accusato di aver ammazzato un uomo o violentato il figlioletto.
I rimedi suggeriti contro simili catastrofi sono ripetuti nelle petulanti litanie del peggiore burocratichese: potenziamento delle strutture, esaltazione della professionalità, riforme. Tutte cose buone e giuste. Ma intanto ne auspicheremmo uno più essenziale, modesto e gratuito: il buon senso. Il magistrato è investito di due poteri. L’uno quasi divino, di giudicare il suo prossimo. L’altro più immediato e cruento, di incidere sulla sua libertà con la cattura, e sul suo onore con la stampa. Non si limiti a rispettare le leggi, rispetti la dignità e i sentimenti altrui. Ed abbia coraggio: soprattutto quello, assai difficile e raro, di essere umile.