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Il detenuto
recita «La libertà uccisa»
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Uffici
giudiziari nelle carceri Nuove
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Giovani e carcere Mercoledì
23 e mercoledì 30 gennaio al Centro Interculturale di Via Fratina
11 si svolge, nell'ambito del progetto "Giovani e Carcere",
il seminario "Reclusione e risorse" organizzato dalla cooperative
Sensibili alle foglie. Al seminario seguirà, lunedì
4 febbraio dalle 20,30 alle 22,30, una conferenza sui temi del carcere,
condotta da Pietro Buffa, il direttore della Casa Circondariale Le Vallette,
affiancato dai responsabili del progetto. |
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Ulivo:
"Più attenzione alle carceri"
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L'agente
Montalto ricordato dai colleghi con uno spettacolo
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Torneo
della speranza alle Vallette
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Arrivano
dal carcere le bambole Unicef
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Tante
donne, poche celle
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Un tunnel
tra "Le Nuove" e Palazzo di Giustizia
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Suor Teresa e le lettere dal carcere
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Castelli: magistrati valutati come i manager FIRENZE - "Il
lavoro dei magistrati sarà presto giudicato come quello dei manager
delle aziende private". E' la novità annunciata ieri a Firenze
dal ministro della giustizia Roberto Castelli. Nella commissione paritetica,
CSM - Magistrati, entrerà anche una società privata specializzata
nel giudizio sul lavoro dei manager. "Questa società mi
ha già presentato il suo progetto - ha detto il ministro - e
presto la commissione sarà ampliata dalla società stessa
e da un rappresentante dell'avvocatura". Anche l'introduzione di
un avvocato in questa commissione è una novità annunciata
ieri dal ministro, "perché l'avvocatura è parte integrante
e importante della giustizia italiana". Castelli ha comunque voluto
precisare ancora una volta che non si tratta di dare "pagelle"
ai giudici, "le pagelle si danno agli scolari", ha detto.
Si tratta piuttosto - ha precisato - di analizzare il loro lavoro, "di
valutare l'efficienza della magistratura, ma questo è anche l'unico
tema - ha aggiunto il Guardasigilli - da me incontrato fino ad oggi
su cui tutti sono d'accordo, venga introdotto un criterio di valutazione". |
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Un Grande Fratello per scoprire il maniaco che si nasconde in te
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Vallette,
24 detenuti "salvati" dalle guardie |
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Un
detenuto in fuga |
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Racconti
innocenti di ladri e assassini |
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Sognando
il diritto disuguale |
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Carceri,
arriva la devolution,
di Antonella Stocco Nomine
in via Arenula: il "via libera" del Csm |
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Tinebra
"Così risanerò le carceri" |
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Diventa
adulta la criminalità minorile
"Si
chiedono condanne certe". Barbagli: "Cè più
insicurezza" |
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Carcere
malato |
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KIRAN
BEDI, una visione alternativa del mondo carcerario |
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"Troppi
affetti negati per le mamme in carcere" |
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Dietro
le sbarre, scrittori-detenuti e viceversa |
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INCHIESTA: La
relazione del Dap. Si scopre la bioagricoltura Carcere,
lavoro in crescita, di Antonio Maria Mira Reclusi?
