Esistono due possibili
atteggiamenti da parte dell'opinione pubblica nei confronti di chi si trova
in carcere per espiare lunghe pene: da un lato, l'orrore per i gravi reati
commessi, che determina a dire: "lasciateli dentro, adesso che sono stati
condannati"; dall'altro lato, un male interpretato senso di pietà
che porta ad accedere alla decarcerazione più indiscriminata. Avendo
incontrato nel corso della mia detenzione esponenti di entrambe le tendenze,
ritengo di poter dire che la finalità di reinserimento sociale viene
raggiunta, con i più elevati livelli di certezza, laddove la decarcerazione
viene attuata nel modo più graduale attraverso diverse e progressive
misure trattamentali, a cui il detenuto accede dopo aver dimostrato che "qualcosa"
dentro di lui è cambiato. Le misure alternative non sono un diritto
che scatta a favore del detenuto non appena sia stato espiato un quarto o
metà della pena
., è necessario un processo di revisione
interiore, tanto più profondo quanto più gravi sono stati i
reati commessi.
In molti casi, le prigioni sono semplicemente un freno, per giunta, solo temporaneo.
Al suo rilascio il detenuto ha davvero pagato per il delitto commesso?
Non sempre il sistema carcerario mette fine al comportamento criminale. Quando
si destinano fondi alla costruzione di un'altra cella trascurando di ricostruire
l'autostima del detenuto, di solito non si fa altro che preparare la strada
per nuovi e peggiori reati. Quasi tutti i miei compagni di reclusione hanno
iniziato con i reati minori, poi sono gradualmente passati a delitti contro
il patrimonio e, in fine, si sono perfezionati in delitti gravi contro la
persona. Per loro le carceri sono come scuole professionali. Ne vengono fuori
più cattivi. Ragazzi e giovani dei quartieri popolari spesso considerano
l'arresto un rito di iniziazione. Il più delle volte finiscono per
diventare delinquenti incalliti. La prigione non ti riabilita affatto, questi
tipi escono e ricominciano daccapo. Quando i detenuti non hanno un modo costruttivo
di impiegare il tempo, spesso riempiono le ore alimentando il proprio risentimento,
oltre che collezionando tuta una serie di trucchi del mestiere che
useranno
appena tornati sulla strada. Le nostre prigioni sono diventate molto brave
a sfornare individui torvi, violenti e abietti. Una volta rimessi in libertà,
quasi tutti i detenuti vogliono "regolare i conti con la società".
Detto questo, rimane la domanda fondamentale: le prigioni riabilitano i criminali?
Nonostante la risposta sia spesso negativa, potreste rimanere sorpresi apprendendo
che alcuni detenuti sono stati aiutati a cambiare
anche giocando una
partita a pallone. Spesso il carcere è stato ancora più lontano
della società anche per la mancanza di sensibilità e di attenzione
degli amministratori locali. Per fortuna, in questi ultimi tempi, qualcosa
si sta movendo. Fondamentali, ai fini di un vero recupero sociale tra i detenuti,
sono l'educazione e un cambiamento di valori e di mentalità. Senza
dubbio ci sono persone sincere che si impegnano ad educare e aiutare i detenuti.
Il loro eccellente, altruistico lavoro è davvero apprezzato da molti
detenuti. Alcuni obietteranno che nel complesso il sistema carcerario è
irriformabile e che è quasi impossibile per i detenuti cambiare in
un ambiente del genere.
Mentre può darsi che la sola carcerazione non infonda nuovi valori,
l'istruzione ha aiutato alcuni a cambiare vita. Questo dimostra che il recupero
è possibile su base individuale.
Naturalmente, il bisogno di rieducazione va oltre le mura del carcere.
Umberto P.
20/03/2002
Quale "diritto
alla vita"?
Art. 3 della dichiarazione universale
L'ultima dell'infinita serie di esecuzioni capitali negli Stati Uniti, ha
riproposto il problema della PENA DI MORTE, ancora, purtroppo, in vigore in
tanti paesi. Se è vero che il triste primato delle esecuzioni appartiene
alla Cina, l' "Oscar" per la sua spettacolarità va sicuramente
agli Stati Uniti.
