[La Storia]

Nel corso dei secoli, diversi sono stati i luoghi di Torino destinati a carcere.
Numerose anche le istituzioni e le persone che aiutavano i carcerati e le loro famiglie.


I Luoghi

1. Torri Palatine dette Carceri del Vicariato in funzione dal '500
2. Carceri Castello dal '300, Palazzo Madama, Piazza Castello
3. Carceri criminali o del Senato in funzione dal '500, via San Domenico 13.
4. Carceri delle Ferrate in funzione dal 1750, via San Domenico 32.
5. Carceri correzionali in funzione dal 1802, via Stampatori 3.
6. Carceri della Cittadella in funzione dal 1566.
7. La Generala (poi Ferrante Aporti) in funzione dal 1840, corso Unione Sovietica 327.
8. Il Buon Pastore in funzione dal 1843, corso Principe Eugenio,12.
9. L'Ergastolo Il Castro dal 1792, via Ormea, 127-129.
10. Carcere Centrale (poi "Le Nuove") in funzione dal 1870, corso Vittorio Emanuele II, 127
11. Casa Circondariale Le Vallette in funzione dal 1987, via Pianezza, 300.
12. Rondò della forca
13. Arciconfraternita della Misericordia operante dal 1578, via Barbaroux, 41
14. Opera Pia Barolo dal 1864, via delle Orfane


Ancora nel primo Ottocento le carceri erano un deposito di persone disperate che cercavano di sopravvivere. L'Arciconfraternita della Misericordia, che già dalla fine del Cinquecento aiutava i carcerati, interveniva portando alimenti e vestiti per il freddo.

C. Salotti, Il Beato Cafasso, Torino 1925


"Che orrore si prova entrando in una prigione al veder tanti giovinastri chiusi tra quei ferri, legati come bestie, arrabbiati e consumati dalla fame". Giuseppe Cafasso.



L'Arciconfraternita accompagnava i carcerati che dovevano essere inviati all'esecuzione confortandoli nelle ultime ore di vita
.

L. Carnino, S. Giuseppe Cafasso, Torino 1937

San Giuseppe Cafasso con l'ultimo boia di Torino durante un'esecuzione al Rondò della Forca.

 

 

Rondò della Forca

Rondò della Forca
Il Rondò è un luogo simbolo dove, fino al 1863, si eseguivano le impiccagioni.
Nel 1960 è stato posto un monumento a San Giuseppe Cafasso, il "prete della forca".
Angelo Brofferio, mentre era racchiuso nel carcere della Cittadella, scrisse un versetto contro il boia di allora, che si chiamava Gasparre Savassa.
"Dis, Gasprin, fa nen 'l fol con toa stringa antor al còl"
[Ascolta, Gasparino, non fare lo stupido con la tua corda attorno al (mio) collo].

 

Il sistema cellulare

Nell'Ottocento anche in Italia si cominciò ad estendere nelle carceri l'utilizzo del sistema cellulare. Per sistema cellulare s'intende la detenzione delle persone in isolamento totale in piccolissime celle dette cubicoli.

La prima applicazione del sistema cellulare risale al 1677 nel Granducato di Toscana; nel 1703 lo Stato Pontificio, con Clemente XI, seguì l'esempio del Granducato di Toscana modificando il carcere di San Michele in Roma e trasformandolo in casa di correzione a regime di segregazione notturna, con l'obbligo di lavoro e studio diurno.

Carceri di Venezia, cella d'isolamento
Carceri di Venezia. Cella di isolamento
planimetria cubicolo
Planimetria cubicolo




Le Nuove

Le Nuove e Padre Ruggero
Il carcere giudiziario "Le Nuove" di Torino viene costruito sotto il regno di Vittorio Emanuele II°, tra il 1857 e il 1869, per sostituire il carcere criminale di Via S. Domenico n.13, il carcere correzionale di Via Stampatori n.3, il carcere delle forzate di Via S. Domenico n. 32 e il carcere delle Torri presso Porta Palazzo per le condannate.

Anche "Le Nuove", progettate dall'architetto Giuseppe Polani, fin dalla loro apertura nel 1870, furono concepite come carcere ad isolamento totale. La segregazione individuale, che venne formalmente introdotta dal decreto regio del 27 giugno 1857, prevedeva l'utilizzo di una cella singola per ogni detenuto affinchè si garantisse l'effettivo isolamento diurno e notturno dello stesso.