No, pescatori e contadini,
di Andrea Fagioli Così
a Nisida si "assaggia" la libertà,
di Valeria Chianese |
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IL BILANCIO
DI CORLEONE: "In cella restano i drammi" |
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"Basta
impunità, leggi sui minori da rivedere" "Nuove
norme lassiste E impossibile arrestarli",
di M.A. Calabrò "Serve
meno indulgenza soprattutto dai magistrati" |
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Minori,
un tema che scotta Lo Stato
della sicurezza,
di M.D.C. |
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Sicurezza,
il "pacchetto" è legge pene più dure per furti
e scippi |
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Ecomafie,
crimini e affari per 26 mila miliardi Tutti
i numeri della giustizia italiana "Processi
ancora lenti": Ciampi sprona il Csm,
di M.A. Calabrò |
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Il "giusto
processo" finisce sotto accusa |
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Stop
ai neonati dietro le sbarre |
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Non
si può uccidere per il bene comune |
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Giustizia,
la dea delusa |
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Meno
carcere per uscire dal tunnel della droga |
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Verso
gli Usa Dal ruolo dei giudici
all'allarme-immigrazione; dai progetti di riforma dell'ordinamento giudiziario
ai pacchetti-sicurezza. A volerla fare breve, si potrebbe condensare
fra questi due punti la parabola della questione-giustizia nell'era
dei governi dell'Ulivo. Due punti solo in apparenza sideralmente lontani:
perché l'intera parabola è segnata dalla concorrenza fra
Ulivo e Polo nella rincorsa dell'immaginario popolare sui problemi del
penale. Dal potere (lo "strapotere", nel lessico di Berlusconi)
del giudice alla pericolosità dello straniero, dal fantasma di
una giustizia troppo punitiva verso la grande illegalità, della
quale il senso comune nazionale volentieri si autoassolve, al fantasma
di una giustizia troppo debole verso la microcriminalità, che
il senso comune nazionale volentieri proietta sull'invasore albanese. |
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Mai
più pentiti a rate, sei mesi per parlare |
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Detenuto?
Non parli di carcere |
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Droga alle Vallette: quattordici condanne agli agenti carcerari TORINO
- Quattordici condanne per quasi 70 anni di reclusione, due assoluzioni,
due patteggiamenti: così si è concluso il processo, con
rito abbreviato, per la diffusione di hascisc e cocaina tra gli agenti
penitenziari del carcere delle Vallette. La pena più elevata,
nove anni e quattro mesi, è stata inflitta a Francesco Rauddi,
la guardia che, secondo l'accusa era al centro del traffico. Altre quattro
guardie coinvolte: a otto anni e otto mesi, a sette anni, a due anni
e quattro mesi, a un anno e sei mesi. |
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"I
suicidi dietro le sbarre cresciuti del 20 per cento" |
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Camera.
Contrabbando diventa reato associativo, pene severe |
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Ecco
il Perry Mason all'italiana, difendersi sarà affare da ricchi Via
libera al "gratuito patrocinio" |
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La giustizia
senza carità MI raccontarono che un anno prima, sulla Literaturnaja Gazeta, era uscito un articolo firmato da Danil Granjil, un vecchio e onesto scrittore di Leningrado (la città si chiamava ancora così), che aveva fatto impressione fin dal titolo: "Miloserdjie", misericordia. Scriveva Granjil: da noi lo Stato è responsabile dell'assistenza, ma deve questo significare che dai nostri cuori scompaia la misericordia? E citava i figli di genitori incarcerati o deportati, abbandonati a se stessi e scansati dalla gente. Sulla scia del turbamento vasto e inaspettato suscitato da quell'articolo di rivista letteraria, si erano diffusi gruppi di giovani volontari dediti ai malati e agli anziani. In Francia nei giorni scorsi il Figaro ha dedicato un dossier alle "Parole che muoiono