Sono rituali indegni di un Paese civile, quelli che vi si consumano a centinaia
ogni anno
Gridano vendetta quella specie di "teatrini" attorno alle celle
della MORTE, dove "rispettabili" cittadini americani fanno a gara
per assistere alla agonia ignominiosa di essere viventi, umani a volte colpevoli,
ma spesso innocenti
e comunque Mai meritevoli di tanta crudeltà!!
Personalità di ogni estrazione politici, ecclesiastici, intellettuali,
semplici cittadini, hanno fatto giungere le proprie critiche alla pratica
della pena di morte negli Stati Uniti.
Di recente, per l'esecuzione di Rocco Derek Barnabei, si è raggiunto
un vertice mai toccato nelle occasioni analoghe precedenti. EPPURE NON è
BASTATO!!!
Cosi come non c'è riuscito il PAPA. E necessario, a mio avviso, che
la cultura diffusa negli Stati Uniti cambi gradualmente. Le pressioni che
vengono dall'esterno rischiano di irritare gli animi, invece di indurli a
una maturazione progressiva. C'è un vecchio motto che recita così:"
a volte il massimo della Giustizia può coincidere con il massimo dell'ingiustizia
Penso che calzi a meraviglia con la pratica della pena di morte, ancor peggio
se viene applicata in un paese " civile" come gli Stati Uniti d'America.
D'altronde, è provato che negli Stati ove vige la pena di morte non
c'è un calo di omicidi.
Quindi non è neppure un buon deterrente
Umberto M.
Aprile 2002
È
mortificante restare a guardare, per delle ore, il soffitto senza riuscire
a trovare uno spazio diverso da quello dove generalmente sei costretto a confrontarti
con la solitudine. Vorresti sconfiggere il tormento con la logica della ribellione,
pur sapendo che il tempo è tuo alleato e l'unica arma che hai è
quella della ragione.
Vivi così una conflittualità che non ti lascia alternative e
puoi misurare la noia con tutto ciò che c'è intorno a te, per
tutto quello che non puoi
..
È così
che, in uno spazio ridotto, dove tutto è frammentario, ti ritrovi a
rincorrere i pensieri in un vortice generato dai ricordi più gradevoli,
forse nel tentativo di riconciliarti con il mondo intero e con te stesso.
Ma non basta e ripiombi così nel silenzio
graffiati di veleno,
mentre aleggia nell'aria un timore fatto di ansia, come se di qui a poco qualcosa
d'importante possa accadere, invece nulla di nuovo!
Ciò che resta di un uomo è poco, non sai se ti ferisce di più il disprezzo per la vita o una raccolta di nomi femminili, la violenza di alcuni messaggi sono comunque eloquenti.
Poi il gioco
pone nuove condizioni, almeno credi, e ti lasci rapire da
qualsiasi cosa che ti permetta di partecipare attivamente alla vita,
anche se tutto è in funzione di un programma che non si differenzia
da quello di: la pulizia personale e della cella, la cucina
Per chi non ha un'occupazione, in carcere la televisione occupa e
condiziona gran parte della giornata, ci si può rimbecillire tra un
programma e l'altro o magari tenersi aggiornati con visioni più o meno
istruttive.
Nell'immediatezza
non cambia nulla, anche se tutto passa da un
esame interiore certamente critico approfondito, tale rimane, in una
coscienza attiva, aperta al nuovo, ma pur sempre soffocata da uno strato di
emarginazione e di abbandono.
"Pazienza"! Scrutare in profondità è comunque positivo, anche perché uno stato di solitudine non lo supplisci diversamente, lo vivi per intero.
Devi fartene una ragione, anche se ci sono dei momenti nei quali vorresti vivere slegato da quei fattori che influenzano negativamente la tua vita
Anonimo
maggio 2002