Le celle de "Le Nuove" erano 648, lunghe 4 mt., larghe 2,26 e alte 3; disponevano di una finestra posta all'altezza di 2 metri e 10 dal pavimento, a forma di "bocca di lupo" per vedere soltanto il cielo.
La superficie complessivamente occupata era di 37634 mt. quadri, perimetrata da due muri di cinta alti cinque metri, con quattro torricelle, tredici bracci, sei cortili per il passeggio e due cappelle, una per gli uomini e l'altra per donne.

Guardiano delle Carceri in grande tenuta del 1862Graffiti murali della fine del 1800

Il suo primo direttore, Marinucci, per conciliare l'isolamento imposto dal sistema cellulare con le esigenze di scolarizzazione, sfruttando il particolare sistema ideato per assistere alla S.Messa, consentì di utilizzare la chiesa interna anche per le lezioni.
I detenuti seguivano pertanto le lezioni, anche in questo caso tenute dai volontari dell'Arciconfraternita, dalle piccole celle progettate per la partecipazione individuale alle funzioni religiose.


Chiesa de "Le Nuove"
...egli era maestro a Torino, e andò per tutto l'inverno a far lezioni ai prigionieri, nelle Carceri Giudiziarie.
Faceva lezione nella chiesa delle carceri, che era un edificio rotondo, e tutt'intorno, nei muri alti e nudi, vi son tanti finestrini quadrati, chiusi da due sbarre di ferro incrociate, a ciascuno dei quali corrisponde di dentro una piccolissima cella.
Egli faceva lezione passeggiando per la chiesa fredda e buia, i suoi scolari stavano affacciati a quelle buche, coi quaderni contro le inferriate...

De Amicis, "Cuore", Il prigioniero

 


Nonostante il lungo e acceso dibattito promosso negli anni a venire anche da illustri studiosi ed intellettuali, i detenuti continuarono ad essere trattati secondo regole penitenziarie rigide e severe praticamente fino alla caduta del fascismo.

La struttura architettonica de "Le Nuove" non subisce infatti modificazioni significative fino al 1945. Solo a partire da allora si possono iniziare a registrare lenti ma progressivi cambiamenti, grazie anche alle proteste dei detenuti che chiedono il rispetto dei principi fondamentali della nostra Costituzione.

Negli anni Cinquanta vengono ampliate le finestre delle celle, si creano intercapedini fra il terreno e i muri dei vari bracci, si apre il nido per i figli delle detenute, si aggiunge la Sezione Penale adiacente Via P.C. Boggio, si attivano corsi professionali dipendenti dall' I.P.S.I.A. "Plana", viene ristrutturata prima la cappella della Sezione Femminile e nel 1955 parte della cappella destinata ai detenuti.

Rotonda de "Le Nuove" negli anni '50
La Rotonda de "Le Nuove" negli anni 1950. Particolare

Negli anni Sessanta si abbattono i muri da 2,25 mt. che dividono i cortili dei passeggi in tanti ripartimenti creando così un unico spazio in cui i detenuti possono muoversi durante l' ora d'aria; si apre il Centro Clinico, si inaugurano il Campo sportivo e il Cinema-Teatro.

Negli anni Settanta ogni cella viene dotata di un lavandino e di un water, si installano i termosifoni, ciascun braccio viene suddiviso in tre piani separati per mezzo di pavimenti che eliminano le tipiche balconate del 1° e 2° piano. Tali cambiamenti seguono le importanti rivolte del 1969, 1974 e 1976 legate al periodo di tensioni politiche e forti contestazioni operaie e studentesche che venivano ad investire l'intera società.
È del 1975 la legge della riforma penitenziaria.

Negli anni Ottanta "Le Nuove" verranno sostituite dalla nuova casa circondariale di Torino, costruita nella zona periferica del quartiere delle "Vallette" -da qui l'attuale denominazione "carcere delle Vallette". casa circondariale "Le Vallette"Parte dei locali delle Nuove verranno ancora utilizzati, provvisoriamente ed in attesa di diversa collocazione, per la Sezione dei "Semi-Liberi" (quei detenuti che la mattina escono dal carcere per recarsi al lavoro facendovi rientro la notte a dormire) e per il Nucleo Traduzioni della nuova Polizia penitenziaria (nella quale sono stati recentemente riformati gli Agenti di custodia).
È del 1986 la legge "Gozzini" che ripristina l'impianto e lo spirito riformatore della precedente legge penitenziaria del 1975, venuto ad essere fortemente inibito in seguito agli interventi legislativi di tipo emergenziale adottati per fronteggiare l'insorgere di una più agguerrita criminalità organizzata e del fenomeno del terrorismo.