col secolo": per lo più, parole rimpiazzate da eufemismi politicamente corretti, non abbienti per poveri, imprenditori per padroni. Una sostituzione però era degna di attenzione: esce "carità" ed entra "solidarietà". Però in questo caso non si tratta affatto di un sinonimo eufemistico. Carità e solidarietà sono cose molto diverse. Spero perciò che il Figaro si sia sbagliato. Sbagliandomi, quando ero molto giovane mi auguravo che la solidarietà prendesse il posto della carità. Ho un ricordo singolarmente preciso di una discussione con Giovanni Miccoli. Ero studente, Miccoli era mio amico, ed era già un sapiente professore di storia medievale e della Chiesa. Io me la prendevo con la carità, e il paternalismo e l'ipocrisia che mi sembravano ispirarla, e propugnavo in cambio l'uguaglianza e la dignità fra gli oppressi ispiratrici della solidarietà. C'era quella bella canzone del primo Jacques Brel: "Per essere una buona dama patronessa, bisogna sferruzzare in color cacca d'oca, per poter, la domenica alla Gran Messa, riconoscere i propri poveri personali". Miccoli condivideva, meno impetuosamente, la fiducia nella solidarietà, ma avvertiva che molto si sarebbe perduto con la scomparsa della carità; e aveva ragione. Parecchi anni dopo ebbi voglia di dargliene pubblico riconoscimento, e del resto lo rifaccio qui. Ne ebbi voglia in un altro di quei momenti in cui una comunità sente d'un tratto di riconoscersi (o piuttosto di non riconoscersi più) nell'istantanea che l'ha fermata a tradimento: all'indomani della morte di Moro, dopo quello spossante diverbio fra l'Italia della "fermezza" e l'Italia della "trattativa" (e le altre Italie ammutolite). Poca carità, in quei terribili giorni. Piuttosto, una specie di sospensione statale della carità fino a data da destinarsi, a esequie avvenute, comunque. Gli anni che seguirono segnarono una inattesa rivincita della carità sulla solidarietà: si era troppo esposta, quest'ultima, con le cause e le fraternità più remote e universali, al costo di smarrirne la concretezza e il calore, per non dover ritornare indietro, e guardare con disagio e invidia le piccole virtù, le buone azioni compiute da vicino, col proprio prossimo, senza progetti universali. Questa vicenda fra carità e solidarietà riservava ancora una sorpresa, frutto dell'odiosa divisione che metteva due Europe dirimpetto come in uno specchio. La Polonia cattolica e materna mise in scena un travolgente moto operaio - di operai antichi, di acciaierie e di porti, uomini di marmo - col distintivo della Madonna Nera all'occhiello e il titolo di Solidarnosc - solidarietà, appunto. Sventolata sulle nostre bandiere contro una troppo condiscendente carità, vissuta con entusiasmo e poi inaridita fino allo slogan, la solidarietà ci tornava importata dai cantieri di Danzica e il santuario di Czestochowa. Non sto inseguendo le peripezie dei buoni sentimenti in concorrenza. Sto chiedendomi se l'Italia non si sia appena fatta fotografare in una di quelle pose inavvertite dalle quali traspare, se non l'anima, lo stato d'animo di una comunità. Ho aspettato, per chiederlo, che fosse trascorso l'anno fatidico, e richiuse le porte sante: archiviati dunque i due appuntamenti, laico - il Duemila, il nostro Futuro remoto - e religioso - il Grande Giubileo. Ora è ufficiale: i debiti non sono stati rimessi, la terra e l'aria non sono state lasciate riposare, i prigionieri non sono stati liberati. Si era chiesto un segno di clemenza, di mitezza: non c'è stato. Io non mi ero aspettato che ci fosse. Trovo però che lo si sia respinto a un prezzo troppo basso. Si è finto che a chiederlo fosse solo la Chiesa (che infatti l'ha chiesto, e con un vigore e una insistenza molto forti), e si è risposto che la Chiesa fa il suo mestiere, e la politica, lo Stato, i professionisti dell'opinione e i comuni cittadini fanno il loro. Strano arrangiamento, qualunque argomento riguardi, che fa della Chiesa - e delle sue differenze interne, e delle altre Chiese - non un interlocutore importante della civile e libera discussione, ma una voce aliena, cui per lo più inginocchiarsi, come una compunta dama patronessa, ma da ignorare un metro dopo l'uscita. Si è finto tutt'al più che il segno di clemenza invocato fosse un affare pratico, un consiglio logistico per smaltire il