 

Carcere "Le Nuove"Il vecchio carcere giudiziario "Le Nuove", destinato inizialmente agli imputati e ai condannati con pena non superiore ad una anno, ha visto poi in realtà, nel corso di oltre un secolo di storia, soggiornare in circostanze e condizioni alterne, soldati disertori della guerra 1915-18, operai della FIAT arrestati nel "biennio rosso", oppositori al regime fascista, partigiani, deportati, ebrei ed altri soggetti sottoposti alle leggi razziali e, dopo la Liberazione, alcuni appartenenti al regime appena caduto; in decenni più recenti vi hanno soggiornato mafiosi, terroristi, "tangentopolisti"; in ogni epoca, una variegatissima gamma di devianti e trasgressori a vario titolo e livello.

Un campionario di umanità dolente e apportatrice di dolore, da cui potrebbe derivare un'impressionante galleria di storie rimaste spesso anonime ma non per questo meno tragiche o prive di significati.

In data 14/03/2001 è stato costituito il comitato "Nessun uomo è un'isola" -C.so Trapani 29/D 10139 Torino, tel. +39.011.386048, Centro Studi e-mail: nuei@inwind.it- in risposta ad una motivazione ideale e con riferimento all'incertezza sulle sorti del complesso architettonico ex Casa Circondariale "Le Nuove" di Corso Vittorio Emanuele 127, attualmente in via di dismissione da parte dell'Amministrazione Penitenziaria.

Le finalità e gli scopi espressi nello Statuto del Comitato possono essere sintetizzati nei seguenti punti:

  1. Recuperare il complesso edilizio de "Le Nuove" in quanto memoria storica e luogo emblematico per 130 anni della nostra città, da non disperdere per la sola cessazione della funzione di carcere.
  2. Aprire finalmente una struttura utilizzata per contenere, separare ed emarginare, affinchè possa ora accogliere persone libere desiderose di riflettere e capire, oltre che Istituzioni, Enti ed Associazioni disponibili a manifestare solidarietà e capaci di dare attenzione al passato, trasfondendolo in nuovi elementi di consapevolezza.
    Lo stesso luogo usato per emarginare ed escludere può diventare laboratorio sperimentale per far convivere le differenze.
  3. Ascoltare le dirette testimonianze verbali -ormai rare ed in via di estinzione- di chi ha sofferto la violenza del sistema e di altri uomini, di chi è sopravvissuto alla deportazione e ai campi di concentramento.
  4. Raccogliere le testimonianze di chi è stato protagonista nella Resistenza perchè quelle vite spese per l'affermazione di valori e di istituzioni democratiche siano conosciute ed apprezzate dalle giovani generazioni.

Destinatari privilegiati sono soprattutto i giovani e tutti coloro che per non dimenticare vogliono ripercorrere itinerari ideali, storici, culturali ed esistenziali. Il timore di perdere la memoria induce a non dissipare tempo e risorse umane. Mantenere in vita un luogo fisico di tale rilevanza significa anche rendere percepibili le sofferenze che in esso ed attorno a esso sono state vissute.
Inoltre, l'attenzione verso i detenuti condannati per reati comuni non vuol significare una scelta di campo che escluda le sofferenze delle vittime di quei reati. Le sofferenze degli uni e degli altri, perchè non risultino vane, devono poterci insegnare che i rapporti tra reo e vittime possono non esaurirsi, almeno per la coscienza civile, in quell'incontro doloroso e occasionale, ma essere riflessione sulle ragioni e sui diritti calpestati.
Conoscere meglio chi ha commesso reati (uomini e donne) per capire il ruolo che intende e che può assumere nel contesto sociale, significa dedicare tempo per conoscere l'uomo e se stessi. Conoscere le traversie e le vicissitudini delle vittime e degli autori di reati rende più intellegibili ed equilibrate le attribuzioni di responsabilità, la ripartizione retributiva e le aspettative risarcitorie.

Il "buco" nella 1ª RotondaIl luogo fisico del carcere può essere occasione -soprattutto per i giovani- affinchè comprendano meglio come è stato assunto e gestito il problema della pena detentiva e della funzione stessa del carcere.


È previsto prossimamente un Seminario per valutare i riscontri raccolti rispetto alle proposte delineate e definire i possibili sviluppi delle attività.

[Testi e immagini dalla Biblioteca civica e dall'Associazione "Nessun uomo è un'isola"]


 



Le Vallette

Il 13 ottobre 1986, alla presenza del Ministro di Grazia e Giustizia prof. Virginio Rognoni ed altre autorità, tra cui il Presidente Regione Piemonte dott. Beltrami, il Sindaco di Torino dott. Cardetti, mons. F. Peradotto e il Cappellano P. Ruggero, l'Ispettore distrettuale dott. G. Marcello, il Direttore del carcere dott. G. Suraci e altri parlamentari piemontesi, è stato inaugurato il nuovo complesso carcerario di Torino.

Block House

Ha avuto inizio in seguito il trasferimento dei detenuti, durato vari mesi, ed organizzato in base a criteri di divisione per fasce di status giuridico: prima i detenuti appellanti, poi quelli in attesa di giudizio, e quelli con condanne definitive.

Pur trattandosi di una nuova struttura, più spaziosa e moderna rispetto al vecchio carcere di C.so Vittorio Emanuele II°, il trasferimento non è certo risultato "indolore" per la popolazione detenuta.

Si riportano a titolo indicativo alcuni stralci di un articoletto descrittivo dell'evento, redatto dal detenuto "cronista di turno" Michele R., e pubblicato sul bollettino interno che mensilmente il Cappellano d'Istituto provvedeva a stampare e diffondere.

"Vista dal di fuori, trattasi di una costruzione essenziale e semplice nelle sue linee, secondo i canoni dello stile moderno. All'interno, a nostro sommesso avviso, poco accogliente per quanto attiene a spazio e funzionalità. È pacifico che questo nuovo carcere è stato costruito sotto l'influsso della cultura degli anni di piombo, in modo speciale risente dell'atmosfera repressiva e vessatoria dell'art. 90 , [...] secondo concetti, ormai superati di pena e rieducazione.

Non tutto comunque appare negativo (sempre il "cronista di turno" sottolinea la funzionalità dei "cortili di passeggio assai ampi e respirabili... le attrezzature sportive... le stanze dei colloqui...) e spesso va dato merito alla capacità e alla sensibilità degli operatori che, oltre a gestire nel migliore dei modi possibili la prima difficile fase del trasferimento, si sono in seguito prodigati per ovviare alle carenze e rendere più vivibile e funzionale l'intera struttura.

PortineriaVista interna, primo ingresso




La tragedia dell'incendio e della morte di dieci persone, avvenuta nella sezione femminile la notte del 4 giugno 1989, resta probabilmente l'episodio più drammatico impresso nella memoria collettiva di questa comunità.

La notte dell'incendio nella casa circondariale Persero la vita in quell'occasione 8 detenute e due vigilatrici. Due zingare le responsabili involontarie dell'incidente: mentre cercavano di trasmettere dalle finestre segnalazioni luminose alla sezione maschile, avevano lasciato cadere all'esterno delle sbarre frammenti di carta accesi, ignorando che sotto il portico erano accatastati 300 materassi di resina espansa. Più che le fiamme, fu il fumo tossico sprigionato dalla combustione a risultare devastante.

Le otto detenute rimaste uccise erano tutte giovani con un difficile passato di droga e piccole rapine. Una di esse, Rosa Capogreco, 22 anni, sarebbe tornata in libertà dopo 20 giorni. Le due vigilatrici, Rosetta Sisca di 37 anni e Maria Grazia Casazza di 29, precipitatesi nella sezione per soccorrere le vittime, sono state ritrovate una accanto alla finestra che aveva spalancato e l'altra di fronte alla porta della cella di una detenuta che aveva appena fatto in tempo ad aprire.

Questo tragico incidente, che sembrò rievocare il dramma del cinema Statuto di sei anni prima, fu giudicato da un funzionario del governo «l'inevitabile conseguenza di un sistema in cui, garantismo e sicurezza mal si conciliano... in assenza di impianti centralizzati d'emergenza».

Furono in seguito adottate misure di sicurezza più adeguate e negli anni successivi subentrarono alla direzione dell'istituto prima il dott. A. Zaccagnino -che lo condusse diligentemente per circa otto mesi, poi il dott. V. Castoria -con il quale si avviarono i progetti di "Arcobaleno" e "Prometeo", ed infine, dal 2000, dirige questa casa circondariale il dott. Pietro Buffa.

 



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