sovraffollamento: e si è risposto praticamente, da sbrigativi locandieri, che non sarebbe stata una soluzione. Si è spiegato che un sistema politico così paralizzato dal veto reciproco, per giunta in allarme elettorale, non avrebbe potuto andare oltre il gioco di parole sull'amnistia o l'indulto. Considerazioni superflue e anzi distraenti rispetto alla questione, passata inosservata: a che punto siamo, qui in Italia, con la carità? Io (che naturalmente non parlo di me né per me) faccio molto conto delle regole, e dei gesti capaci di temperarle e scaldarle. Dei gesti dichiarati, aperti, non dei sotterfugi e delle trasgressioni. Penso che i buoni cittadini abbiano due padroni: le leggi giuste, e la compassione. O la misericordia, se volete - miloserdjie, bel nome - o la mitezza, la carità, la simpatia, la solidarietà: questa volta sinonimi. La carità è stata soppiantata da tempo nel linguaggio verecondo delle potenze, che, costrette, preferiscono dire: umanitarismo. Chiamatelo come volete: ma rendetene conto. Le amnistie mutate in un'abitudine burocratica, sfollamento di abusivi e salvataggio di clientele, non appartengono alla clemenza. Erano la norma dell'Italia fino a dieci anni fa, poi è calata la saracinesca: bulimia e anoressia di una stessa giustizia. Delle amnistie appena varate o annunciate nel mondo, quella turca e quella russa sono fra le più ingenti: e tuttavia non valgono ad addolcire la brutalità di quelle giustizie e galere, anzi, come in Turchia in questi giorni, le fanno il verso. Ma la legge giusta non può escludere da sé gli anni di grazia, i giorni di grazia. C'è in Italia un paradosso in più. Da noi oggi le autorità più ufficiali non fanno che ripetere, ex cathedra o agli intervistatori (è lo stesso), che i processi sono fatti per favorire i ricchi e schiacciare i poveracci (così si chiamano ora i poveri, per carità); che le galere traboccano di poveracci (di malati, tossici, stranieri senza difensori e senza parola) e sono vuote di ricchi e di istruiti. E' vero. Qual è la novità? Che fino a qualche tempo fa - fino a quando l'amministrazione della giustizia si voleva sacra, distante e separata dall'occhio pubblico, cioè dalla televisione - una tal proclamazione di ingiustizia radicale sarebbe costata una denuncia penale, e magari un processo e una condanna ai suoi vilipendiosi autori. Ora no. Io ho rinunciato a far la punta alle parole con cui maledire la galera e il macchinario che le scarica dentro corpi da macero, perché le stesse parole suonano -sinceramente, per di più- nella bocca dei titolari dell'amministrazione penitenziaria, dei ministri, magari dei procuratori generali. La giustizia dichiara la propria somma ingiustizia -non genericamente, nell' antico senso che non tutti sono uguali per la legge, bensì dettagliatamente, attualmente - ma non ne trae alcuna conseguenza. Dunque quando si nega recisamente alla clemenza, a una mitezza aperta e non maneggiata dietro la schiena, aggiunge cattiveria a ingiustizia. Nella situazione corrente, la clemenza non è un addolcimento della giustizia, ma una sua condizione. La clemenza non è in soggezione di fronte alla giustizia. Le basta pochissimo. Dante trova il peccatore Buonconte da Montefeltro nel purgatorio e non all'inferno. Ferito a morte, è spirato pronunciando il nome di Maria: e l'angelo di Dio lo ha preso, mentre il diavolo protestava furibondo contro la rapina. Mi togli l'anima di questo -grida al cielo- "per una paroletta". Salvato sulla parola: su una paroletta. Gli Stati hanno altre ragioni, non hanno anima e non devono catturare anime. Ma l'angelo, in questa così superstiziosa svolta di millennio, poteva passare con piede leggero e toccare leggermente le porte di ferro. Dunque: la differenza fra l'inferno tedesco e l'inferno italiano è che quello italiano non funziona. Forse. |
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Per
il direttore delle carceri cè la Procura europea |
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Detenuti
all'Opera |
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Carcere:
Il settimanale"GENTE VENETA" adotta "on line" una
detenuta |
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GIUSTIZIA,
troppi errori. Cari magistrati, più umiltà |
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